Omelia 40 di san Teodoro Studita
Icona della Natività
Fratelli e padri, la manifestazione di Dio si è avvicinata a tutto il mondo e il giorno della gioia è giunto alle nostre porte. Una gioia come questa non vi è mai stata da quando esiste il mondo, poiché il Figlio di Dio è venuto a noi, non come un tempo per mezzo dei profeti, che profetizzavano ai nostri padri in figure, ma, venendo mediante la nascita dalla Vergine, si è manifestato a noi faccia a faccia. Non vi è nulla di più felice e più salutare, di generazione in generazione, di questo. Questa è la meraviglia più alta di tutte le meraviglie che Dio ha compiuto fin dall’inizio del mondo. Perciò gli angeli annunciano il mistero e la stella celeste proclama alla terra il Re celeste. Per questo i pastori accorrono a vedere il bambino che è stato loro annunziato. I Magi si prostrano davanti a Lui con doni regali, e gli angeli lodano Dio, che è glorificato nei cieli, e sulla terra viene annunciata la pace. Anche l’Apostolo testimonia: «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha unito gli angeli con gli uomini, ha fatto dei due schieramenti uno solo, facendo la pace mediante la croce, uccidendo in sé l’inimicizia».
Questo lo desiderarono vedere i profeti e i giusti, ma non lo videro se non mediante la fede; noi invece lo abbiamo visto anche con gli occhi e lo abbiamo toccato con le mani, come è scritto riguardo alla Parola della vita: «E la vita si è manifestata a noi e siamo diventati figli di Dio». Ma che cosa renderemo al Signore per tutto ciò che ci ha dato? Così il santo Davide disse molti anni prima: «Prenderò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore». Dunque, fratelli, rallegriamoci anche noi, poiché ci siamo resi degni di rendere al Signore per tutto ciò che ci ha dato. E la ricompensa è la vita monastica, quella vissuta con impegno, che abbiamo amato, e la promessa che abbiamo fatto in essa (e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio), che è un vero martirio. Tuttavia, fratelli, questa festa non conviene celebrarla in un solo giorno, ma in tutta la vita.
Ma coloro che sono tenuti dalle passioni della carne non possono festeggiare, anche se pensano di festeggiare. Essi non sono liberi di celebrare, poiché sono schiavi delle passioni e venduti ai peccati. Chi commette il peccato è schiavo del peccato, e lo schiavo non dimora mai nella casa; il Figlio invece rimane nella casa per sempre. E poiché anche noi siamo stati resi degni di chiamarci figli di Dio per grazia, rimaniamo sempre nella casa del nostro Padre e Dio. Conserviamo la nostra condizione iniziale fino alla fine e, fortificandoci nello Spirito Santo, impegniamoci ancor più nella nostra vita monastica e incoraggiamoci a vicenda verso l’amore perfetto delle opere buone: verso l’obbedienza, verso l’umiltà, verso la mansuetudine e verso ogni genere di opera buona. Non diventiamo pigri nello zelo, ma rafforziamoci tanto più quanto più vediamo avvicinarsi il grande e glorioso giorno del Signore. Allora Egli si manifesterà con grande gloria, quella con cui si manifestò agli Apostoli quando si trasfigurò, conducendo davanti a sé e giudicando tutta la creazione, e darà a ciascuno secondo le sue opere. Conceda Dio che anche noi, insieme a tutti i santi, vediamo il nostro Signore Gesù Cristo, nostro Dio, che ci guardi con volto benevolo e ci accolga nel regno dei cieli. Per la grazia e l’amore per gli uomini del nostro Signore Gesù Cristo, al quale si addicono la gloria, l’onore e l’adorazione, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
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Tratto da: Omelie Catechetiche, s. Teodoro Studita, Patrologia Graeca, vol. 99. Omelia 40.

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