Perché non si devono tenere cani in casa, dove si trovano sante icone?
Secondo la legge veterotestamentaria, erano chiamati animali puri quelli che era consentito offrire in sacrificio a Dio, e impuri quelli il cui uso come cibo o sacrificio era proibito. Per questo i cani e i gatti erano considerati impuri.
Ma, dato che il gatto porta beneficio all’uomo sterminando i roditori (topi e ratti) che danneggiano i prodotti alimentari umani, ai cristiani è permesso avere gatti in casa e perfino lasciarli entrare nel tempio, se i roditori iniziano a danneggiare gli oggetti ecclesiastici. Di conseguenza, qui i cristiani fanno uso delle parole della Scrittura, secondo le quali il Signore ha posto l’uomo come signore sulle opere delle Sue mani:
“Ogni cosa gli hai assoggettato sotto i piedi: pecore e buoi, tutte le bestie della campagna, e gli uccelli del cielo e i pesci del mare” (Sal. 8, 8–9).
E l’uomo, vedendo il beneficio proveniente dagli animali, può disporne a sua volontà, ma naturalmente non per divertimento o capriccio.
Ecco perché a un cristiano non si addice tenere i cani nella stanza, poiché non possono portare alcun beneficio, e coloro che li tengono lo fanno senza alcuna necessità, semplicemente per leggerezza o per divertimento.
Dalla vita di san Nicola sappiamo che a un certo uomo, Agrika, quando suo figlio Basilio, rapito dagli Agareni, fu miracolosamente restituito nel cortile di suo padre, i cani abbaiavano nel cortile e non nella stanza; di conseguenza, il pio Agrika li teneva come guardiani, cioè per utilità, e ciò, evidentemente, non era proibito neanche nei primi secoli del cristianesimo, poco dopo il beato transito di san Nicola, cioè nel IV secolo.
Nel Potrebbnik antico, compilato dai santi padri che comprendevano la Scrittura, è contenuto senza dubbio il “Rito di purificazione della chiesa, qualora un cane vi salti dentro”.
Cioè la presenza di un cane in un luogo santo lo profana, richiedendo un’azione di purificazione tramite preghiera.
Anche il santo martire Biagio, circa questo tema, non curò forse un cane a casa propria.
Nel Potrebbnik vi è materiale del tutto sufficiente riguardo all’impurità dei cani. Infatti, se la comparsa di un cane nel tempio richiede una sua purificazione tramite preghiera, lo stesso vale anche per la casa. Perché anche l’abitazione cristiana viene santificata (vedi il rito nel medesimo Potrebbnik) e lì devono trovarsi le sante icone. E se c’è la santità, non deve esservi la sua profanazione, inclusa la presenza dei cani. Inoltre, esiste la cosa chiamata Sacra Tradizione della Chiesa. Essa per noi è univoca: il posto del cane è nel canile nel cortile, non in casa.
Perciò ai cristiani non è consuetudine tenere cani in casa. È parte della Tradizione, equivalente nella Chiesa Ortodossa alla Scrittura.
Nel Vangelo il Signore ha detto:
“Non date le cose sante ai CANI”
Il che ha non solo un significato figurato, ma anche letterale.
E si possono avere pietà e cura degli animali non solo in casa… essi devono avere proprie dimore, separate dalle abitazioni umane: canili, stalle e simili.
Oggi sono molto popolari i cagnolini piccoli, che i padroni vestono con abitucci e costumini e per i quali comprano pannolini monouso… E ci sono persone che amano molto i cani… Questo non è cosa buona, poiché bisogna amare in primo luogo gli esseri umani, non gli animali. Agli animali bisogna naturalmente essere misericordiosi, ma nel luogo e nel tempo opportuni…
L’uomo, anche se agisce peggio di una bestia, può pentirsi; ricordiamo almeno il ladrone sulla Croce… ma la creatura muta e irragionevole non può…
La Sacra Tradizione può essere sia scritta che orale. E l’una e l’altra devono essere conservate allo stesso modo. Come insegna nel suo 91º canone san Basilio il Grande e il VII Concilio Ecumenico nei suoi Atti. Quest’ultimo, tra l’altro, maledisse “coloro che distruggono ogni Tradizione della Chiesa, scritta o non scritta”.
E così la Tradizione orale degli anziani non permette di tenere cani in casa. E dunque anche la sola Tradizione orale della Chiesa è una fonte del tutto adeguata. Ma ci sono anche sue espressioni scritte, menzionate prima.
Primo: la presenza nel Potrebbnik antico del “Rito di purificazione della chiesa qualora un cane vi salti dentro”.
Dal quale segue che persino la comparsa accidentale di un cane nel tempio lo profana, suscitando la necessità di purificazione tramite preghiera. E la casa cristiana è anch’essa santificata; lì si trovano le sante icone, i libri e altre sante cose.
Perciò i nostri pii antenati stabilirono che anche lì il cane non deve stare. Da loro questa consuetudine è arrivata fino a noi.
Inoltre, nello stesso Potrebbnik nel rito di ricezione “dai latini” vi è la condanna dell’usanza cattolica di lasciare liberamente entrare i cani nelle chiese e in qualunque luogo dove vi sia qualche santità. Da lì, tra l’altro, da noi è giunta, insieme ad altre, l’usanza post-nikoniana di tenere i cani nelle case.
E il santo martire protopope Avvakum sospirava:
“Oh, povera Russia, ti sono venute voglie di usanze tedesche…”
E ora anche noi allo stesso modo…
“Beato chi ha pietà anche delle bestie” ci dice la Scrittura, ma avere un attaccamento agli animali è peccato. I cani, come altre bestie, non muoiono (cioè non raggiungono un beato mondo alla loro fine o una loro misura di sviluppo spirituale), ma crepano (cioè emettono il loro ultimo respiro nel loro essere). L’esistenza del cane termina con il suo crepare. La sua anima, che si trovava nel suo sangue (ecco perché non si deve mangiare il sangue degli animali), è di polvere e si disgrega negli elementi insieme alla sua carne. Così è disposto da Dio e qui non vi è luogo per il dolore.
Un dolore eccessivo per una bestia crepata mostra il nostro attaccamento verso di essa, dal quale resta un solo passo fino all’adorazione di una creatura insensata al posto del Creatore o insieme al Creatore, il che è follia e abominevole idolatria.
Riguardo al mantenimento dei cani da parte degli uomini esiste anche questa indicazione della Chiesa: i cani sono animali di servizio che devono essere utilizzati dagli uomini per fini di servizio, quali: la guardia, la pastorizia, la caccia, il traino, la guida dei ciechi, il servizio di ricerca e soccorso e simili.
È consentito l’uso degli animali nelle ricerche e negli esperimenti medici per l’apprendimento della cura degli uomini malati, così come per fini militari, come sostituti degli uomini quando la loro morte è inevitabile (in guerre giuste).
L’uso di cani e altri animali in circhi e spettacoli simili è condannato dalla Chiesa come peccaminoso. Non è approvato il mantenimento dei cani nei locali abitativi insieme agli uomini (tranne rari casi con ciechi e altri invalidi soli).
I cani, per l’azione su di loro degli spiriti maligni, sono considerati animali impuri. Ecco perché è vietato mangiare la loro carne, introdurli nei templi di Dio e nei luoghi santi e così via.
Se un cane entra per caso nel tempio, secondo i canoni della Chiesa, il tempio deve essere riconsacrato.
La nostra abitazione è il nostro tempio domestico. Deve necessariamente essere santificata secondo il giusto rito ecclesiastico, santificata annualmente con l’acqua dell’Epifania nel giorno della santa Teofania, santificata settimanalmente dall’incensazione domenicale con l’incenso profumato della Chiesa e santificata quotidianamente dalle nostre preghiere di pentimento e dalle opere di pietà. Di conseguenza, la presenza di un cane nel nostro tempio domestico è fuori luogo e inammissibile. I cani devono trovarsi nei canili o all’aperto in cucce, granai e altri locali sistemati per gli animali.
Il negativo atteggiamento verso i cani (eccetto le loro funzioni di servizio) del nostro Signore è ben visibile nelle Sue parole evangeliche:
“Non date le cose sante ai cani…” (Mt 7, 6).
“Egli rispose: non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani” (Mt 15, 26).
E il santo apostolo Pietro aggiunge:
“È accaduto loro ciò che dice il vero proverbio: il cane è tornato al suo vomito…” (2 Pt 2, 22).

Commenti
Posta un commento