Omelia per la Domenica del Figliol Prodigo

Seconda Domenica del Triodio, Evangelo di Luca 15,11-32.

La parabola del Figliol Prodigo, chiamato anche "Figlio Dissoluto". 


Ieri abbiamo introdotto il tema con il concetto di ritorno al Padre, quindi del pentimento dell'anima umana, del figlio di Dio che torna nella Chiesa (la casa del Padre) e che, formulando il proprio ravvedimento ("ho peccato contro il Cielo e contro di Te") ottiene il perdono dal Signore. 

La grazia guarisce la nostra anima e riempie la nostra vita di vero significato. La Grazia ci apre gli occhi. Una persona che è diventata partecipe della Grazia Divina, anche una che sta appena iniziando a diventare santo, guarda già questo mondo in un modo completamente diverso, vede cose che le persone, che possono aver acquisito saggezza attraverso anni di esperienza o con una certa conoscenza , non possono vedere. A volte ci stupisce: guardiamo una persona o un gruppo di persone e ci sembra che dovrebbero essere più saggi di noi, o almeno per la loro età o per le prove della vita, o per quello che sono riusciti da fare, e vediamo che sembrano matti. Semplicemente non vedono. I cristiani vedono cosa sta succedendo, e queste persone apparentemente sobrie e intelligenti no, perché la grazia divina non ha toccato i loro cuori, le loro anime e i loro occhi.

Oggi vorrei analizzare quattro elementi che troviamo nell'accoglienza del figlio perduto che ritorna al Padre Celeste. 

La tunica ricca, l'anello, i sandali, il vitello. 

1. La tunica bianca e preziosa rappresenta il Battesimo, l'abito candido che riceviamo al posto delle foglie intrecciate di Adamo ed Eva che fuggono dall'Eden. Negli inni del Triodio della Domenica di Adamo, quando ricordiamo con mestizia la caduta del nostro antenato, gli inni parlano di "tuniche di pelle" che i corpi divinizzati ma decaduti dei protogenitori ricevono al momento della caduta.  La tunica preziosa e candida rappresenta la purezza del cristiano che vive nella virtù e abbandona il percorso empio. I figli che tornano al Padre ricevono l'abito della salvezza. 

2. L'anello. Nelle civiltà antiche possedere un anello era simbolo di potere. I nobili, i sindaci, i sacerdoti, i satrapi, i funzionari avevano anelli, quasi sempre con un sigillo, per confermare la propria autorità. Per questo gli sposi si scambiano gli anelli, perché marito e moglie hanno potere uno sopra l'altro, nel vincolo dell'amore sono pari. (cfr. Romani 16,3-5 e 2 Timoteo 4,19.) Il Figliol Prodigo che riceve l'anello è il simbolo del cristiano che riceve il mandato divino, la potestà sulla natura e sulla creazione, come uomo rinnovato, con autorità sul mondo: insieme con il potere, viene anche la responsabilità di questo mandato unico. 

3. I sandali. I sandali, nella civiltà mediterranea classica, erano un indumento utilizzato solo per i lunghi viaggi fuori dal perimetro domestico. In casa e nel giardino si stava a piedi nudi. Quindi perché ricevere i sandali per entrare in casa? Il Figliol Prodigo qui simboleggia il cristiano mandato a predicare nella Casa di Dio, nella Chiesa, e quindi poi ad intraprendere un viaggio verso l'esterno, memori del mandato apostolico: andate e battezzate tutte le genti (Matteo 28:19). Il cristiano è sempre un missionario: con la sua vita testimonia il ritorno al Padre Celeste e porta a tutti il lieto annunzio,  ovvero che tutti possiamo tornare. Il Padre abbraccia i figli che ritornano con timore e fede.

4. Il vitello. Troviamo nella Scrittura un altro vitello, il famoso vitello dorato, idolo degli israeliti (Esodo 32). Il vitello d'oro era un idolo, un segno della caduta idolatrica del popolo eletto. Oggi invece leggiamo un altro vitello, un vitello grasso. Nei salmi di Davide pure troviamo menzione di tori e vitelli. Nel salmo 22, i nemici che circondano il Sofferente sono chiamati "tori di Basan", mentre nel salmo 68  le nazioni nemiche sono paragonate a tori e vitelli. Nel salmo 106 si rammenta il "vitello di Oreb", l'idolo pagano. Ma il pio re Davide ci da un'altra immagine del vitello. Nel salmo 50, il profeta dice che l'animo purificato "offrirà vitelli sull'altare". Ed ecco che il Padre Celeste di questa parabola offre il vitello grasso come sacrificio, per il ritorno del suo figlio. Molto interessante come in alcuni tropari mariani, il Cristo viene chiamato "vitello" e la Madre di Dio viene chiamata "giovenca illibata" cioè colei che partorisce il vitello pe ril sacrificio. Abbiamo quindi qui il Mistero Eucaristico del banchetto celeste per coloro che, ravveduti e diventati saggi, cercano la comunione con Dio. 

In particolare, nella parabola del Figliol Prodigo non possiamo non sentire l'eco del Qoelet, con il celebre incipit "tutto è vanità". Il Figlio Dissoluto, sperperata l'eredità del Padre e conosciuto il peccato, si rende conto dell'inutilità e della vacuità delle sue esperienze, della vanità del mondo. Questo processo è chiamato anche "acquisizione della sapienza", secondo il Saggio, che dice: Il principio della sapienza è il timor di Dio (Proverbi 9:10). E infatti, temendo il Padre Celeste, il Figliol Prodigo torna a Casa. 

Che ci dia il Signore un sincero pentimento e il dono delle lacrime, per poter iniziare la santa Quaresima in pace.

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