Meditazioni sul salmo 50

Abbi pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia, e nella moltitudine delle tue indulgenze e cancella il mio delitto. 



Icona del santo profeta e re Davide, autore del Salterio

Conosciamo, noi cristiani ortodossi praticanti, il salmo 50 a memoria. Lo diciamo almeno ogni mattina, con le preghiere del risveglio, e poi diverse volte durante il giorno, ai vari servizi divini. All'ufficio di Mezzanotte, al Mattutino, all'Ora Terza, alla Compieta.  Prima della Paraclisi, prima di numerosi Canoni e Acatisti. Il Salmo 50 accompagna la nostra espressione - sincerissima o un po' meno - di pentimento quotidiano. 

In italiano i traduttori hanno reso la parola greca anomìa dell'incipit con "delitto". In latino la parola è "iniquitatem", iniquità. In slavo ecclesiastico, la parola è беззако́нiе, composta da "без" (senza) e зако́нiе (coscienza), generando un poetico senso di smarrimento interiore. Cancella, o Dio, la mia "incoscienza" o "mancanza di coscienza". 

In greco, però, la parola ἀνόμη è una negazione: l'alfa privativo con nomos: regola, legge (non umana solamente, ma possiamo dire legge cosmica), armonia. Cancella, o Dio, il mio disordine, la mia disarmonia. 

La frequenza con cui l'espressione "illegalità/disarmonia/delitto/iniquità/incoscienza" (Come vogliamo tradurre questo lemma), qualunque sia il suo reso, è avvincente. È improbabile che un autore moderno osi ricorrere allo stesso sostantivo, per non parlare di sostantivi affini, sei volte in un breve testo di uno o due paragrafi. Qualsiasi scrittore "normale", o almeno un editore moderatamente meticoloso, troverebbe un modo per evitare inutili ripetizioni utilizzando espressioni simili appartenenti alla stessa serie di sinonimi. Sono ammesse eccezioni se l'espressione viene usata ripetutamente intenzionalmente, per ottenere uno specifico effetto emotivo o semantico. Il più delle volte, oggigiorno, questo viene utilizzato come artificio retorico per attirare particolare attenzione nell'oratoria o nella poesia, per ragioni simili. Re Davide è entrambe le cose: è sia poeta che oratore. E il ritmo dei suoi versi riecheggia tutta quell'espressione incantevolmente malinconica e trionfalmente minacciosa della poesia profetica dell'Antico Testamento, che le conferisce un'espressività musicale interiorizzata.

Ma in questo salmo, il profeta e re Davide non vuole essere nè un oratore né un musicante. Il salmo 50 è stato composto dal santo per piangere i suoi peccati, in particolare un omicidio dettato dalla lussuria. Il salmo 50 è un tentativo del Salmista di convogliare tutto il suo pianto, il dolore della sua presa di coscienza, in una singola preghiera. 

Ascoltando la parola "iniquità" ripetuta più e più volte, possiamo percepire la sofferenza spirituale e il dolore quasi fisico che essa infligge al profeta, che rivive la sua caduta. Questa parola lo "ferisce"; vi ritorna continuamente, come una ferita non rimarginata che ha bisogno di essere curata. Questo spiega la "ridondanza" dell'uso della stessa espressione nel salmo, dal punto di vista di una percezione puramente letteraria della poesia. Chiede a Dio di "purificare" la sua iniquità, come ora esige "più che mai", di "lavarla" ripetutamente e renderla pura. Chiaramente, questa iniquità è così pervasiva da non trovare scampo nell'anima del re pentito, richiedendo sforzi incommensurabilmente superiori alle capacità umane per liberarsi dal suo potere oscuro e oppressivo. Solo Dio può purificarla, lavarla via e cancellarla, mentre all'uomo è richiesto di "riconoscere" la mostruosa potenza dell'iniquità (quello stesso "riconosco la mia iniquità") e di tenerla sempre presente, come il suo nemico più pericoloso. A questo proposito, la traduzione russa mi sembra non cogliere appieno ciò che accade nell'anima del profeta e del re. "Perché riconosco le mie iniquità" ricorda più una confessione di un errore o persino di un crimine, un'ammissione una tantum in tribunale: me ne sono reso conto, ho tratto le mie conclusioni, mi correggerò. 

In realtà, mi sembra che questi versi del salmo trasmettano non tanto una comprensione e un'accettazione "legale" della propria colpa, quanto piuttosto un'esperienza ontologica della portata della corruzione di tutta la natura umana. Per il santo re Davide, il concetto di "illegalità" rivela l'orrore sconfinato del peccato, come l'anomalia più distruttiva e pericolosa dell'esistenza umana sulla terra. Questa anomalia o "anomia", se tracciamo parallelismi testuali con la lettura greca di "illegalità", si spalanca davanti a lui come un abisso capace di inghiottire tutto ciò che è buono e santo, come un elemento infido e sfrenato, pronto a scatenare la sua forza distruttiva in qualsiasi momento, qualora dovesse anche solo per un attimo sfuggire alla vista e al controllo. È sempre vicina, radicata nella natura stessa dell'uomo, lo accompagna dal momento del concepimento fino all'abisso della morte, dove cerca di seppellire coloro che sono stati spezzati e devastati da essa, nascondendoli per sempre sotto uno spesso strato di oscurità e oblio. Il peccato è in grado di trasformare l'intera esistenza di una personalità umana in un'anomalia totale, destinata alla completa distruzione al fine di correggere l'ordine originario del mondo basato sul "nomos", la legge divina, a meno che la persona stessa non si preoccupi di "cancellare" l'anomia dell'illegalità dalla propria vita con l'aiuto della grande misericordia di Dio.

È proprio questa pratica di mantenere una costante attenzione a ciò che accade nella mente e nel cuore sotto l'influenza di impressioni esterne e manifestazioni interne del potenziale distruttivo delle passioni "illegittime" che è giunta a essere conosciuta come "sobrietà mentale" nell'esperienza e negli scritti dei Santi Padri dell'Ortodossia. Il triste esempio di Re Davide, che perse tale vigilanza a causa della costante impressione di una certa scena che si svolgeva davanti ai suoi occhi, probabilmente per molti giorni, fu opportunamente reinterpretato ed espresso nelle loro pratiche ascetiche. Parte di ciò includeva anche "custodire la propria visione", la cui mancanza aveva un tempo così gravemente compromesso il profeta e Salmista.

Ma fortunatamente, il suo dono profetico è arricchito da questa esperienza della minaccia fatale dell'anomia, del disordine, dell'iniquità, che assedia l'uomo da ogni parte, penetrando nelle profondità del suo essere. Ed egli trasmette questa esperienza di superamento dell'elemento più pericoloso del mondo nel Salmo 50, così familiare eppure mai privo del suo significato e della sua forza interiore. Il salmo 50 insegna che la misericordia divina è così grande, che copre ogni colpa, ma il prerequisito del superamento del disordine e del peccato è proprio l'accorgersi di essere in disarmonia, e piangere per i propri peccati. 


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