L'Ortodossia: Speranza per i popoli europei

 L’Europa del XXI secolo si è data indubbiamente una identità socio-politica ben definita, modellandosi su un modello capitalista-liberista e sulla coesione degli Stati membri, come un blocco unitario coeso e compatto, tale ormai da rappresentare uno spazio geopolitico chiaro e distinto in termini di azione internazionale. Non è questo però un articolo che mira a discutere di questo aspetto politico – anche se noi ortodossi non dovremmo essere passivi nella ricezione del mondo intorno a noi – quanto piuttosto vogliamo affrontare un secondo capitolo dell’Unione Europea. Nei primi anni del 2000, si discuteva tanto di identità europea, quasi che potesse esistere un singolo denominatore per tutti i popoli che la compongono, assai diversi per retaggi culturali, religiosi, linguistici e sociali. La commissione europea arrivò a definire però un termine per questa supposta unità: la civiltà cristiana. Ebbene sì, nonostante il liberalismo e il laicismo spinto dell’UE, i suoi membri non poterono che concordare su un principio, cioè che l’Europa di oggi è tale perché alla base c’è il cristianesimo.



Il Cristo con gli Angeli, mosaico nella chiesa di santa Prassede (Roma, IX secolo)

Ora, definire cosa sia la civiltà cristiana è molto semplice, ma al medesimo tempo assai complesso. Se è pur vero che, in linea di principio, la Bibbia e i suoi insegnamenti hanno plasmato la base dei popoli europei dalla fine dell’Impero Romano fino ad oggi, è pur vero che fin dal IV secolo sono esistite notevoli differenze dottrinali fra i gruppi cristiani, dagli Ariani fino ai Nestoriani orientali, passando poi per il doloroso scisma d’Occidente nel 1054, e da lì, le varie rotture della riforma protestante, la congregazione anglicana, e così via. Noi Ortodossi invece, rimanendo fedeli alla Chiesa dei primi secoli, abbiamo subito in questa Europa dolori, persecuzioni, violenze secolari, specialmente in Polonia e nelle nazioni soggette all’Austria e all’Impero Ottomano.  Noi Ortodossi crediamo fermamente nel principio di non contraddizione, ovvero che non possono esistere, per un singolo soggetto, due verità “diverse ma possibili”. Esiste una sola Verità. I vari “cristianesimi” europei sono in contraddizione gli uni con gli altri. E quindi la religione, per noi ortodossi, la via che manifesta e protegge la Verità, è un qualcosa di profondamente serio. Se l’ecumenismo di oggi – assai comodo alla “identità cristiana” generalizzata dell’UE – è proprio l’opposto del principio di non contraddizione, diventa evidente che per il cristiano ortodosso serio, identificare la “civiltà cristiana” in Europa diventa non solo un vizio intellettuale, ma anche un doveroso lavoro di coscienza. 

Cosa significa quindi “identità cristiana dell’Europa” per noi ortodossi? Come possiamo accogliere questa proposta storica? Quanto è veramente “cristiano” questo retaggio in cui vivono i popoli europei?

Anche se i governi europei, abbandonata ormai da un paio di secoli l’idea di identità religiosa dello Stato, perseguono la laicità totale – e perfino una certa ostilità contro la religione, ecco che i popoli europei ancora vedono nell’appartenenza confessionale un certo grado di cultura locale. La paura dei flussi migratori, del cambio etnico e religioso (poiché i popoli che migrano sono spesso di religione islamica) e anche una certa isteria popolare di chi si vede surclassato, tutto ciò comporta una resistenza all’integrazione e una certa rinascita di fenomeni politici identitari. 

La nostra coscienza come ortodossi ci obbliga a riconoscere il valore della fede non solo nella sfera privata, ma anche in quella pubblica e nell’ordine sociale. Se non possiamo pretendere certo la conversione forzata (sarebbe essa una vera conversione?) possiamo comunque difendere i nostri valori e soprattutto nell’ottica di uno stato aconfessionale, diventa di grande valore cristiano la presenza sociale della Chiesa nel supporto alle fasce deboli della società e nella azione comunitaria, non per un mero populismo nazionalista, ma soprattutto per dimostrare che il comandamento dell’amore di Cristo è ancora il perno della vita della Chiesa. 

Noi ortodossi siamo benedetti dal buon Dio con il marchio dello Spirito Santo, ricevuto al Battesimo, e con la perfezione della teologia dogmatica ed eucaristica degli Apostoli. Come dice l’Apostolo, l’unità dello Spirito nel legamento della pace (cfr. Efesini 4:3). 

Portiamo il prezioso profumo della Verità in vasi d’argilla (2Cor. 4:7), molte volte in modo grezzo o imperfetto, ma mai incompiutamente, perché la Chiesa Ortodossa è l’arca che traghetta l’umanità verso la parusia, e non solo una cultura o una etnia, ma la coscienza di coloro che credono. 

Nei secoli dopo la conquista ottomana, pur di difendere la Verità e la santa Chiesa, i popoli balcanici hanno offerto il proprio sangue per la fede, e i popoli slavi hanno sofferto il giogo dell’Uniatismo e del disprezzo dei papisti. Oggi, i neoprotestanti offrono alternative comode e mondane ai popoli europei usciti dal comunismo e dalla povertà. 

Essere ortodossi oggi, in Europa così come nei paesi “tradizionalmente” ortodossi, rappresenta un nuovo tipo di martirio. La parola martire, in greco, significa testimone. I martiri sono tutti coloro che testimoniano il nome di Cristo e la pienezza del suo insegnamento nella Verità dogmatica espressa dalla Chiesa. La ricerca della Verità storica e dogmatica porta molti occidentali a cercare l’Ortodossia, spesso incompresi o evitati dalle comunità etniche che si sono formate in Occidente. 

Gli Occidentali cercano non una realtà antropocentrica, bensì la realtà teofanica e teocentrica dell’Ortodossia. Quando si offrono i mezzi per ritornare alla Fede dei Padri, gli occidentali percepiscono la conversione come un evento naturale, anche se complesso. E purtroppo, l’ecumenismo sincretista dominante non solo nelle religioni occidentali, ma anche nell’Ortodossia ufficiale, distrugge lo spirito missionario della Chiesa una, santa, universale e apostolica. Le teorie dei rami o delle “chiese sorelle” annientano completamente la carica missionaria dell’Ortodossia. 

Gli ortodossi tiepidi, affetti dalla malattia dell’ecumenismo, non vedono problemi nel modificare la forma liturgica, ad esempio il battesimo per immersione, di origine cristica, viene deformato nella pratica occidentale dell’aspersione o di un battesimo parziale, le eresie storiche come il Filioque sono considerate irrilevanti, e generalmente si osserva non solo una perdita dell’ortoprassi, ma anche della solidità dogmatica che contraddistingue lo spirito patristico. 

Nella ricerca spasmodica di una unione basata sul compromesso, questo ecumenismo superficiale sacrifica la forma e la sostanza per un certo entusiasmo bonario e sentimentalista, oserei dire perfino diplomatico, che però allontana la Grazia. E questo movimento pernicioso è uno dei cardini della “identità europea comune”. La ricerca di un cristianesimo amorfo, conciliante, irrisorio, incapace di smuovere le coscienze perché molto comodo, è ciò che ha mutato la civiltà europea in un calderone senza reale identità, ma solo in un qualcosa di fittizio e articolato al fine di compiacere tutti e nessuno.

Questa ideologia del compromesso è nociva alla Chiesa Ortodossa, che invece si basa sul Credo Nicea, il quale ha cristallizzato e dogmatizzato l’essenza stessa della Chiesa in quattro aggettivi. 

La Chiesa è detta una, santa, cattolica ed apostolica, poiché essa è una e santa, appartiene a tutto il mondo, non è legata ad una determinata località, poiché per mezzo suo sono santificate tutta l’umanità e la terra, non un popolo in particolare o una determinata regione, poiché la sua natura è costituita dall’accordo e dall’unità dello spirito e delle vite di tutti i suoi membri su tutta la terra, i quali la riconoscono, ed infine poiché negli scritti e nella dottrina degli Apostoli è contenuta la totalità della sua fede, della sua speranza e del suo amore. Ne consegue che, quando una qualsiasi comunità ha il nome di una locale Chiesa cristiana, come ad esempio la greca, la russa o la siriaca, un tale nome indica solo l’insieme dei membri di quella Chiesa che vivono in un determinato territorio, la Grecia, la Russia e la Siria, ecc… ma non è ammissibile l’ipotesi che una comunità cristiana possa esprimere una dottrina ecclesiale o dare alla medesima un’interpretazione dogmatica senza il consenso delle altre comunità. Ed è ancor meno ammissibile che una qualsiasi comunità o il suo pastore possano imporre la loro interpretazione alle altre. La grazia della fede è indivisibilmente connessa con la santità della vita e nessuna comunità né alcun pastore possono essere riconosciuti come custodi di tutta la fede, così come nessun pastore, nessuna comunità possono essere ritenuti rappresentanti di tutta la Santità della Chiesa. Del resto ogni comunità cristiana, senza pretendere per sé il diritto di un’interpretazione dogmatica o dottrinale, ha il pieno diritto di modificare i suoi riti e di introdurne nuovi, senza tuttavia provocare scandalo nelle altre comunità. Anzi, in tal caso, essa deve lasciare cadere la propria opinione e sottomettersi a quella delle altre comunità, affinché ciò che per l’una è innocente o addirittura lodevole, non appaia alle altre quale colpa ed il fratello non conduca il proprio fratello al peccato del dubbio e sul cammino della discordia. L’unità dei riti della Chiesa deve essere tenuta nel massimo conto da ogni Cristiano, poiché da essa risulta evidente, anche per le persone non istruite, l’unità dello spirito e della dottrina. Invece per chi è colto in essi è contenuta una fonte di letizia vivente e cristiana. La carità è la corona e la gloria della Chiesa.

 La Chiesa visibile o terrena vive in completa comunione ed in unità con tutto il Corpo ecclesiale, il cui capo è il Cristo. Essa ha in sé la continua presenza del Cristo e la Grazia del Santo Spirito in tutta la sua pienezza, che è fonte di vita, ma non nella totalità delle loro manifestazioni. Infatti essa opera non pienamente, ma in quanto Dio lo permette. Poiché la Chiesa visibile e terrena non rappresenta la totalità e la pienezza di tutta la Chiesa, che Dio ha stabilito di manifestare nel giorno del Giudizio finale, essa opera ed agisce solo entro i suoi confini, senza giudicare il resto dell’umanità (secondo le parole dell’Apostolo Paolo ai Corinzi) e considera scomunicati, cioè non appartenenti ad essa, solo quelli che da essa di propria iniziativa si escludono. Il resto dell’umanità, che o le è estraneo o ad essa è legato da vincoli che Dio non ha ritenuto di rivelarle, è da essa lasciato al Giudizio finale. Ma la Chiesa terrena giudica solo nel suo ambito secondo la Grazia dello Spirito e la libertà concessale da Cristo, e nello stesso tempo chiama all’unità e ad essere figli di Dio anche la rimanente umanità. 

L'ecclesiologia ortodossa riconosce al popolo di Dio un ruolo particolare e insostituibile nella conservazione e trasmissione della verità della fede. Il termine “popolo di Dio” (λαος του Τευάς) non si riferisce semplicemente a un insieme di credenti, ma all'intero corpo della Chiesa, clero e laici, che partecipano attivamente alla vita e alla confessione della fede. La tradizione teologica della Chiesa orientale ha costantemente sottolineato l'importanza del popolo come custode della Tradizione, senza tuttavia che ciò implichi che tale ruolo sia arbitrario o incontrollato.

L'esercizio del ruolo di custode presuppone la formazione della fede. Le persone hanno bisogno di catechesi, di formazione teologica e di guida spirituale per poter discernere la verità. La catechesi non è un privilegio esclusivo dei bambini, ma una necessità per tutta la vita di ogni credente. L'ignoranza della fede porta a una facile manipolazione e distorsione della Tradizione.

Il popolo ortodosso è a tutti gli effetti custode della fede, ma questo ruolo ha limiti e prerequisiti ben precisi. Il popolo custodisce la fede quando è unito al clero, soggetto alla santa Tradizione e vivo nella comunione eucaristica. La confessione del popolo è valida quando esprime la “coscienza della Chiesa” e non opinioni individuali o tendenze sociali.

La sfida per la Chiesa ortodossa contemporanea è quella di preservare l'equilibrio tra la partecipazione attiva del popolo e la salvaguardia dell'ordine ecclesiastico. Il popolo non è sovrano, ma compagno di viaggio nel cammino della Chiesa verso il Regno di Dio. La sua confessione è un dono e una responsabilità, un carisma e un ministero, che è chiamato a esercitare “nell'amore” e “nella verità”.

Ora si comprende come il sincretismo e la falsa religione siano pericoli molto grandi per lo spirito di un autentico cristiano. Purtroppo, molti vescovi, chierici e fedeli laici cadono nella trappola del buonismo ecumenista, perdendo la limpidezza della Fede inalterata dell’Ortodossia. 

La mentalità ecumenista è di grande aiuto, dicevamo, nella creazione di un “cristianesimo europeista” così come si nota, ad esempio, dalla Carta Ecumenica del 22 aprile 2001, nella quale proprio si utilizza il termine “cristianità europea”. E sappiamo dai valori europei chiaramente anti-biblici (mi pare superfluo indicarli) che la UE non mira certo ad una vera identità cristiana, ma a preservare solo l’arte – indubbiamente bella a vedersi – e forse una certa cultura superficiale che nasce dal vissuto cristiano medievale. Questo cristianesimo malato occidentale non è certo il Cristianesimo puro dei martiri latini dei primi secoli, o la spiritualità dei monaci benedettini, o la profondità dogmatica dei Padri come Ireneo di Lione, Ambrogio di Milano, Beda il Venerabile, e tutti gli altri che ben sono noti. Un cristianesimo falso non può che corrompere e deformare coloro che ne fanno parte. 

Se volete recuperare i veri valori cristiani dell’Europa, dobbiamo tornare a quella Europa. Nessuna corrente esterna potrà salvare i popoli europei dalla degradazione e dalla perdita di identità. Se vogliamo salvare l’Europa, dobbiamo essere, in una sola parola, ortodossi. Perché? Perché la Chiesa Ortodossa mantiene la Verità. La Chiesa Ortodossa offre ai suoi membri i mezzi intellettuali, spirituali e psicofisici per resistere alle tentazioni della contemporaneità.  L’Ortodossia è l’unica forza teantropica in grado di fermare la tecnocrazia, la plutocrazia, il materialismo, lo scientismo deviato. 

La Chiesa Ortodossa ha il dovere di compiere la sua missione che non è museale, ma profondamente viva. 

Andate e battezzate tutte le genti, nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. (Matteo 28,19)

La Chiesa deve lavorare col suo carisma, che già possiede, e salvare l’Europa dalla decadenza e dalla dimenticanza della sua vera radice, che è la fede nel sacrificio di Cristo, e nella restaurazione del cosmo intero nel progetto di salvezza del Padre Celeste, vivendo nello Spirito Santo. 

Ecco il messaggio per l’Europa. Ecco il messaggio per tutti i popoli della Terra. L’unico modo in cui possiamo contribuire tutti e senza sforzo è testimoniare ogni giorno: le nostre opere e parole diventeranno quindi una teologia silenziosa e attiva al medesimo tempo, mostrando al nostro prossimo il potere redentivo e trasformativo del nostro incontro quotidiano col Signore. 

"Così dunque, fratelli, state saldi e mantenete gli insegnamenti che vi abbiamo trasmessi" (2 Tessalonicesi 2:15)


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