Ancora sulla presenza romena in Italia: una risposta al padre Raffaele Guerra

 Sembra che il mio articolo sull'irredentismo romeno abbia generato, mio malgrado, una risposta accesa sulla presenza della diocesi romena in Italia. In particolare, un rappresentante italiano della Diocesi, padre Raffaele Guerra (che conosco personalmente da una dozzina d'anni almeno) si è preso la responsabilità di formulare una risposta articolata al mio blog, riportata sul portale della parrocchia torinese di san Massimo. 

Innanzi tutto vorrei correggere un poco il mio articolo, colgo occasione per un esercizio di umiltà. Forse usare il termine "imperialismo" può essere sbagliato nell'applicazione al contesto geopolitico di cui feci menzione, ma sicuramente il cuore del messaggio, ovvero l'irredentismo nazionalista come base dell'agire ecclesiale del Patriarcato nel contesto regionale balcanico, non è un esercizio di offesa (non intendeva esserlo) quando una forma reale di pressione geopolitica. 

In realtà, ho visto molteplici risposte pubbliche al mio articolo, ma tutte si sono soffermate - e questo mi sorprende - più sul ruolo della diocesi romena in Italia, che sul reale problema da me sollevato, ovvero l'interesse smodato dimostrato dal Patriarcato di generare strutture legate a Bucarest in territori di competenza di Chiese sorelle con cui il Patriarcato è in comunione. 

Ora, intendo rispondere al padre Raffaele, poiché sfinţia sa ha debitamente offerto una pregevole difesa dell'azione pastorale romena nel contesto peninsulare, di cui non neghiamo l'effetto nella comunità romenofona. Colgo anche l'occasione - poiché mi fu prestamente rimarcato che il mio lessico non è sufficientemente accademico - per un esercizio stilistico. 

Nonostante io stesso abbia marcato che la Diocesi romena è molto attiva sul piano pastorale nella gestione della "diaspora" - termine mai sufficientemente biasimato a mio dire - mi si addebita la mesta colpa di voler sminuire tale impegno. Lungi da me confermare questa impressione subitanea. Al contrario, sono consapevole che la diocesi romena è attivissima sia nelle carceri, che negli ospedali, così come nelle opere caritatevoli dedicate al popolo romeno in Italia. Sono anche consapevole dell'impegno formale della Diocesi nel produrre delle traduzioni in lingua italiana. Ma come ha giustamente rimarcato il reverendo padre, la principale occupazione, missione e vocazione della diocesi romena d'Italia non rimane l'evangelizzazione, comandata dal nostro Signore Dio Salvatore e Redentore Gesù Cristo nell'Evangelo (cfr. Matteo 28,19) che non si può ignorare, ma rimane ancorata alla cura pastorale della popolazione romena della Penisola, limitando il suo agire marginale alla comunità romena. 

Questo atteggiamento va contro le banali imposizioni  del Salvatore (il comandamento di fare proselitismo non è opzionale) ma ripeto, non era nemmeno questo il cuore del mio articolo. Così come ci ricorda il venerabile padre, la Diocesi romena è improntata al dialogo con le altre religioni e si impone una politica amicale ed ecumenista che cozza inevitabilmente con il comandamento di cui sopra, e anche con i canoni ecclesiastici stessi, di cui facciamo menzione non per polemica, ma solo perché mi fu imputato, nell'articolo del padre venerabile, che non cito le fonti.

Canone X. Se qualcuno prega con un eretico, anche privatamente, sia esso stesso scomunicato.

Pidalion, Canoni Apostolici, Canone 10. Citato dal Pidalion, ed. Iasi, 1870, 

Forniamo di seguito un'altra fonte, questa volta un dagherrotipo audio-visivo, con un altro momento contrario al comandamento Evangelico e alle disposizioni Patristiche.


"Serve un ecumenismo vero di popolo" il molto reverendo vescovo dei romeni, Siluan, che espone una dottrina contraria al Canone degli Apostoli

Ricordiamo anche il Canone del 1755 sul tema della conversione degli eterodossi. 

Non voglio ora tediare il lettore con stucchevoli e ampollose discussioni che sanno più di attacco e violenza che non di fraterno confronto; pertanto mi manterrò solamente sulla quaestio reticita. Ho già evidenziato all'inizio di questo articolo il vero interesse del mio precedente intervento, e intendo sottoporlo all'attenzione del lettore nuovamente, ma questa volta con l'ausilio del Diritto Canonico, affinché sia più chiaro il mio intento. Non me ne voglia a male il fruitore del testo se sarò prolisso. Come premessa, ci tengo a ricordare che io non faccio parte di alcuna giurisdizione ufficiale, o Patriarcato, ma sono parte di una congregazione tradizionale detta "non ufficiale", "non canonica" (anche se si vorrebbe approfondire tale nomenclatura, non è questa la sede opportuna) o come vogliam definirla. Io non difendo quindi qui nessun interesse giurisdizionale, ma faccio un discorso partendo dall'assioma delle stesse Chiese ufficiali/canoniche, ovvero la definizione di territorio di competenza, territorio canonico. Ricordo anche al lettore che vivo in Moldova, al momento, dopo 7 anni di Romania, una terra che mi ha offerto lavoro, casa e dignità ecclesiastica, e con il cui popolo non ho alcun risentimento, ma anzi, filiale gratitudine. 

Nella Chiesa Antica, nel periodo seguente alla predicazione apostolica, non era chiarissimo il confine del territorio di competenza di un vescovo: in molte città i vescovi erano più di uno per la stessa cattedra e collaboravano per la gestione della provincia. Con la fine delle persecuzioni e l'appoggio imperiale alla Chiesa, la stessa ha potuto riorganizzarsi e formalizzare i compiti dei vescovi nelle giurisdizioni territoriali, assegnando un singolo episcopo per ogni sede metropolitana, creando i famosi "vescovi di campagna" per le zone rurali, e assegnando alle città storiche più importanti per la Cristianità il ruolo di patriarchi: Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria d'Egitto e, infine, Gerusalemme. Il sesto canone del Concilio di Nicea del 325 d.C. stabilisce "che si osservino le antiche consuetudini" nei riguardi dei poteri episcopali delle città di Roma, Alessandria e Antiochia, dando loro una grande preminenza su ampie aree dell'Impero. Gerusalemme fu innalzata al rango di patriarcato solamente nel IV Concilio Ecumenico. Da quando Roma si è separata ufficialmente dall'Ortodossia, nel 1054, Costantinopoli ha preso posto come seggio primaziale a titolo onorifico. Il Concilio Ecumenico II , tramite il canone 2, stabilisce:

I vescovi preposti ad una diocesi non si occupino delle chiese che sono fuori dei confini loro assegnati né le gettino nel disordine; ma, conforme ai canoni, il vescovo di Alessandria amministri solo ciò che riguarda l'Egitto, i vescovi dell'Oriente, solo l'oriente, salvi i privilegi della chiesa di Antiochia, contenuti nei canoni di Nicea; i vescovi della diocesi dell'Asia, amministrino solo l'Asia, quelli del Ponto, solo il Ponto, e quelli della Tracia, la Tracia. A meno che vengano chiamati, i vescovi non si rechino oltre i confini della propria diocesi, per qualche ordinazione e per qualche altro atto del loro ministero. Secondo le norme relative all'amministrazione delle diocesi, è chiaro che questioni riguardanti una provincia dovrà regolarle il sinodo della stessa provincia, secondo le direttive di Nicea. Quanto poi alle chiese di Dio fondate nelle regioni dei barbari, sarà bene che vengano governate secondo le consuetudini introdotte ai tempi dei nostri padri.

Il IV Concilio Ecumenico, con il canone 28, ha stabilito una prerogativa speciale per Costantinopoli: 

Seguendo in tutto le disposizioni dei santi padri, preso atto del canone [III] or ora letto, dei 150 vescovi cari a Dio, che sotto Teodosio il Grande, di pia memoria, allora imperatore si riunirono nella città imperiale di Costantinopoli, nuova Roma, stabiliamo anche noi e decretiamo le stesse cose riguardo ai privilegi della stessa santissima Chiesa di Costantinopoli, nuova Roma. Giustamente i padri concessero privilegi alla sede dell'antica Roma, perché la città era città imperiale. Per lo stesso motivo i 150 vescovi diletti da Dio concessero alla sede della santissima nuova Roma, onorata di avere l'imperatore e il senato, e che gode di privilegi uguali a quelli dell'antica città imperiale di Roma, eguali privilegi anche nel campo ecclesiastico e che fosse seconda dopo di quella. Di conseguenza, i soli metropoliti delle diocesi del Ponto, dell'Asia, della Tracia, ed inoltre i vescovi delle parti di queste diocesi poste in territorio barbaro saranno consacrati dalla sacratissima sede della santissima chiesa di Costantinopoli. E’ chiaro che ciascun metropolita delle diocesi sopraddette potrà, con i vescovi della sua provincia, ordinare i vescovi della sua provincia, come prescrivono i sacri canoni; e che i metropoliti delle diocesi che abbiamo sopra elencato, dovranno essere consacrati dall'arcivescovo di Costantinopoli, a condizione, naturalmente, che siano stati eletti con voti concordi, secondo l'uso, e presentati a lui.

Il canone parla di "territori barbari", che allora era considerata tutta la Terra non romanizzata: Costantinopoli riceveva dunque una vocazione missionaria che tuttavia non fu in grado di portare. Ancora oggi Costantinopoli ritiene di dover governare tutte le diocesi della Diaspora nonchè tutta l'Ortodossia ove già non sia presente una Chiesa Autocefala, basandosi sul canone 28 sopra citato. Il problema non è solamente organizzativo ed etnico, ma anche profondamente filosofico: siamo noi dunque dei "barbari"? Chi si prende dunque l'onere della evangelizzazione in territori ufficialmente non ortodossi, dove non c'è una Chiesa Autocefala? Viene generalmente considerato come un problema ecclesiologico il superamento dei confini giurisdizionali da parte di un patriarcato o di una Metropolia Autocefala " a danni " di un territorio di un'altra giurisdizione. In effetti il canone 13 del Sinodo di Antiochia prescrive che ogni vescovo si limiti alle sue competenze territoriali. Come giustificare dunque la presenza di una Chiesa fuori dal suo territorio canonico? 

Anticamente i confini di una Chiesa venivano decisi su base etnica (come l'Armenia, la Georgia, la Chiesa Gallese) oppure su base geografica (La Chiesa di Cipro, ad esempio, che esiste ancora oggi). Molte antiche Chiese Autocefale in realtà non erano tanto su base etnica, quanto su base geografica, come la Chiesa di Ohrid in Macedonia, alla quale facevano riferimento serbi, macedoni, greci del nord e tribù slave convertite che vivevano là già dal VIII secolo. Si deduce che, fondamentalmente, ogni Eparchia era considerata - e si considerava - come un organismo indipendente ma indissolubilmente legato a tutto il resto della Chiesa.  Dal XIX secolo in poi si è fatto coincidere i confini di una Chiesa con lo Stato nella quale esiste (Chiesa Romena, Chiesa Bulgara, etc.). Nella Diaspora si assiste a questo curioso fenomeno anti-canonico secondo il quale, in corrispondenza alle razze presenti, esistono tanti vescovi e chiese sul medesimo territorio poiché si serve la nazione / razza, e non più la Chiesa locale. A questo problema reale e oggettivo dal punto di vista ecclesiologico la Chiesa Ortodossa come pleroma non ha ancora trovato una soluzione. Lungi dal voler demonizzare questo processo di adattamento ad una nuova realtà, tuttavia crediamo che l'Ortodossia fuori dai paesi tradizionalmente ortodossi dovrebbe finalmente prendere in mano la situazione e generare, con un processo guidato, una serie di Chiese Locali, così come è sempre stato fatto storicamente, e non nutrire ancora una malsana idea di "diaspora" (concetto giudaico che nel Cristianesimo non dovrebbe esistere: Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. [Galati 3,28]). Inoltre, come abbiamo veduto poc'anzi, la sovrapposizione giurisdizionale sul medesimo territorio geografico è anti-canonica e anti-storica. Mi sorprende che le Chiese che si auto-definiscono "canoniche" non applichino i più elementari canoni della Chiesa Universale. 

La dolorosa questio era proprio questa. Se dunque le Chiese sorelle si riconoscono in uno spazio definito, almeno nelle terre "ortodosse di tradizione", come Russia, Romania, Grecia e via discorrendo, perché il Patriarcato continua a premere per la creazione di strutture parallele in Moldova, Ucraina e Serbia? Perché la corrente nazionalista romena considera quei territori come "romeni irredenti". E qui entrava la mia esaminazione. Il Patriarcato sta premendo per l'assorbimento di queste zone romenofone (ma non pienamente romene né in cultura né in tradizioni) nell'orbita ecclesiale patriarcale, calpestando così l'autonomia di Chiese Locali con cui è in piena comunione ecclesiastica. Perché insisto nel dire che quelle popolazioni romenofone non sono romeni? I romeni osservano il calendario nuovo, menttre i moldavi, i valacchi serbi e gli ucraini usano il giuliano. Molte tradizioni liturgiche di questi popolo differiscono notevolmente dal Tipico adottato nel 1970 dal patriarca Teoctist di Bucarest. Le popolazioni stesse - al netto della propaganda europeista e di inclusione nella "Grande Romania" - non sono filo-eu e filo-Nato. E' come dire che un abitante del Canton Ticino è italiano nel senso generico del termine: non lo è. In codesto modo, il Patriarcato romeno inizia una difficile situazione ecclesiastica in cui il conflitto può divenire irreversibile e danneggiare il pleroma della Chiesa. Palese la situazione in Moldova, dove la metropolia romena ("Di Bessarabia") e la Metropolia "russa" (Di Chisinau) sono in attivo contrasto e in reciproca scomunica. Forniamo infatti un documento ufficiale (in lingua romena) nel quale la Metropolia di Moldova esplica in modo chiaro come si senta attaccata dalle azioni del Patriarcato sul suo territorio canonico.

Spero di aver chiarito lo scopo del mio precedente intervento. Rimaniamo aperti al confronto e al dialogo, ringraziamo il molto reverendo padre Raffaele per l'occasione di un approfondimento tematico come questo. Rimaniamo sinceramente e senza retorica riconoscenti alla Diocesi Romena d'Italia per la precisazione doverosa sul loro sito ufficiale riguardo la loro missione, la quale - come marcato sia dal reverendo padre che dall'ufficio stampa - rimane assolutamente focalizzata alla cura pastorale dei romeni, senza interessi missionari o di altro tipo. 

Commenti