Traduciamo dal romeno un saggio del vescovo Petru Pruteanu che espone la teologia ortodossa che sta dietro all'iconografia, difendendo la presenza delle sacre immagini tramite la divina Scrittura.
Parte I: L'icona e l'idolo: due realtà diverse secondo la Sacra Scrittura
I protestanti e soprattutto i neoprotestanti, respingendo il culto delle icone, confondono (inconsapevolmente o, più probabilmente, consapevolmente) l'icona con l'idolo, tanto più che quest'ultimo termine viene tradotto nelle Bibbie romene con l'espressione alquanto impropria «immagine scolpita», mentre gli ortodossi possiedono non solo icone dipinte, ma anche sculture (intagliate) che anch'esse venerano.
Cercheremo di dimostrare che l'icona e l'idolo, o «immagine scolpita», sono due realtà completamente differenti e perfino opposte. Non entreremo nell'intera problematica della teologia dell'icona, ma ci limiteremo a evidenziare la differenza tra questi concetti, basandoci esclusivamente sulla Sacra Scrittura e sviluppando, dove necessario, alcune interpretazioni dei testi.
Per non lasciare spazio a speculazioni errate, riporteremo per ogni testo biblico anche i termini ebraici e greci, soprattutto perché la traduzione di Cornilescu, utilizzata quasi esclusivamente dai neoprotestanti di lingua romena, sostituisce deliberatamente i termini biblici originali, compromettendone irrimediabilmente l'attendibilità.
Nel contestare il culto delle icone, gli eterodossi si appellano innanzitutto al testo di Esodo 20,4-5 (il secondo comandamento del Decalogo). Vediamo il testo:
«Non ti farai alcuna immagine scolpita, né alcuna rappresentazione di ciò che è lassù nei cieli, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai, perché io, il Signore tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce l'iniquità dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione di coloro che mi odiano...».
Laddove nella Bibbia romena troviamo l'espressione «immagine scolpita» e nel testo greco la parola «idolo», il testo ebraico utilizza il termine pesel (פסל), che significa sempre «idolo» oppure qualsiasi rappresentazione di una divinità straniera diversa dal Dio d'Israele.
Questo appare evidente anche dal contesto immediato di Esodo 20,2-3:
«Io sono il Signore tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa della schiavitù. Non avrai altri dèi di fronte a me».
Un altro testo biblico utilizzato contro l'insegnamento ortodosso sulle icone è il Salmo 96(97),7, che nella traduzione protestante internazionale recita:
«Sono confusi tutti coloro che servono le icone e si vantano degli idoli».
La traduzione sinodale ortodossa, invece, afferma:
«Siano confusi tutti coloro che adorano le immagini scolpite e si gloriano dei loro idoli».
Vediamo però cosa dicono i testi originali.
La Settanta (LXX) recita:
„Οὐ ποιήσεις σεαυτῷ εἴδωλον, οὐδὲ παντὸς ὁμοίωμα, ὅσα ἐν τῷ οὐρανῷ ἄνω καὶ ὅσα ἐν τῇ γῇ κάτω καὶ ὅσα ἐν τοῖς ὕδασιν ὑποκάτω τῆς γῆς. Οὐ προσκυνήσεις αὐτοῖς, οὐδὲ μὴ λατρεύσεις αὐτοῖς· ἐγὼ γάρ εἰμι Κύριος ὁ Θεός σου, Θεὸς ζηλωτής, ἀποδιδοὺς ἁμαρτίας πατέρων ἐπὶ τέκνα, ἕως τρίτης καὶ τετάρτης γενεᾶς τοῖς μισοῦσί με…”
«Αἰσχυνθήτωσαν πάντες οἱ προσκυνοῦντες τοῖς γλυπτοῖς, οἱ ἐγκαυχώμενοι ἐν τοῖς εἰδώλοις αὐτῶν».
La parola γλυπτοῖς (dal verbo γλύφω) significa «sculture», «incisioni», mentre εἰδώλοις è il plurale del noto termine idolo.
Il testo ebraico presenta questi termini in ordine inverso rispetto al greco e al romeno: prima pesel («idolo») e poi elil («intaglio», «scultura», «incisione»). Oppure i traduttori della Settanta hanno reso questi termini in modi differenti, facendo sì che i loro significati confluissero nei dizionari e nelle traduzioni successive con sfumature sovrapposte.
In ogni caso, nel Salmo 96(97),7 non compare la parola «icona» (εἰκών), che nell'Antico Testamento traduce generalmente il termine ebraico ṣelem (צלם), ma non viene mai utilizzata per riferirsi agli idoli o alle «immagini scolpite».
Torneremo su questo punto, ma continuiamo a vedere che cosa insegna la Scrittura riguardo agli idoli e alle immagini scolpite.
Analizzando tutti i passi biblici che contengono questi termini, osserviamo che la parola «idolo» (εἴδωλον in greco, pesel in ebraico) designa una divinità pagana, mentre l'espressione «immagine scolpita» (γλυπτός in greco, elil in ebraico) si riferisce alla rappresentazione dell'idolo e non a qualsiasi tipo di rappresentazione.
Si confronti, ad esempio, con 1 Re 6,18.29.32, dove si parla delle immagini e delle sculture sacre del Tempio e viene utilizzato un termine completamente diverso.
È necessario precisare inoltre tre aspetti fondamentali.
1. Il contesto del comandamento
Il comandamento di Esodo 20,4-5 fu dato nel contesto della continua tendenza degli Israeliti ad abbandonare il vero Dio per adorare gli idoli o le loro immagini.
Per questo la Scrittura afferma:
«Fecero un vitello sull'Oreb e si prostrarono davanti all'idolo» (Salmo 105[106],19).
E ancora:
«In quei giorni fecero un vitello e offrirono sacrifici all'idolo, rallegrandosi delle opere delle loro mani» (Atti 7,41).
Era dunque naturale che Dio dichiarasse per bocca di Davide:
«Tutti gli dèi delle nazioni sono idoli».
Un'altra importante precisazione riguardo agli «idoli delle nazioni» si trova nel Salmo 134(135),15-18:
«Gli idoli delle nazioni sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono. Hanno orecchi e non odono, e non c'è respiro nella loro bocca. Diventino come loro quelli che li fabbricano e quanti confidano in essi».
Gli idoli, quindi, sono realtà finite che non rimandano a un Dio trascendente. La stessa idea viene espressa da san Paolo quando domanda retoricamente:
«L'idolo è forse qualcosa?» (1 Corinzi 10,19).
2. Le immagini sacre erano permesse e persino comandate
Le immagini e le sculture sacre non erano proibite in quanto tali, ma in alcuni casi erano addirittura comandate da Dio.
Questo appare chiaramente in Esodo 25,17-22 e in 1 Re 6,18.27-29.
In entrambi i casi troviamo raffigurazioni dei Cherubini («che sono nei cieli, lassù», secondo Esodo 20,4). Nel secondo caso compaiono anche «ornamenti a forma di cetrioli e fiori sbocciati» e «figure di alberi, palme e fiori», cioè elementi appartenenti alla realtà terrena («che sono sulla terra, quaggiù», secondo Esodo 20,4).
Nessuno può dunque sostenere che la Scrittura si contraddica.
3. Il divieto di raffigurare Dio nell'Antico Testamento
L'Antico Testamento proibisce tuttavia la rappresentazione di Dio stesso e ne spiega chiaramente il motivo:
«Badate bene a voi stessi, poiché non vedeste alcuna figura il giorno in cui il Signore vi parlò sull'Oreb dal mezzo del fuoco. Non vi corrompete facendovi immagini scolpite...».
(Deuteronomio 4,15-19)
Poiché Dio non era stato visto, gli Israeliti non potevano rappresentarlo in alcun modo, soprattutto secondo l'uso dei pagani, che raffiguravano le loro divinità sotto forma di creature.
Il Dio d'Israele è il Creatore del cielo e della terra e non può essere rappresentato come una creatura.
Fin qui tutto è chiaro. Ma andiamo avanti.
Parte III – L'icona come finestra verso Dio
Possiamo concludere la nostra esposizione sulla differenza tra icona e idolo con alcune precisazioni fondamentali.
L'icona, nel significato che questo termine possiede oggi nel cristianesimo, è ciò che conduce il nostro pensiero, la nostra fede e la nostra lode verso Dio.
L'idolo, invece, è ciò che si interpone tra noi e Dio come un muro, impedendoci di giungere a Lui.
In questo senso, persino ciò che chiamiamo «icona» potrebbe diventare un idolo, qualora il nostro pensiero, la nostra adorazione o la nostra venerazione si fermassero al legno, al vetro, ai colori o alla materia dell'oggetto, senza andare oltre, verso la persona rappresentata.
Perciò, almeno in determinate situazioni, il semplice oggetto materiale non può essere definito automaticamente né «idolo» né «icona», perché tutto dipende dal modo in cui esso viene compreso e utilizzato.
Gli oggetti religiosi che rimandano a Dio e alla Sua santità sono, o almeno dovrebbero essere, delle «finestre verso Dio» e delle manifestazioni della Sua gloria.
La necessità delle immagini sacre
Che lo si voglia o no, l'essere umano, il cui pensiero si forma in larga misura attraverso immagini e rappresentazioni visive, ha bisogno di esse, almeno in alcune circostanze e, probabilmente, nella maggior parte dei casi.
La questione non riguarda semplicemente l'arte o la decorazione, ma il modo in cui l'uomo percepisce e interiorizza le realtà spirituali.
Per questo motivo la presenza di immagini sacre accompagna la storia religiosa dell'umanità e trova una particolare espressione nella tradizione cristiana.
Le immagini sacre nell'Antico Testamento
Un ultimo aspetto che merita di essere sottolineato è che le immagini e gli oggetti sacri non erano soltanto permessi, ma erano anche onorati, e attraverso di essi si manifestavano la gloria e la potenza di Dio.
Come vediamo in Esodo 3,1-5, Dio può manifestarsi in modo particolare in determinati luoghi, pur essendo onnipresente.
Questo valeva soprattutto per il Tempio di Gerusalemme.
Secondo 2 Cronache 7,2-3, la gloria divina riempì il Tempio in modo così evidente che i sacerdoti non poterono entrarvi.
Anche gli oggetti sacri contenuti nel Tempio partecipavano a questa speciale consacrazione.
Dio aveva scelto di manifestarsi e di parlare «fra i due cherubini posti sopra l'Arca dell'Alleanza» (cfr. Esodo 25,22).
Quando il re Baldassarre profanò i vasi sacri provenienti dal Tempio di Gerusalemme, la sua empietà fu immediatamente giudicata da Dio, come narra il capitolo 5 del libro di Daniele.
Questi episodi mostrano che la Scrittura non considera tutti gli oggetti allo stesso modo: alcune realtà materiali possono essere consacrate al servizio di Dio e diventare strumenti della Sua presenza e della Sua azione.
E nel Nuovo Testamento?
Partendo da queste premesse, è naturale domandarsi se nella Chiesa della Nuova Alleanza la gloria di Dio non si manifesti ancor più attraverso gli oggetti liturgici, comprese le icone e i vasi sacri.
Se già nell'Antico Testamento gli oggetti consacrati al culto erano trattati con rispetto e venerazione, a maggior ragione ciò dovrebbe valere nel Nuovo Testamento, dove il sacrificio di Cristo ha portato a compimento e superato le figure dell'antica economia.
In questo contesto sorge una domanda legittima.
Per quale motivo molti neoprotestanti considerano i sacri vasi liturgici — destinati a contenere il Corpo e il Sangue di Cristo, o almeno ciò che essi stessi ritengono esserne il simbolo — come semplici recipienti ordinari?
E per quale motivo considerano le icone come semplici immagini decorative o, peggio ancora, come idoli?
Conclusione
La Sacra Scrittura distingue chiaramente tra:
l'idolo, che rappresenta una falsa divinità e conduce lontano dal vero Dio;
l'icona, che rimanda alla persona rappresentata e orienta il credente verso Dio.
L'idolo è fine a se stesso.
L'icona è un segno che rinvia oltre se stessa.
L'idolo chiude l'uomo nella realtà materiale.
L'icona apre l'uomo alla realtà spirituale.
Per questo motivo l'identificazione tra icona e idolo non trova fondamento né nella terminologia biblica, né nel contesto storico della Rivelazione, né nella dottrina cristiana dell'Incarnazione.
Se il Figlio di Dio si è fatto uomo, si è lasciato vedere, ascoltare e toccare, allora può anche essere rappresentato.
E proprio questa possibilità di rappresentare visibilmente il Verbo incarnato costituisce uno dei frutti più significativi del mistero dell'Incarnazione.
L'icona non sostituisce Dio.
L'icona testimonia che Dio è venuto nel mondo e si è lasciato contemplare dagli uomini.

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