Il seguente studio è una disamina storica dell'azione del Patriarcato di Bucarest nello spazio europeo negli ultimi trent'anni.
La situazione in Italia
In Italia abbiamo più di 500 parrocchie ortodosse romene appartenenti al Patriarcato di Bucarest, una decina di chiese ortodosse tradizionaliste appartenenti al BOSVR (Metropolia di Slatioara), senza contare le entità romenofone di altre giurisdizioni come l'eparchia moldava sotto i russi, le stesse chiese del patriarcato di Mosca in cui si celebra in più lingue, e altre realtà non ufficiali né tradizionali dello spazio peninsulare.
Se i romeni sono ormai una presenza stabile sul territorio italico e la loro struttura ecclesiale è ormai presente in ogni centro abitato di grandi o medie dimensioni, è da aggiungere che lo spirito che nutre queste comunità non è quello dell'integrazione nè della evangelizzazione (nè attiva nè passiva), bensì della cappellania etnica.
Questo sviluppo è strettamente legato all’evoluzione dei flussi migratori romeni verso l’Italia, specialmente dopo il 1989 e, successivamente, dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea nel 2007.
Secondo il sito ufficiale della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia, le prime comunità ortodosse romene in Italia nacquero già negli anni Settanta e Ottanta, soprattutto nelle grandi città. Le prime parrocchie furono fondate a Milano nel 1975, Torino nel 1979, Bari nel 1983 e Firenze nel 1984. In quel periodo la presenza romena era ancora limitata e le comunità dipendevano ecclesiasticamente dalla Metropolia Ortodossa Romena dell’Europa Occidentale e Meridionale.
Il cambiamento decisivo avvenne dopo la caduta del regime comunista in Romania nel 1989. L’apertura delle frontiere e la crisi economica che seguì alla transizione post-comunista spinsero centinaia di migliaia di romeni a emigrare verso l’Europa occidentale, e in particolare verso l’Italia. Parallelamente alla crescita della diaspora romena, aumentò anche la necessità di strutture religiose capaci di offrire assistenza spirituale, sostegno culturale e punti di riferimento comunitari.
Maria Chiara Giorda, docente di Storia delle Religioni all’Università Roma Tre, sottolinea che dalla fine degli anni Ottanta si verificò “un incremento massiccio dei flussi migratori di romeni in Italia”, al quale la Chiesa Ortodossa Romena rispose organizzando “parrocchie, missioni e monasteri”. Lo studio evidenzia inoltre come il processo di istituzionalizzazione religiosa abbia seguito diverse fasi: inizialmente le comunità ortodosse celebravano nelle chiese cattoliche ospitanti; successivamente molte comunità iniziarono a utilizzare edifici cattolici dismessi; infine, negli ultimi anni, alcune parrocchie hanno costruito luoghi di culto propri. A chi interessa l'articolo per intero, è disponibile qui.
Negli anni Novanta la crescita delle parrocchie fu rapida ma ancora relativamente disorganizzata. Tuttavia, nei primi anni Duemila il Patriarcato di Romania iniziò a strutturare in modo più sistematico la presenza ecclesiastica in Italia. Secondo la cronologia ufficiale della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia, nel giugno 2004 il vescovo Siluan fu nominato vescovo vicario per l’Italia, dove allora esistevano già 34 parrocchie.
La fondazione ufficiale della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia rappresentò una svolta fondamentale. La diocesi fu istituita nel 2007-2008 dal Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena, con sede a Roma. Secondo Vatican News, la costituzione della diocesi avvenne in risposta a una presenza romena che aveva ormai superato il milione di persone, rendendo quella romena “la comunità ortodossa più numerosa d’Italia”.
Nel 2008 la nuova diocesi comprendeva circa 70 parrocchie distribuite sul territorio nazionale. Da allora la crescita è stata continua. Il sito ufficiale della diocesi riporta che oggi la struttura ecclesiastica comprende 24 decanati, circa 280 parrocchie, 4 monasteri, 2 eremi, 5 cappelle diocesane e 3 centri pastorali missionari. Inoltre, il clero diocesano conta circa 300 sacerdoti.
Questa crescita non è stata soltanto numerica, ma anche sociale e culturale. Le parrocchie ortodosse romene sono diventate veri centri di aggregazione per la diaspora. Oltre alla celebrazione della liturgia, esse svolgono attività educative, filantropiche e culturali. La diocesi organizza pellegrinaggi, attività giovanili, assistenza ai migranti, sostegno alle famiglie e iniziative caritative. Secondo la Diocesi Ortodossa Romena d’Italia, esistono anche missioni specifiche dedicate ai fedeli provenienti dalla Bessarabia e dalla Bucovina del Nord, ovvero tentativi di appropriazione delle minoranze romenofone nei paesi confinanti, ma di questo parleremo dopo.
Un aspetto particolarmente importante nello sviluppo della Chiesa Ortodossa Romena in Italia è stato il rapporto con la Chiesa cattolica italiana. Molte comunità ortodosse romene, soprattutto nei primi anni di insediamento, hanno celebrato nelle chiese cattoliche concesse in uso dalle diocesi locali. Vatican News sottolinea come questa collaborazione abbia rappresentato un importante esempio di accoglienza e dialogo ecumenico. Padre Gheorghe Militaru, rappresentante della diocesi romena, ha evidenziato il “rapporto fraterno” sviluppatosi tra cattolici e ortodossi romeni in Italia.
Dal punto di vista giuridico e istituzionale, un momento significativo fu il riconoscimento ufficiale della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia da parte dello Stato italiano nel 2011. Secondo il sito ufficiale della diocesi, nel 2009 fu avviato il procedimento presso la Prefettura di Roma per il riconoscimento giuridico della diocesi, conclusosi positivamente due anni dopo. Le parrocchie romene, che potrebbero essere di capitale importanza per lo sviluppo di una ortodossia italiana, rimangono invece centri culturali specifici della romenità, con azioni sociali e cura linguistica specifica dei romeni.
Il Patriarcato Ortodosso Romeno e l’influenza geopolitica nei territori “irredenti” del nazionalismo romeno
Negli ultimi decenni il Patriarcato Ortodosso Romeno ha assunto un ruolo sempre più rilevante non soltanto nella vita religiosa della Romania, ma anche nella costruzione dell’influenza culturale e geopolitica romena nei territori considerati “storicamente romeni” da parte di alcuni ambienti nazionalisti. Tra questi territori figurano soprattutto la Repubblica di Moldova, la Bucovina del Nord oggi appartenente all’Ucraina e alcune aree della Voivodina serba abitate da minoranze romene e valacche. In tali regioni la Chiesa Ortodossa Romena agisce non solo come istituzione religiosa, ma anche come strumento di continuità linguistica, culturale e identitaria.
Il concetto di “Romania Mare” (“Grande Romania”) continua infatti a influenzare parte del dibattito culturale e politico romeno contemporaneo. Sebbene lo Stato romeno moderno riconosca pienamente i confini internazionali attuali, alcuni ambienti nazionalisti e associazioni culturali considerano ancora Moldova, Bucovina del Nord e altre regioni come territori storicamente appartenenti allo spazio etnico e spirituale romeno. In questo contesto il Patriarcato Romeno svolge una funzione particolarmente delicata, poiché la presenza ecclesiastica può facilmente assumere anche una dimensione geopolitica.
Il caso più importante è certamente quello della Repubblica di Moldova. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la questione ecclesiastica moldava divenne immediatamente uno dei principali terreni di competizione tra Mosca e Bucarest.
Storicamente il territorio dell’attuale Moldova orientale faceva parte della Bessarabia, annessa dall’Impero Russo nel 1812 e successivamente incorporata nella Romania tra il 1918 e il 1940. Durante il periodo interbellico il Patriarcato Romeno estese la propria giurisdizione ecclesiastica sulla regione. Dopo la riannessione sovietica del 1940, tuttavia, Mosca ristabilì il controllo del Patriarcato Russo sul territorio.
Con l’indipendenza moldava del 1991 emersero due strutture ortodosse concorrenti:
- la Metropolia di Chișinău e di tutta la Moldova, subordinata al Patriarcato di Mosca;
- la Metropolia di Bessarabia, riattivata dal Patriarcato Romeno e subordinata canonicamente a Bucarest.
Secondo il sito ufficiale della Metropolia di Bessarabia, quest’ultima considera sé stessa la continuazione storica della struttura ecclesiastica romena esistente prima dell’occupazione sovietica. (mitropoliabasarabiei.md)
La disputa ebbe anche importanti conseguenze politiche e giuridiche. Per molti anni le autorità moldave, influenzate da ambienti filorussi, rifiutarono di riconoscere ufficialmente la Metropolia di Bessarabia. Nel 2001 il caso arrivò alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che nel 2004 condannò la Moldova per violazione della libertà religiosa, imponendo il riconoscimento legale della Metropolia subordinata a Bucarest. (hudoc.echr.coe.int)
Da allora la presenza del Patriarcato Romeno in Moldova è cresciuta costantemente. Secondo diversi osservatori geopolitici, la competizione ecclesiastica rappresenta anche uno scontro simbolico tra l’influenza russa e quella romena-europea nello spazio moldavo. La lingua liturgica romena, i legami culturali con Bucarest e il sostegno economico offerto dal Patriarcato Romeno alle parrocchie moldave hanno rafforzato il ruolo della Metropolia di Bessarabia come vettore di integrazione culturale romena.
Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, numerosi sacerdoti moldavi hanno iniziato a lasciare il Patriarcato di Mosca per aderire alla Metropolia di Bessarabia, spesso con lauti stipendi (che i russi non danno) e con altri benefit europei.
La Bucovina del Nord, oggi parte dell’Ucraina (oblast’ di Černivci), rappresenta un altro territorio di forte rilevanza storica per il nazionalismo romeno. La regione appartenne al Principato di Moldavia fino al XVIII secolo, passò poi all’Impero Asburgico e infine alla Romania nel periodo tra le due guerre mondiali. Nel 1940 venne annessa dall’Unione Sovietica.
Anche in questo caso la dimensione ecclesiastica è strettamente intrecciata alla memoria storica romena. La popolazione romenofona della regione continua a mantenere forti legami culturali e religiosi con la Romania. Il Patriarcato Romeno sostiene scuole, attività culturali e parrocchie frequentate dalla minoranza romena locale.
Secondo diversi studi accademici dedicati alle minoranze romene in Ucraina, la Chiesa ortodossa costituisce uno degli strumenti principali per la preservazione dell’identità etnica romena nella regione. Attraverso la liturgia in lingua romena, il sostegno ai monasteri storici e le visite pastorali dei gerarchi romeni, il Patriarcato mantiene viva una continuità simbolica con il passato interbellico.
Negli ultimi anni la questione si è intrecciata anche con il conflitto ecclesiastico ucraino seguito alla creazione della Chiesa Ortodossa dell’Ucraina autocefala nel 2018. Il Patriarcato Romeno ha adottato una posizione prudente, evitando uno scontro diretto sia con Mosca sia con Kiev, ma continuando a rivendicare tutela pastorale per le comunità romenofone dell’Ucraina occidentale.
Secondo il quotidiano romeno Adevărul, Bucarest ha più volte richiesto alle autorità ucraine maggiori garanzie per l’uso della lingua romena nelle scuole e nella vita religiosa della Bucovina del Nord.
Più limitata ma comunque significativa è la presenza ecclesiastica romena nella Voivodina serba e nelle regioni orientali della Serbia abitate da popolazioni valacche (vlahi). Qui il Patriarcato Romeno sostiene le comunità romene storiche del Banato serbo e cerca di rafforzare l’identità romena delle popolazioni valacche della Serbia orientale.
La questione è particolarmente delicata perché le autorità serbe e la Chiesa Ortodossa Serba tendono spesso a distinguere tra “romeni” e “valacchi”, considerando questi ultimi un gruppo separato. Il Patriarcato Romeno, invece, ha spesso sostenuto l’origine romena dei valacchi e ha richiesto il diritto di organizzare parrocchie in lingua romena anche nelle regioni orientali della Serbia.
Secondo un rapporto pubblicato da Balkan Insight, negli anni Duemila si verificarono tensioni diplomatiche tra Serbia e Romania proprio a causa dell’apertura di chiese romene nei territori abitati dai valacchi. (balkaninsight.com)
Nel 2009 il Patriarcato Romeno istituì l’Episcopato Ortodosso Romeno della Dacia Felix, con giurisdizione sui fedeli romeni della Serbia. Questa decisione provocò proteste da parte della Chiesa Ortodossa Serba, che considerava tali territori parte della propria giurisdizione canonica tradizionale.
Anche in questo caso emerge chiaramente la dimensione geopolitica dell’azione ecclesiastica: la difesa della lingua liturgica e dell’identità culturale romena si intreccia con questioni di sovranità nazionale, minoranze etniche e influenza regionale.
Religione, identità nazionale e geopolitica
Nel complesso, il Patriarcato Ortodosso Romeno rappresenta oggi uno degli strumenti più importanti del “soft power” culturale romeno nello spazio dell’Europa orientale e balcanica. Pur evitando ufficialmente rivendicazioni territoriali, la sua azione pastorale nei territori storicamente contesi contribuisce a mantenere vivi legami culturali, linguistici e storici con le comunità romenofone al di fuori dei confini della Romania.
La religione ortodossa assume così una funzione che supera la semplice dimensione spirituale. In Moldova, Bucovina del Nord e Serbia orientale, la presenza ecclesiastica romena diventa anche un mezzo di conservazione dell’identità nazionale e uno strumento di influenza geopolitica.
Allo stesso tempo, questa strategia espone il Patriarcato Romeno a tensioni costanti con il Patriarcato di Mosca, la Chiesa Ortodossa Serba e, in alcuni casi, anche con le autorità statali locali. La competizione tra giurisdizioni ecclesiastiche ortodosse riflette infatti conflitti più ampi riguardanti memoria storica, appartenenza nazionale e orientamento geopolitico nello spazio post-sovietico e balcanico.
In conclusione, il ruolo del Patriarcato Romeno nei territori considerati “irredenti” da parte di alcuni ambienti nazionalisti romeni mostra come le Chiese ortodosse nell’Europa orientale continuino a essere attori non soltanto religiosi, ma anche culturali e geopolitici. Attraverso la rete delle parrocchie, delle diocesi e delle istituzioni culturali, il Patriarcato contribuisce a mantenere viva una particolare idea di continuità storica romena oltre gli attuali confini statali.
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