Non c’è uomo che viva e non pecchi, come dice una preghiera della Chiesa. Tuttavia, questo deve essere compreso correttamente: come un invito a purificarci dal peccato il più profondamente possibile, a ricadere nel peccato il meno frequentemente possibile in futuro e a non ripetere mai più i peccati mortali una volta che li abbiamo confessati. Quando acquisiamo questa consapevolezza della necessità di purificazione e manifestiamo un pentimento autentico e operoso, è tempo di prepararci alla confessione e di cercare un sacerdote esperto. Cominciamo dunque dalla preparazione alla confessione.
La preparazione è sempre necessaria per la confessione, poiché la confessione è (sottolineiamolo ancora una volta) un atto terapeutico destinato a purificare e guarire le ferite della nostra anima, affinché non si infettino, non imputridiscano e — Dio non voglia — non vengano portate nell’eternità in tale stato, quando non sarà più possibile guarirle. In questo senso, mentre ci prepariamo alla confessione, dovremmo tenere presente che il sacerdote non è un agente di polizia che ci interroga per accertare una qualche colpa, né un giudice che pronuncia una condanna per un reato dimostrato, ma un medico che ascolta attentamente la natura della ferita peccaminosa dell’anima, affinché possa purificarla, applicarvi un balsamo, fasciarla e poi offrire una terapia spirituale concreta attraverso la quale noi stessi possiamo continuare a curare quella ferita. Qui l’analogia con la medicina è quasi completa: il sacerdote è soltanto un servitore del Vero Medico dell’anima e del corpo, il Signore Gesù Cristo. Perciò è molto importante trovare un sacerdote spiritualmente esperto, capace di curare adeguatamente le ferite della nostra anima.
Ogni sacerdote deve essere trattato con il dovuto rispetto, perché ogni sacerdote (purché sia canonico e custodisca la vera fede) possiede la grazia necessaria per celebrare i sacri misteri. Tuttavia, non ogni sacerdote è anche un padre spirituale, poiché questo è un dono particolare che richiede in parte anche esperienza; perciò è consigliabile scegliere con cura il proprio confessore. D’altra parte, questo non significa che si debba essere eccessivamente selettivi riguardo a dove confessarsi, perché alla fine si rischia facilmente di rimanere senza confessione. Spesso sarà sufficiente rivolgersi al proprio parroco, al quale la Chiesa ha affidato la cura di una determinata comunità. Se egli è soltanto un “medico di base”, ciò sarà comunque sufficiente per guarire la maggior parte delle ferite della nostra anima, mentre per quelle più gravi e complesse ci darà un “rinvio”, cioè ci indirizzerà a uno “specialista” spiritualmente più esperto.
Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo avuto bisogno di sottoporci a una normale visita medica e sappiamo che talvolta è opportuno, e altre volte necessario, presentarsi preparati con esami di laboratorio e tutto ciò che può aiutare il medico a formulare una diagnosi il più precisa possibile e a prescrivere la terapia adeguata. È inoltre naturale che durante una visita descriviamo noi stessi il nostro stato di salute, i sintomi e tutto ciò che riteniamo il medico debba sapere: tutto ciò che facilita il suo lavoro e gli consente di formulare la migliore diagnosi possibile. Se il medico ha ulteriori domande, le farà, e noi risponderemo sinceramente, per il nostro stesso bene.
Immaginiamo ora uno scenario completamente diverso: un paziente si presenta dal medico completamente impreparato, senza portare alcuna documentazione necessaria e, quando il medico gli chiede delle sue condizioni, parla soltanto in termini vaghi — forse qualcosa gli fa male, ma non è nemmeno sicuro che gli faccia male o dove gli faccia male — eppure, d’altra parte, sa perfettamente quali malattie abbiano i suoi familiari, parenti e vicini, mentre lui stesso (a differenza loro) è, in linea di principio, sano e soffre soltanto dei piccoli disturbi della vita quotidiana. Quando gli si chiede perché sia venuto alla visita e abbia occupato un appuntamento che altri stavano aspettando, il paziente risponde che è venuto semplicemente per adempiere a un requisito formale, quello del controllo annuale (in altre parole, è venuto soltanto per formalità). Per quanto una situazione del genere possa sembrare bizzarra, qualcosa di molto simile accade ogni giorno nella vita della Chiesa quando si tratta della confessione.
Se facessimo un sondaggio tra i sacerdoti e chiedessimo loro quale sia l’aspetto più difficile della loro vocazione, quasi certamente scopriremmo che nella maggior parte dei casi la risposta sarebbe la confessione. Ma non a causa dei peccatori che si pentono sinceramente, cioè di coloro che si preparano alla confessione e cercano la guarigione della propria anima; piuttosto a causa dei sedicenti “giusti”, che si presentano alla confessione impreparati, oppure per vantarsi della loro presunta salute spirituale, oppure per parlare delle malattie spirituali dei loro vicini (o di tutte queste cose insieme). Quando invece una persona arriva preparata a confessarsi sinceramente, il sacerdote è completamente sollevato da ogni peso e tutto ciò che gli resta da fare è ascoltare attentamente, con preghiera interiore, chi gli sta davanti, offrire un consiglio spirituale concreto e leggere la preghiera di assoluzione per i peccati specificamente confessati.
La situazione più difficile per un sacerdote è quando deve spendere la maggior parte delle sue energie cercando di convincere un fedele che dovrebbe davvero confessare qualcosa di concreto, visto che è già venuto a confessarsi, e che non dovrebbe parlare dei peccati degli altri. Dopo una sola simile prova con un presuntuoso cosiddetto “giusto”, che non sente alcun bisogno di pentimento e tuttavia è venuto a confessarsi, un sacerdote di solito perde tante energie quante gliene servirebbero per confessare dieci penitenti sinceri; e non di rado sente il bisogno di cambiarsi la camicia sotto la tonaca, perché spesso è fradicia di sudore a causa della “lotta” con il superbo “giusto” autoproclamato (motivo per cui, in tali situazioni, anche il sacerdote ha bisogno di un bicchiere d’acqua per riprendersi un poco). Pertanto, se si va a confessarsi, non ci si dovrebbe concedere il lusso di richiedere che sia il sacerdote a convincerci a confessare: una simile situazione è di per sé assurda.
Se davvero non sappiamo che cosa dovremmo confessare, ma sentiamo comunque il bisogno di andare a confessarci, allora dovremmo anzitutto chiederci chi siano le persone che ci conoscono meglio e che cosa ritengano debba essere corretto in noi. L’ambiente familiare, in particolare, è un buon punto di partenza per l’autocritica; e così, per iniziare, possiamo porci alcune domande mentre ci prepariamo alla confessione: onoro i miei genitori? Do un buon esempio ai miei figli? Adempio coscienziosamente ai miei doveri coniugali? Rimango fedele al mio coniuge? Si tratta di questioni che quasi tutti comprendono e che generalmente riconoscono in se stessi.
Esiste anche un altro criterio semplice che può aiutarci, fin dall’inizio, a prepararci, ancora prima di entrare nelle questioni più profonde della confessione. Riguarda il fatto di essere misericordiosi oppure dominati dall’avarizia, dal disprezzo per i poveri, dall’insensibilità, dalla durezza di cuore e dall’indifferenza verso le sofferenze altrui. Un cristiano è una persona che, oltre a professare la propria fede, mette se stesso alla prova attraverso le opere di misericordia. Inoltre, il Signore Gesù Cristo ci avverte molto chiaramente che la misericordia sarà il criterio fondamentale del giudizio finale, quando ci sarà chiesto se abbiamo dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati e se abbiamo visitato i malati e i carcerati (cfr. Mt 25,31-46). Queste sono soltanto alcune delle domande che possiamo porci all’inizio, se davvero non sappiamo da dove cominciare.
È sempre consigliabile, prima della confessione, consultare anche qualche guida o manuale per la confessione; dopo di ciò diventerà molto più chiaro che cosa debba essere confessato e che cosa no, e la persona potrà riflettere di conseguenza. E quando una persona è consapevole di ciò che deve confessare, dovrebbe anche essere pratica e accordarsi con il proprio parroco o padre spirituale per stabilire un momento in cui poter venire a confessarsi. Questo perché una confessione approfondita richiede un tempo considerevole e non può essere fatta presumendo che il sacerdote sia disponibile “premendo un pulsante”. Al sacerdote deve essere concesso il tempo necessario per organizzarsi adeguatamente, proprio come si farebbe con un medico scelto, se vogliamo continuare a usare analogie semplici e comprensibili tratte dalla vita quotidiana. Inoltre, il tempo fissato per la confessione dovrebbe essere utilizzato nel miglior modo possibile. Perciò, quando andiamo a confessarci, lo facciamo esclusivamente per la confessione e per nient’altro. Se sentiamo il bisogno di incontrare il sacerdote e parlare con lui di varie questioni, comprese conversazioni spirituali, riserveremo un altro giorno e un altro contesto per questo, separato dalla confessione. È proprio a questo punto che occorre dire qualcosa sulla confessione corretta e su quella scorretta riguardo alla confessione dei peccati specifici.
All’inizio di questa riflessione sulla confessione corretta e su quella scorretta, soffermiamoci brevemente su una pratica piuttosto diffusa: la confessione durante la Divina Liturgia. È qualcosa di particolarmente evidente nelle nostre chiese durante i periodi di digiuno, quando giungono molte persone che non hanno frequentato le funzioni nel resto dell’anno. Questo fenomeno rappresenta una concessione estrema e, sostanzialmente, un’irregolarità, persino una contraddizione rispetto all’ordine sacramentale della Chiesa. Tale forma di confessione dovrebbe essere evitata per quanto possibile e utilizzata soltanto nei casi di assoluta necessità, nella consapevolezza che si tratta di una grande condiscendenza della Chiesa verso coloro che non sono sufficientemente istruiti sul significato e sul modo corretto di confessarsi, e che magari vi si accostano per la prima volta.
Particolarmente preoccupante è il caso di quei cristiani che da anni partecipano regolarmente alla Divina Liturgia e che, di tanto in tanto, si confessano durante la celebrazione stessa (il che significa che, in circostanze ordinarie, adottano una prassi adatta soltanto alle emergenze). Questo è al tempo stesso un errore e un peccato, e reca un enorme danno alla vita ecclesiale. Bisogna dirlo apertamente: se un cristiano che partecipa abitualmente alla vita liturgica persiste nella pratica di confessarsi durante la Divina Liturgia, non si tratta soltanto di una forma di schizofrenia spirituale, ma anche del peccato di mancanza di riverenza verso le cose sante e di una deliberata interruzione del servizio più santo del mondo.
Inoltre, anche il sacerdote che ascolta le confessioni durante la celebrazione viene trascinato in questa situazione anomala, perché per sua natura egli dovrebbe in quel momento concelebrare con i suoi confratelli. E chiediamoci anche qualcosa di molto pratico: che cosa può mai confessare una persona nei due o tre minuti che durano mediamente queste “confessioni liturgiche”? Non possono infatti durare di più, poiché durante i digiuni decine di persone attendono generalmente il proprio turno davanti al leggìo della confessione. Pertanto, anche se questa pratica esiste per determinate ragioni, la confessione durante la Divina Liturgia costituisce una circostanza straordinaria che dovrebbe essere ridotta al minimo attraverso una migliore formazione liturgica dei fedeli e, alla fine, abolita del tutto.
Un secondo aspetto dell’approccio scorretto alla confessione è un grave problema molto diffuso ai nostri giorni: la confessione superficiale dei peccati. Un numero considerevole di persone che si confessano in questo modo inizia il colloquio con il sacerdote con parole di autoassoluzione che suonano più o meno così: «Non ho ucciso nessuno, non ho rubato nulla, non ho commesso adulterio...», per poi aggiungere: «Non ho niente di particolare da confessare; ho soltanto peccati quotidiani». Chiediamoci: le cose stanno davvero come suggeriscono queste formule così familiari?
Anzitutto, confermiamo che nella confessione si dovrebbero certamente menzionare per primi i peccati mortali e manifesti, qualora esistano, sapendo che non esiste peccato che Dio non perdoni a chi si pente sinceramente, lo confessa e giunge a odiare quel peccato. Quanti ex assassini, ladri, fornicatori e dissoluti, dopo un profondo pentimento, hanno vissuto una completa trasformazione e sono diventati persone di vita santa! Del resto, il primo uomo a entrare in Paradiso fu il ladrone pentito (cfr. Lc 23,42-43).
Se però una persona non porta sulla propria anima peccati così gravi, non vi è alcun bisogno di sottolinearlo: in confessione si dice ciò che si ha da confessare, non ciò che non si ha da confessare. Eppure, quando si tratta della ben nota formula «non ho ucciso, non ho rubato, non ho commesso adulterio», la grande maggioranza di coloro che la pronunciano non riflette realmente sul significato delle proprie parole, perché un esame più attento spesso rivela una realtà ben diversa.
Cominciamo dal peccato di omicidio, uno dei più gravi in assoluto. È così grave che un sacerdote medio, nel corso della sua vita, lo ascolta in confessione soltanto poche volte (escludendo naturalmente i cappellani delle carceri, che lo sentono regolarmente). Ma l’aborto volontario e deliberato non è anch’esso un omicidio? Quanti milioni di bambini non nati sono stati uccisi in Serbia dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a oggi, sotto l’influenza di un’ideologia atea imposta con la forza? Inoltre, il peccato dell’uccisione di un bambino non nato non riguarda soltanto la donna, ma anche il marito che vi acconsente. Quanti mariti in Serbia ne sono realmente consapevoli?
Una conclusione simile può essere tratta riguardo al furto, che dopo l’omicidio viene spesso citato come uno di quei peccati la cui assenza sembrerebbe dispensare una persona da una confessione seria. Ma c’è forse qualcuno tra noi che non abbia mai copiato a scuola o all’università? Copiare non è forse un furto della conoscenza altrui e un mezzo disonesto per ottenere voti? E che dire dei diffusi casi di corruzione sistemica e degli affari poco limpidi in cui contratti e appalti vengono ottenuti corrompendo funzionari pubblici? Non è forse un modo disonorevole di procurarsi guadagni?
Oppure come giudicare la pratica particolarmente distruttiva dell’appropriazione indebita dei beni pubblici, che negli ultimi decenni ha assunto nei Balcani un carattere quasi endemico, sia che si tratti del “prelevare” piccoli materiali di produzione dalle fabbriche da parte degli operai, sia che si tratti di “sistemare” grandi contratti di vendita da parte dei dirigenti? San vescovo Nikolaj, nella sua celebre omelia Non rubare allo Stato, perché è stato pagato a caro prezzo, spiega eloquentemente che rubare allo Stato è un peccato molto più grave che rubare a un singolo individuo. La ragione è semplice: chi ruba allo Stato pecca non contro una sola persona, ma contro milioni; e ciò che è ancora più grave, pecca contro il sangue dei martiri che ha impregnato il suolo della patria e contro le lacrime di madri, vedove e orfani di coloro che sono morti per difendere la fede e la patria. Ma in una società in cui da tempo prevale la mentalità secondo cui «la proprietà dello Stato non appartiene a nessuno» e quindi ciascuno dovrebbe «prendere» quanto più possibile, chi riflette davvero su queste cose durante la confessione?
Lo stesso vale per il peccato di adulterio. Anche la sua mancata commissione viene spesso presentata come una sorta di certificato di innocenza davanti al sacerdote, che evidentemente non viene visto come un medico dell’anima, ma come un investigatore criminale. Certamente, un sacerdote ascolterà talvolta la confessione di veri casi di adulterio; molto più spesso, però, sentirà dichiarare che esso non è stato commesso (e ciò verrà sottolineato fin dall’inizio della confessione).
Ciò che spesso si dimentica, tuttavia, è che l’adulterio non consiste soltanto in un atto esteriore, ma anche in ciò che avviene nel cuore. Il Signore Gesù Cristo ci avverte chiaramente che chiunque coltivi nel proprio cuore il desiderio di intrattenere una relazione intima con una persona che non gli appartiene secondo la legge di Dio è già colpevole di adulterio (cfr. Mt 5,28). La logica del mondo è completamente diversa: davanti a un tribunale terreno, una persona che non abbia mai tradito il coniuge nei fatti, ma che quotidianamente alimenti fantasie e desideri impuri verso altri, verrebbe dichiarata innocente. Davanti al giudizio di Dio, invece, essa è infedele, perché commette adulterio nel cuore, che è il centro spirituale della persona umana.
Ugualmente problematica è la seconda formula già menzionata: «Non ho nulla di particolare da confessare; ho soltanto peccati quotidiani». Ciò che si dimentica è che anche questi peccati “quotidiani” possono diventare pericolosi se si accumulano fino al punto di trasformarsi in una seconda natura.
Un uomo, per esempio, racconta ogni giorno piccole bugie, inventa storie, dice mezze verità e alla fine diventa un bugiardo e un ingannatore: questo diventa un tratto stabile del suo carattere. Un altro litiga continuamente, discute, alza la voce e, a un certo punto, diventa così difficile da sopportare che tutti lo evitano, perché provoca costantemente sofferenza agli altri. E così via, con ciascuno di quei peccati apparentemente piccoli che vengono dati per scontati.
In questo senso, non fa alcuna differenza se un uomo porta nello zaino una sola pietra del peso di cento chilogrammi (cioè un peccato grave) oppure mille sassolini da cento grammi ciascuno (cioè mille piccoli peccati accumulati): sulle spalle porterà comunque lo stesso peso.
Quando un pesce viene tirato a riva, non importa se è stato catturato da una grande rete o da un piccolo amo infilato nella pinna: una volta preso, il modo in cui è stato tirato fuori dall’acqua perde importanza. Perciò è essenziale che ci accostiamo alla confessione in modo da confessare non soltanto le grandi “reti” che ci hanno intrappolato, ma anche i piccoli “ami” a cui così spesso restiamo agganciati senza prestarvi attenzione.
Ciò significa che non esistono peccati “abituali” ai quali dovremmo rassegnarci: ogni peccato è una sporcizia che deve essere lavata dall’anima e nessuno dovrebbe essere trascurato come pericolo, per quanto insignificante possa sembrarci.
Particolarmente problematica è un’altra frase diventata anch’essa comune: «Ho bisogno soltanto della preghiera di assoluzione per poter fare la Comunione», insieme alle sue numerose varianti. Cominciamo dall’assurda idea che sia possibile leggere la preghiera di assoluzione senza la confessione di peccati concreti. Da che cosa, precisamente, dovrebbe essere assolto qualcuno se non è legato da nulla?
In realtà, anche un breve esame di coscienza mostra che abbiamo sempre almeno qualcosa da confessare, poiché pecchiamo in parole, opere e pensieri, consapevolmente e inconsapevolmente. Se lasciamo da parte i peccati inconsapevoli e consideriamo soltanto quelli coscienti, chiediamoci quante volte abbiamo peccato soltanto con la lingua. Chi tra noi non ha mai mentito o detto una mezza verità? Chi non ha mai sparlato o giudicato il prossimo? Chi non ha mai pronunciato una parola oscena o una bestemmia? Chi non ha mai litigato o alzato la voce contro qualcuno? Chi non ha mai ferito un altro con una parola? Chi non si è mai abbandonato a chiacchiere inutili? Chi non ha mai deriso qualcuno o detto qualcosa di spiritoso ma inappropriato? Chi non ha mai reagito male nel traffico?
Ecco dunque, già a un primo sguardo, una quantità di peccati evidenti dai quali quasi nessuno di noi è esente. Per questo motivo, l’idea di ricevere la preghiera di assoluzione senza nominare i peccati dai quali si cerca l’assoluzione deve essere respinta come un’assurdità dannosa.
Il problema fondamentale di un approccio superficiale e scorretto alla confessione è che mantiene una persona nella falsa convinzione di aver guarito la propria anima, mentre in realtà ha soltanto coperto una ferita infetta con un filtro, aggravando ulteriormente la situazione. La ferita continuerà infatti a suppurare.
Bisogna quindi sottolineare che una confessione corretta presuppone una confessione sincera, concreta e personale dei peccati.
Anzitutto deve essere sincera e accompagnata dal pentimento. Una confessione ridotta alla semplice lettura di elenchi senza alcun dolore per i peccati commessi non è una vera confessione. Questo non significa che non si debbano mai annotare i propri peccati: al contrario, talvolta può essere utile, specialmente se non ci si confessa da molto tempo. Tuttavia, la confessione non può ridursi alla semplice recitazione di ciò che è stato scritto.
In secondo luogo, deve essere concreta: né troppo generica né eccessivamente dettagliata. Dire semplicemente «litigo» è troppo vago. Con chi? Chi inizia il litigio? Quanto spesso accade? Vi è poi riconciliazione? Se invece una persona confessa di avere un carattere litigioso, di entrare spesso in conflitto con familiari, colleghi o amici e spiega brevemente le situazioni tipiche, allora la confessione è concreta e permette al sacerdote di indicare una terapia spirituale adeguata.
Esiste però anche l’estremo opposto: raccontare minuziosamente ogni episodio, ricostruire l’intera scena e riportare parola per parola tutto ciò che è stato detto. In tal caso l’attenzione e le energie del sacerdote vengono completamente assorbite dai dettagli e il tempo della confessione si esaurisce rapidamente.
Bisogna evitare sia la vaghezza sia l’eccesso di particolari, soprattutto quando si parla di peccati contro la purezza. Non basta confessare genericamente la fornicazione, poiché sotto questo termine possono rientrare realtà molto diverse: dall’incontinenza all’interno del matrimonio in determinati periodi, fino alla masturbazione, alle relazioni extraconiugali o ad altre forme di impurità considerate ancora più gravi. Non tutto può essere racchiuso sotto una sola parola, né tutte le forme hanno la stessa gravità; occorre quindi essere concreti.
Molti provano vergogna nel nominare precisamente questi peccati, ma dovrebbero ricordare che ogni vero sacerdote — soprattutto un autentico padre spirituale — nutre un profondo rispetto per chi confessa i propri peccati con sincerità e chiarezza, perché ciò testimonia la profondità della sua fede. Ripetiamolo ancora: il sacerdote non ha problemi con i peccatori pentiti, ma con i “giusti” orgogliosi.
D’altra parte, anche in questo caso bisogna evitare i dettagli inutili, perché essi riaccendono l’immaginazione di chi si confessa e introducono descrizioni superflue di peccati che dovrebbero essere detestati. Al sacerdote non interessa ascoltare particolari morbosi: il suo compito è aiutare la persona a guarire dalla passione dell’impurità.
Infine, è molto importante sottolineare che la confessione deve essere personale. Ci si presenta per confessare i propri peccati, non quelli degli altri. Potrebbe sembrare ovvio, eppure accade spesso che qualcuno inizi “confessando” i peccati dei vicini, commettendo così durante la confessione stessa un peccato grave: il giudizio del prossimo.
Anche qui vale la stessa regola che si applica nello studio di un medico: si parla della propria salute e dei propri sintomi; della salute altrui soltanto se il medico lo domanda.
Infine, nella confessione si dovrebbe seguire il criterio di nominare per primi i peccati più gravi e seri. Sarebbe infatti inappropriato confessare prima le chiacchiere inutili e soltanto dopo una violenza psicologica o fisica esercitata su un’altra persona. Si potrebbe persino affermare che, se è presente un peccato particolarmente grave, sarebbe opportuno fissare una confessione separata dedicata specificamente a quel problema, così da potervi prestare tutta l’attenzione necessaria.

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