"Ci basta vivere insieme" ovvero come abbiamo superato perfino i pagani (padre Leonid Bartkov)

 Pubblichiamo in italiano le meditazioni del sacerdote Leonid Bartkov pubblicate in inglese su Orthodox Christianity, che ci parlano del complesso rapporto prima del matrimonio e di come i cristiani devono mantenere una vita devota in ogni ambito dell'esistenza.



L’altro giorno mi ha telefonato una mia vecchia amica. Non era esattamente una confessione, quanto piuttosto una conversazione tra due conoscenti che si erano incontrati per una tranquilla chiacchierata in cucina, solo che questa volta attraverso il telefono cellulare. La sua voce era pensierosa, persino un po’ smarrita. E l’argomento che venne fuori era il più quotidiano di tutti: il matrimonio, la famiglia, il modo in cui oggi i giovani (e non solo i giovani) costruiscono le loro relazioni.

«Sai», disse, mescolando il tè con un cucchiaino — si sentiva il tintinnio del cucchiaino contro la tazza — «una mia conoscente ha annunciato che sua figlia e il suo fidanzato hanno deciso di “andare semplicemente a vivere insieme”. Senza certificato di matrimonio, senza nozze, semplicemente sotto lo stesso tetto, per mettere alla prova i loro sentimenti. Tutti intorno dicono che è una cosa sensata, moderna. Ma dentro di me qualcosa si contrae. Dicono che al giorno d’oggi non sia un peccato, che non lo sia più da molto tempo. Ma io continuo a sentirmi a disagio… Noi cristiani ci crediamo davvero?»

E ci siamo messi a parlare. E più questa conversazione sincera, quasi serale, andava avanti, più emergeva chiaramente un pensiero semplice, ma amaro — un pensiero che condividevamo, come due ruscelli che confluiscono in un unico fiume: se vogliamo rimanere cristiani non soltanto di nome, ma nella sostanza, dobbiamo conservare l’atteggiamento tradizionale verso il matrimonio. Non come un reperto da museo, ma come un sacramento vivo e capace di suscitare timore reverenziale. E vi spiego perché.

Ricordo che, mentre ascoltavo la mia amica, mi tornò alla mente una giovane coppia sorridente che una volta era venuta a parlarmi. «Padre», dice il ragazzo con sincero entusiasmo, «abbiamo deciso di sposarci. Ma prima, sa, vorremmo vivere insieme per un anno o due. Conoscerci meglio. Per così dire, fare un “giro di prova”. E poi vedremo».

Allora, a dire il vero, non potei fare a meno di sorridere appena e risposi: «Sai, quando ero diacono avevo una vecchia Volkswagen. Quando la comprai, anch’io passai molto tempo a controllarla: come funzionava il riscaldamento, se il motore faceva qualche rumore strano, quanto olio consumava. Ma perdonami se sono così franco: la tua anima immortale e quella della tua futura sposa non sono un carburatore. E il cuore non è neppure un cambio».

Come si può dunque “mettere alla prova” ciò che, secondo il disegno di Dio, è destinato a essere qualcosa di definitivo, irripetibile e fondato sul sacrificio di sé?

Il mio giovane interlocutore allora esitò, e la sua compagna arrossì. Ma, nella sostanza, aveva espresso ciò che oggi si sente dappertutto: la forma tradizionale della relazione tra il futuro marito e la futura moglie — prima conoscersi con la benedizione dei genitori, mantenere una comunicazione casta, poi il fidanzamento, quindi il matrimonio e la vita sotto lo stesso tetto — viene sempre più dichiarata qualcosa di antiquato, quasi di sconveniente, un “cliché”. La convivenza prematrimoniale, quella stessa “unione civile” di prova, viene quasi presentata come una norma del buon senso.

E qui, miei cari, non voglio tenere una lezione di teologia, ma piuttosto andare al cuore stesso di questa sostituzione. Siamo onesti: quando chiamiamo il peccato “compatibilità psicologica” e “prova della relazione”, stiamo semplicemente cercando di rivestire la nostra debolezza con le sembianze della saggezza filosofica. Stiamo cullando la nostra coscienza, che sussurra silenziosamente ma con insistenza che una casa costruita sulla sabbia dei piaceri passeggeri non resisterà ai venti delle vere sofferenze.

E fu proprio qui che, durante la conversazione con la mia conoscente, facemmo il passo che ora chiedo anche a voi di fare: vediamo dove conduce questo sentiero tortuoso.

Se accettiamo una volta per tutte che il matrimonio non sia altro che un accordo per vivere insieme, per soddisfare le reciproche comodità, per verificare la “compatibilità psicologica”, allora ditemi, con la mano sul cuore: dove si trova il limite?

Se l’essenza del matrimonio si riduce semplicemente al conforto terreno di due persone che si piacciono, che differenza fa il loro sesso? Se la natura sacramentale del matrimonio è scomparsa, se la benedizione di Dio è soltanto un bel rituale antiquato per i deboli di cuore, allora il matrimonio diventa un gioco di costruzioni: oggi assemblo un modello di famiglia con un uomo e una donna, domani, sotto l’influenza delle tendenze europee, la società dice che la stessa “unità sociale” può essere assemblata con due uomini. Il sesso biologico smette di avere importanza, e la tradizione ancora di più. Rimane soltanto la fredda logica della comodità.

Non lo dissi subito alla mia conoscente; era come se stessi assaporando le parole. Rimase in silenzio al telefono, poi sospirò:

«Ecco di cosa si tratta… Questi sono dunque i famosi “valori europei” che ci vengono tanto insistentemente propinati. Prima ci hanno detto: “Vivi per te stesso”, e poi sono arrivati a dire che il matrimonio non è importante: basta che ci sia amore, qualsiasi tipo di amore».

Sì, è proprio così. Quando la società perde il senso della sacralità del matrimonio, inevitabilmente scivola lungo una china pericolosa. E ciò che oggi viene presentato sotto le spoglie del “matrimonio civile” (anche se in realtà si tratta semplicemente di convivenza, perché un matrimonio civile è pur sempre una registrazione ufficiale presso l’ufficio di stato civile — ma torneremo più avanti su questo punto) e ciò che domani diventerà una “unione tra persone dello stesso sesso” non sono due fenomeni differenti, ma anelli della stessa catena.

All’inizio una persona dice: «Voglio vivere con chiunque desideri, senza alcun obbligo». Poi dice: «Voglio vivere con chiunque desideri e voglio che questo si chiami matrimonio, e non venirmi a parlare di natura».

La logica è inattaccabile: se Dio non è nella nostra relazione, allora tutto è permesso.

Devo ammettere che, a questo punto della nostra conversazione, entrambi provammo quella particolare amarezza che si avverte quando si leggono le cronache antiche e improvvisamente ci si riconosce in esse con orrore — ma non certo sotto la luce migliore.

E ricordai come, nei primi secoli del cristianesimo, quando la Chiesa era ancora un piccolo gruppo di persone in mezzo a un infuriato mare pagano, fu proprio l’atteggiamento verso il matrimonio e la famiglia a diventare quella luce che colpiva i pagani fin nel profondo dell’anima.

Trasportiamoci mentalmente nell’antica Roma o nella licenziosa Corinto ellenica. Il mondo pagano, nonostante tutto il suo splendore esteriore, era permeato dal culto della carne e dall’edonismo. La fedeltà coniugale era considerata una stranezza, e la verginità prima del matrimonio era semplicemente una follia. Gli uomini avevano legittime relazioni extraconiugali, le cortigiane erano donne rispettate e i culti di Bacco e Afrodite santificavano le forme più sfrenate di dissolutezza.

E in questo mondo entrarono i cristiani. Persone semplici, spesso analfabete, non senatori e non filosofi. Ma possedevano qualcosa che faceva letteralmente svenire i pagani, abituati al relativismo morale: le loro mogli non tradivano i mariti, i mariti non abbandonavano le mogli, e i giovani uomini e le giovani donne conservavano la castità fino al matrimonio come il più grande dei tesori.

Era un vero scandalo, una rivoluzione dello spirito silenziosa ma sconvolgente.

«Guardate», sussurravano i pagani, «come si amano queste strane persone! Persino i loro matrimoni sono puri, e i figli non nascono da una lussuria occasionale, ma da un amore benedetto».

Fu proprio questo, più che i pamphlet politici, a conquistare i cuori. Il loro tradizionalismo, posto sullo sfondo della dissolutezza pagana, non era ipocrisia, ma il riflesso luminoso di un ordine diverso, celeste.

E ora, seduti nella nostra piccola “filosofia da cucina”, guardammo in faccia la verità amara. Oggi noi, che ci definiamo cristiani, portiamo una croce sul petto, ma talvolta ci comportiamo peggio di quegli antichi pagani.

Perché peggio?

Perché i pagani peccavano per ignoranza. Non conoscevano il Vangelo, non avevano ascoltato le parole del Salvatore: «Ciò dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi». Cedevano alle proprie passioni perché la verità era loro nascosta dalla nebbia dell’idolatria.

Noi, invece, sappiamo meglio. Abbiamo letto sia «Il matrimonio sia onorevole per tutti e il letto sia incontaminato», sia i severi ammonimenti dell’apostolo Paolo. Abbiamo udito che i fornicatori non erediteranno il Regno di Dio.

E tuttavia, quando giustifichiamo la nostra convivenza come una “prova psicologica”, non stiamo semplicemente cadendo: stiamo cercando di spacciare la nostra caduta per un’ascesa.

Alziamo orgogliosamente la testa e diciamo: «Non è fornicazione, è una scelta consapevole fatta da persone mature».

Questa è la tragedia.

Un antico pagano, andando alle Terme di Caracalla per abbandonarsi alla dissolutezza, almeno non diceva che stava andando a pregare. Noi, invece, rivestiamo la nostra debolezza con le vesti della saggezza mondana e arriviamo persino a cercare una benedizione per essa.

Siamo peggiori dei pagani. Loro semplicemente non sapevano; noi invece sappiamo e, nonostante ciò, continuiamo a cercare giustificazioni per noi stessi.

Tutti noi, pastori e gregge, ci troviamo davanti a questa scelta. Ed è qui che emerge quella particolare forma di umorismo sottile che, si dice, è propria dell’autentica vita spirituale: un umorismo che fa piangere.

Abbiamo superato gli antichi pagani, e con tale audacia che essi devono guardarci stupiti dalle loro ombre, scuotendo la testa:

«Voi cristiani avete ricevuto una grazia così grande, e cosa ne fate? Giustificate qualcosa di cui persino noi, pur senza conoscere Dio, almeno qualche volta ci siamo vergognati».

A questo punto ricordai un’altra storia.

Una mia conoscenza, un uomo lontano dalla religione ma a cui piaceva ostentare la propria erudizione, durante una discussione mi disse una volta:

«Padre, perché continuate ad aggrapparvi a queste norme medievali? Nell’antica Atene, Socrate e i suoi discepoli — anche loro, sapete, professavano la libertà nelle relazioni, e nessuno li condannava».

Sorrisi e risposi:

«Amico mio, Socrate bevve la cicuta per la sua filosofia, ma finora nessuno ci ha avvelenati per le nostre “relazioni libere”. Ma se vogliamo appellarci ai pagani, allora facciamolo fino in fondo: almeno loro non avevano giurato fedeltà a Cristo. Noi, invece, siamo battezzati. E siamo chiamati a vivere secondo un criterio diverso».

Rise, allora, ma mi sembrò che ci stesse pensando.

In effetti, parliamoci con tutta franchezza. La Chiesa chiama fornicazione qualsiasi relazione carnale al di fuori del matrimonio benedetto da Dio. Suona duro?

Provate a sostituire quella parola con “smarrimento”. Del resto, in russo, la parola che indica la fornicazione deriva dalla radice che significa “essere perduti”, “smarrirsi”. Una persona vaga nel buio, cercando una vera intimità, ma trova soltanto una sua imitazione. Desidera calore, ma ottiene soltanto una scintilla che si spegne al primo soffio della vita quotidiana.

Del resto, non è un caso che gli psicologi — proprio quelli dietro i quali i sostenitori del “matrimonio di prova” amano nascondersi — osservino che le coppie che hanno convissuto prima di sposarsi divorziano più frequentemente di quelle che sono entrate nel matrimonio mantenendo una conoscenza casta.

Perché?

Perché in un’unione “di prova” una persona entra fin dall’inizio nella relazione con un piano di riserva in mano. Non si fida completamente, non si sacrifica, e, come un acquirente esperto, pesa continuamente i pro e i contro.

«Ho scelto il modello giusto? Forse nel prossimo trimestre uscirà una versione aggiornata?»

Il vero amore è un salto nell’acqua, non una passeggiata nell’acqua bassa con un bastone da passeggio in mano.

E quando io e la mia conoscente arrivammo a questo punto delle nostre riflessioni, mi resi conto che la nostra conversazione aveva smesso da tempo di essere semplicemente una “discussione sul matrimonio”.

Si era trasformata in una quieta, sincera confessione di fede.

Entrambi, guardando verso il nostro passato cristiano e verso il nostro presente condiviso, eravamo giunti alla stessa conclusione.

Non una posizione cupa e brontolona del tipo: «Ah, la gioventù è perduta», ma una posizione luminosa e coraggiosa:

Dobbiamo preservare e trasmettere l’atteggiamento tradizionale verso il matrimonio.

Non come una catena e un peso, ma come il più grande dei tesori.

Dopotutto, è nel sacramento del Matrimonio che due diventano una sola carne, non per una semplice inerzia istintiva, ma per il dono dello Spirito Santo.

Nel matrimonio, così come nel monachesimo, non esistono prove generali né bozze preliminari. Non si può entrare nell’acqua a metà: o si rimane sulla riva, oppure si nuota, confidando in Colui che camminò sulle acque.

Anche i primi cristiani erano considerati arretrati e ipocriti. Il mondo romano scuoteva la testa incredulo:

«Che razza di gente sono questi cristiani, che non assistono ai combattimenti dei gladiatori, non abbandonano i neonati per strada, rimangono fedeli alle loro noiose mogli e non partecipano ai sacrifici idolatrici?»

E alla fine l’Impero crollò, mentre la Chiesa continua ancora oggi.

Forse, dunque, la nostra “non-modernità” è in realtà proprio l’essenza della vera modernità dell’eternità?

E qui, cari amici, voglio dire ciò per cui probabilmente mi sono seduto a mettere per iscritto questa conversazione, finché il ricordo è ancora fresco.

Il matrimonio non è un “giro di prova”, non è un esperimento filosofico e non è un pretesto per fare un bel servizio fotografico in chiesa.

Il matrimonio è una scuola d’amore, e l’Amore, come sappiamo dalla Scrittura, è paziente e benevolo; non cerca il proprio interesse.

In altre parole, è una piccola ma quotidiana Golgota per due persone che accettano di morire l’una per l’altra, affinché un giorno possano risorgere insieme alla gioia incorruttibile.

Nessuna “prova” può preparare a questo miracolo, perché un miracolo non può essere messo alla prova: si può soltanto entrarvi a occhi chiusi, tenendosi stretti alla mano di Dio.

E quando perdiamo questa comprensione, quando, come bambini imprudenti, strappiamo dal cuore del matrimonio il suo cuore stesso — Dio — ci rimane soltanto un guscio vuoto.

E allora non importa più come chiamiamo questo guscio: convivenza, matrimonio ospite o unione tra persone dello stesso sesso.

Sono tutte maschere diverse della stessa orfanità, nella quale le persone cercano di riscaldarsi con il proprio respiro; ma il vento di questo mondo spegne tutte le candele.

Terminai la conversazione e rimasi a lungo seduto accanto alla finestra, osservando il crepuscolo raccogliersi oltre il vetro.

E pensai a quante persone così — inquiethe, ma fedeli alla propria bussola interiore — vivono tra noi. E a quante altre sono ancora in bilico, in attesa non delle nostre esplosioni di rabbia, ma di una parola semplice e chiara di verità.

Parole che dicano che la castità non è un segno di ipocrisia, ma un giardino meraviglioso nel quale può crescere il vero amore.

Che la tradizione non è una vecchia cassa polverosa piena di abiti delle nostre nonne, ma un canale collaudato attraverso i secoli, lungo il quale la nave della famiglia può entrare sana e salva nel porto della salvezza.

E che ogni tentativo di “semplificare la vita” rinunciando alla responsabilità e alla benedizione conduce inevitabilmente a quel porto oscuro dove non ci sono più né Dio né l’uomo, ma soltanto un freddo pragmatismo, che oggi ci permette di “vivere per noi stessi” e domani dichiarerà qualsiasi cosa una norma, pur di privarci delle ultime cose sacre che ci rimangono.

Ricordiamo che quando un pagano dell’antica Atene chiese a un cristiano perché non condividesse il suo modo di vivere libero e spregiudicato, la risposta fu semplice:

«Perché appartengo a Cristo».

E questa risposta capovolse il mondo.

Oggi, quando ci viene detto: «Perché vi aggrappate a questi matrimoni antiquati?», rispondiamo non con parole d’odio, ma con la luce silenziosa della nostra vita familiare.

Una vita nella quale il marito ama la propria moglie come Cristo ama la Chiesa, nella quale la moglie teme il proprio marito — nel senso biblico, cioè lo rispetta con riverenza —, nella quale i figli crescono nella fede e la casa è una piccola Chiesa.

E allora nessun vento “europeo” spegnerà la lampada che Dio stesso ha acceso.

E noi non supereremo gli antichi pagani nella dubbia competizione del declino morale; piuttosto, seguiremo silenziosamente ma fermamente Cristo, nel quale «non vi è né Greco né Giudeo», ma soltanto l’Amore, crocifisso e risorto — proprio quell’Amore per il quale vale la pena vivere, credere e costruire una famiglia.

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