Il Discernimento, la Pazienza e il peccato (San Pietro di Damasco)

 

Offriamo la traduzione di un segmento del libro "Sommario sulla santa sobrietà", volume I, di Pietro di Damasco (XII secolo), uno dei Padri della Filocalia greca. Curioso, quando offre una spiegazione sul segno di croce, marca la pratica di segnarsi con due dita e non con tre. Ma questo è un dettaglio in un trattato molto più ampio in cui il padre monastico ci istruisce sul discernimento, la pietà, il peccato, la decadenza e su come combattere i nostri pensieri.

Sul vero discernimento

Colui che ha ricevuto, per grazia di Dio, il dono del discernimento, nella grande umiltà della mente, deve custodire questo dono con tutte le proprie forze e non deve in alcun modo fare nulla senza discernimento, affinché, peccando consapevolmente per negligenza, non cada sotto una condanna ancora maggiore. E colui che non ha ancora ricevuto questo dono non deve in alcun modo affidarsi ostinatamente al proprio intendimento, alla propria parola o alla propria azione, senza consultare persone esperte, senza una fede salda e senza una preghiera pura — senza la quale non può raggiungere il vero discernimento.

Questo dono nasce dall’umiltà della mente e, in colui che lo possiede, genera la preveggenza, come dicono Mosè e l’autore della Scala — vale a dire la capacità di prevedere le insidie nascoste del nemico e di recidere prima del tempo le occasioni che conducono ad esse, secondo la parola di Davide: «Il mio occhio ha guardato i miei nemici» (cfr. Sal 91,12).

I segni del discernimento sono questi: la conoscenza infallibile di ciò che è bene e di ciò che gli è contrario e, quindi, la conoscenza della volontà divina in ogni impresa. I segni della preveggenza sono: la conoscenza delle proprie future cadute, prima che si manifestino nei fatti — comprese quelle che, mediante astuzia nascosta, provengono dai demoni — e quindi la conoscenza dei misteri nascosti nelle Divine Scritture e nella creazione sensibile.

Anche la loro madre, l’umiltà, ha i suoi propri segni, come è stato detto in precedenza; ma essa si riconosce anche da questo: colui che è umile nella mente deve possedere ogni virtù e, tanto più in quanto debitore in tutto ciò, deve veramente ritenersi inferiore a tutta la creazione.

Ma se non è così, questo stesso fatto dimostra che egli è davvero peggiore di tutta la creazione, anche se pensa di condurre una vita pari a quella degli Angeli. Infatti, persino un vero Angelo, con tante virtù e tanta sapienza, non potrebbe piacere al Creatore senza l’umiltà.

Che cosa si potrà dunque dire di colui che si immagina un angelo e tuttavia è privo di umiltà — di quella che è la causa di tutti i beni presenti e futuri, dalla quale nasce il discernimento, che illumina persino i confini della terra, e senza la quale tutto è tenebra?

Il discernimento è luce, ed è chiamato luce; per questo abbiamo bisogno di questa luce prima di ogni parola e di ogni impresa, affinché possiamo vedere ogni altra cosa e meravigliarcene.

Ci meravigliamo anche di Dio: come, nel primo e sovrano giorno, Egli abbia creato la luce prima di ogni altra cosa, affinché le creature che seguirono non rimanessero invisibili, come se non esistessero, dice Damasceno.

Dunque, il discernimento, come è stato detto, è luce, e la preveggenza che da esso nasce è il più necessario di tutti i doni. Che cosa è infatti più necessario all’uomo che vedere le insidie nascoste dei demoni e custodire la propria anima, con la cooperazione della grazia?

È inoltre necessaria, più di ogni altra fatica, la purezza della coscienza, dice sant’Isacco, e la santificazione del corpo, senza la quale, secondo la parola dell’Apostolo, nessuno vedrà il Signore (Eb 12,14).

Su come non si debba disperare, per quanto si sia peccato

Tuttavia non dobbiamo disperare se non siamo ciò che dovremmo essere.

È una cosa cattiva, o uomo, che tu abbia peccato; ma perché continui a offendere Dio e, nella tua irragionevolezza, Lo consideri incapace di salvarti? Colui che ha creato un mondo quale tu lo vedi, per amore tuo, non può forse salvare la tua anima?

E se dici che questa Sua condiscendenza servirà soltanto a condannarti ulteriormente, allora pentiti, ed Egli accoglierà il tuo pentimento, come accolse il figlio prodigo e la donna peccatrice. Ma se non puoi fare neppure questo e pecchi per abitudine, in cose che non vorresti fare, allora possiedi l’umiltà del pubblicano (Lc 18,13), e questa sarà sufficiente per la tua salvezza.

Infatti, colui che pecca senza pentirsi, ma non dispera, deve necessariamente considerarsi inferiore a tutta la creazione e non osa condannare né rimproverare nessun'altra persona; piuttosto, si meraviglia ancora di più dell’amore di Dio per l’umanità, è ben disposto verso il suo Benefattore e può possedere anche molti altri beni.

Sebbene abbia ascoltato il diavolo quando ha peccato, tuttavia, ancora una volta, per timore di Dio, disobbedisce al nemico che lo spinge verso la disperazione; e per questo appartiene alla parte di Dio, possedendo prudenza, rendimento di grazie, pazienza, timore di Dio e il non giudicare gli altri, affinché egli stesso non sia giudicato — cosa assolutamente necessaria.

Come dice Crisostomo riguardo alla Geenna, essa ci giova quasi più del Regno dei Cieli, poiché attraverso di essa molti entrano nel Regno dei Cieli, mentre attraverso il Regno stesso pochi vi entrano. Tuttavia, entrambe le cose provengono dall’amore di Dio per l’umanità: l’una costringe attraverso il timore, l’altra accoglie nel proprio abbraccio; e attraverso entrambe siamo salvati, per la grazia di Cristo.

Infatti, proprio come coloro che sono assediati da molte passioni dell’anima e del corpo, se sopportano tutto questo senza rinunciare al dominio di sé per negligenza e non disperano, ricevono corone, così anche colui che ha raggiunto l’impassibilità, con riposo e facilità, ricade rapidamente da essa se non confessa continuamente che essa è grazia e non si astiene completamente dal giudicare gli altri.

Se osa fare ciò, dimostra con questo di supporre di aver acquistato le proprie ricchezze con le proprie forze, dice san Massimo.

E come colui che è ancora soggetto alle passioni e non ha ancora ricevuto l’illuminazione della conoscenza corre un grande pericolo se viene posto in autorità sugli altri, come dice Damasceno, così anche colui che ha ricevuto da Dio l’impassibilità e la conoscenza spirituale corre un pericolo se non porta beneficio alle anime degli altri.

Nulla giova tanto al debole quanto il ritirarsi nel silenzio, e nulla giova tanto al passionale e all’ignorante quanto l’obbedienza praticata in esso. Non c’è nulla di meglio che conoscere la propria debolezza e ignoranza, e nulla di peggio che non conoscerle.

Nessuna passione è tanto odiosa quanto l’orgoglio, e nessuna merita tanto scherno quanto l’amore del denaro, che è «la radice di ogni male» (1 Tm 6,10): gli uomini, infatti, dopo aver ricavato con grande fatica il denaro dal metallo della terra, lo seppelliscono nuovamente e inutilmente nella terra. Per questo il Signore dice: «Non accumulate per voi tesori sulla terra» e così via; e ancora: «Perché dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19–21). La mente umana, infatti, è attirata da un forte desiderio e dall’abitudine verso ciò su cui si sofferma a lungo, siano cose terrene, passioni oppure benedizioni celesti ed eterne. Un’abitudine consolidata, di regola, acquista la forza della natura, dice san Basilio Magno.

Quando qualcuno è malato, deve soprattutto prestare attenzione alla testimonianza della propria coscienza, per liberare la propria anima da ogni condanna, affinché forse non giunga la fine della sua vita e allora egli si penta invano e pianga eternamente.

Pertanto, colui che non può sopportare la morte fisica per amore di Cristo, come Egli la sopportò per noi, deve almeno sopportarla spiritualmente, attraverso la propria libera volontà, e sarà martire nella coscienza quando rifiuterà di sottomettersi ai demoni o ai desideri che combattono contro di lui, ma li vincerà — come fecero i santi martiri e i venerabili padri, alcuni dei quali furono martiri nel corpo e altri nello spirito.

Colui che si costringe un poco vince il nemico; colui che è negligente anche solo un poco e si oscura, perisce.


Breve insegnamento sull’acquisizione delle virtù e sul ritiro dalle passioni 

Nulla oscura tanto abitualmente il pensiero quanto l’astuzia, dice Basilio Magno, e nulla illumina tanto la mente quanto la lettura nel silenzio. Nulla produce tanto rapidamente il dolore dell’anima quanto il ricordo della morte, né favorisce tanto il progresso invisibile quanto il rimprovero di sé e il rinnegamento dei propri desideri; e nulla favorisce tanto la rovina invisibile quanto l’autocompiacimento e la soddisfazione di sé. Nulla è tanto causa di offesa a Dio e di punizione per l’uomo quanto la mormorazione, e nulla conduce così facilmente al peccato quanto l’agitazione e l’eccesso di parole.

Nulla aiuta tanto ad acquisire la virtù quanto la solitudine e il pianto; nulla aiuta tanto alla prudenza e al rendimento di grazie quanto la riflessione sui doni di Dio e sulle nostre stesse opere malvagie; e nulla favorisce tanto la crescita di questi benefici quanto lodarli, né concede tanto la salvezza involontaria quanto le tentazioni. Non esiste via più breve verso Cristo — cioè verso l’impassibilità e la sapienza dello Spirito — della via regale, che in ogni cosa si allontana dall’eccesso e dalla mancanza. Nessun’altra virtù conosce così bene la volontà di Dio quanto l’umiltà della mente e l’abbandono di ogni proprio giudizio e di ogni propria volontà. Nulla sostiene tanto ogni buona opera quanto la preghiera pura, e nulla ostacola tanto l’acquisizione delle virtù quanto le cure vane e la distrazione, per quanto piccole.

Nella misura in cui qualcuno possiede la purezza, nella stessa misura si vede come un grande peccatore — proprio perché vede chiaramente; e nella misura in cui pecca molto, nella stessa misura si oscura, anche se continua a considerarsi puro. E ancora: nella misura in cui possiede la conoscenza, nella stessa misura si considera ignorante; e nella misura in cui non conosce la propria ignoranza e la piccolezza della propria conoscenza spirituale, nella stessa misura si considera sapiente. Nella misura in cui colui che lotta sopporta i dolori, nella stessa misura vince il nemico. E qualunque bene un uomo si sforzi di compiere in un solo giorno, deve compierlo allo stesso modo ogni giorno della sua vita, dice san Marco — cioè se è stato realizzato con le proprie forze e il proprio zelo.

Ma se è stata la grazia di Dio, e se è stato grazie a quella grazia, quando essa lo ha visitato, che egli è riuscito a compierlo, quale lode merita? Infatti, egli ritiene di poter fare il bene da sé e condanna ingiustamente gli altri che non riescono a fare lo stesso. Ma colui che pretende qualcosa dal proprio prossimo deve pretenderla da se stesso ancora di più, poiché questo è più giusto. Come i peccatori sono debitori, perché provocano Dio all’ira, così anche coloro che sono coperti dalla Sua grazia, a causa della propria debolezza e della vicinanza alla disperazione, devono tremare ancora di più, come grandi debitori.

E come l’ignoranza delle Scritture è un grande precipizio, secondo la parola di sant’Epifanio, così anche la trasgressione commessa con consapevolezza è un grande male. Fare del bene a un’anima con la parola è più grande che farlo soltanto con la preghiera; e quando qualcuno sopporta il proprio prossimo, per non offendere colui che gli fa torto, ma cerca invece di calmare la sua volontà nel momento della sua agitazione, costui, dice san Doroteo, mostra misericordia verso la sua anima, porta il suo peso e prega per lui, desiderando per lui la salvezza e ogni bene, per il corpo e per l’anima. Questa è pura semplicità senza malizia, che purifica l’anima e la innalza a Dio.

Infatti, la guarigione di un uomo è migliore di ogni altra fatica e virtù. Nulla tra le virtù è più grande o più perfetto dell’amore per il prossimo. Il suo segno non consiste soltanto nell’astenersi dal possedere ciò di cui un altro ha bisogno, ma anche nell’essere disposti a soffrire con gioia la morte per lui, secondo il comandamento del Signore, e nel considerare ciò un proprio dovere. Ed è giusto così; poiché dobbiamo amare il nostro prossimo fino alla morte, non soltanto per diritto di natura, ma anche per amore del purissimo sangue versato per noi da Cristo, che ci ha comandato questo (Gv 15,13).

Non essere amante di te stesso, dice san Massimo, e sarai amante di Dio; non essere compiaciuto di te stesso e sarai amante dei tuoi fratelli. Questo nasce dalla speranza, e la speranza è la fede incrollabile, con tutta la mente, che certamente riceveremo ciò che speriamo. E la speranza, a sua volta, nasce dalla fede salda: dall’assoluta indifferenza dell’uomo verso la propria vita o la propria morte, affidando ogni sua preoccupazione a Dio — come è stato detto in precedenza riguardo a colui che desidera raggiungere i segni dell’impassibilità, il cui fondamento è la fede.

Colui che possiede questa fede deve riflettere che, proprio come Dio ha creato tutte le cose, e noi insieme a tutte le altre, dal nulla, mediante la Sua infinita bontà, così Egli ordinerà anche la nostra anima e il nostro corpo in ogni modo, come Lui solo sa fare.

Sul discernimento dei pensieri e delle suggestioni

Tra i pensieri vi è grande differenza sotto ogni aspetto: alcuni sono senza peccato, mentre altri non lo sono. Ciò che viene chiamato «suggestione» del pensiero — cioè un pensiero di qualcosa di buono o di cattivo — non merita né ricompensa né biasimo. Poi viene l’adesione — vale a dire il conversare con il pensiero, sia verso il consenso ad esso sia verso il suo rifiuto — che merita lode, seppure soltanto lieve, quando è gradita a Dio; e allo stesso modo un lieve rimprovero, quando è malvagia. Dopo questo viene ciò che è chiamato lotta — cioè la vittoria o la sconfitta della mente — che porta una corona o una punizione, quando viene tradotta in atto.

Poi vi è anche il consenso — vale a dire l’inclinazione dell’anima verso ciò che è apparso, unita al piacere che ne deriva — dal quale nasce la cattività, che trascina il cuore con la forza e contro la sua volontà verso la realizzazione dell’atto. E quando un pensiero passionale rimane a lungo nel cuore, si forma ciò che viene chiamato passione, che, attraverso l’abitudine, trascina volontariamente l’anima e propriamente la consegna alla sua realizzazione concreta.

Una simile passione è senza dubbio, in ogni caso, soggetta o a un pentimento proporzionato o al tormento futuro, dice l’autore della Scala — non a causa della lotta stessa, ma a causa della mancata penitenza. Se fosse altrimenti, molti non potrebbero ottenere il perdono senza raggiungere la completa impassibilità. Come dice lo stesso autore della Scala: sebbene non tutti possano essere impassibili, tutti possono essere salvati e riconciliati con Dio.

Pertanto, l’operatore vigilante respinge la malvagia suggestione, madre dei mali, così da recidere immediatamente tutto il male che da essa scaturisce; mentre la buona suggestione deve essere sempre pronta a essere tradotta in atto, affinché corpo e anima possano acquisire una stabile abitudine alla virtù e siano liberati dalle passioni, per la grazia di Cristo. Infatti non abbiamo assolutamente nulla che non abbiamo ricevuto da Lui e non possiamo offrirGli nulla se non la nostra libera volontà — senza la quale non troviamo né la conoscenza né la forza per fare il bene. E anche questo è opera dell’amore di Dio per l’umanità: che non cadiamo sotto condanna per la nostra pigrizia; poiché la pigrizia è l’inizio di ogni male (Sir 33,28). E non solo questo: persino il fare il bene, come si dice nei detti degli anziani, richiede discernimento. Così, la vergine che digiunava per sei settimane, sei giorni alla settimana, e studiava continuamente il Nuovo e l’Antico Testamento, non ricevette il difficile e il facile nella stessa misura. Sarebbe sembrato che, dopo tali fatiche, dovesse aver conseguito i frutti dell’impassibilità; ma ciò non avvenne, poiché anche ciò che è buono non è veramente buono se l’intenzione con cui viene compiuto non concorda con la volontà di Dio.

Infatti troviamo spesso nelle Divine Scritture che Dio, in determinati casi, mostrò dispiacere verso qualcuno che aveva compiuto un’azione che a tutti sembrava buona e, al contrario, accolse un altro che aveva fatto ciò che sembrava cattivo. Ne è testimone quel profeta che disse all’uomo da lui incontrato: «Colpiscimi!»; ma l’uomo che rifiutò di obbedirgli, pensando di fare così il bene, fu ucciso da una bestia selvaggia, come è scritto (1 Re 20,35–36). E Pietro rifiutò che gli fossero lavati i piedi, pensando di fare bene, ma fu costretto a desistere. Dobbiamo dunque cercare e compiere con tutte le nostre forze la volontà di Dio, anche quando essa non ci sembra buona. Per questo anche il compiere il bene non è privo di fatica, affinché non siamo privati della ricompensa per il libero esercizio della nostra costrizione. E, in breve: tutto ciò che Dio ordina nella Sua provvidenza è meraviglioso e al di là della nostra mente e del nostro pensiero.

Perciò la mente deve meravigliarsi non soltanto di ciò che viene compiuto nella Chiesa degli Ortodossi, ma anche dei suoi stessi simboli. Infatti, attraverso il santo battesimo diventiamo figli di Dio per grazia (Gv 1,12; Gal 3,26), senza aver fatto nulla prima di esso e nulla dopo di esso, se non osservare i comandamenti. E come queste realtà tremende — il santo battesimo e la santa comunione — non vengano celebrate senza il sacerdozio, lo dice il divino Crisostomo.

In questo si manifesta l’autorità conferita a Pietro, capo degli apostoli; poiché, se le porte del Regno dei Cieli non vengono aperte attraverso il sacro rito, nessuno può entrarvi, come disse il Signore: «Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3,5). E ancora: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (Gv 6,53).

E come l’antico tempio era, nella sua parte esterna, un’immagine di questo mondo, e i sacerdoti vi offrivano sacrifici, mentre all’interno vi era il Santo dei Santi, dove offrivano incenso composto di quattro sostanze — cioè olibano, mirra, storace e cassia — con le quali erano significate le quattro virtù cardinali, così ciò che veniva compiuto all’esterno del tempio era allora un’opera della condiscendenza di Dio, affinché i Giudei, ancora bambini nell’intendimento, non si volgessero agli idoli attraverso il canto e il lusso.

Ma la nuova Chiesa è immagine dell’età futura e, per questo, ciò che viene compiuto al suo interno è celeste e spirituale. E come nei cieli vi sono nove cori, così anche nella Chiesa: patriarchi, metropoliti, vescovi, sacerdoti, diaconi, suddiaconi, lettori, cantori e monaci.

Infatti, le due dita e una mano rappresentano il Signore Gesù Cristo crocifisso, conosciuto in due nature e in un’unica ipostasi; e la mano destra ricorda la Sua potenza senza limiti e il Suo sedere alla destra del Padre. E, iniziando dall’alto, attraverso la Sua condiscendenza verso di noi dai cieli, e passando nuovamente dal lato destro a quello sinistro, essa mostra la cacciata dei nemici: con la Sua invincibile potenza il Signore ha sconfitto il diavolo, che è a sinistra, impotente e tenebroso.

E così, ancora, attraverso il segno dell’onorevole e vivificante Croce vengono scacciati i demoni e le molteplici malattie; e ciò avviene senza alcuna spesa e senza fatica.

E davvero, chi potrebbe enumerare le lodi della santa Croce?

E come, ancora, attraverso semplici piccoli pigmenti, l’arte dell’iconografia ci pone davanti, come se accadessero ora, così grandi prodigi, compiuti tanto tempo fa dal Signore e da tutti i santi, per la provvidenza di Dio — affinché noi, vedendoli con i nostri stessi occhi, siamo infiammati ancor più dal desiderio, come dice il santo Pietro, capo degli apostoli, nel racconto del martirio di san Pancrazio, suo discepolo.

Tutto ciò che abbiamo menzionato dall’inizio di questo discorso non porta alcun beneficio senza la retta fede, né, in verità, può esistere senza di essa, così come la fede non può esistere senza le opere.

Molti dei santi padri hanno scritto riguardo alla fede e alle opere; ma io, a titolo di memoria, dirò brevemente che dobbiamo avere le nostre opere messe per iscritto, ciascuna nel proprio ordine, e la nostra fede Ortodossa — quale l’abbiamo ricevuta dai santi già menzionati — affinché, insieme a loro, possiamo anche noi ricevere le benedizioni eterne, per la grazia e l’amore per l’umanità del nostro Signore Gesù Cristo, al quale appartengono ogni onore e adorazione, insieme al Suo Padre senza principio e al Suo Spirito tutto santo, buono e vivificante, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.



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