Il senso della "pace" nelle preghiere della Chiesa

La pace nelle suppliche della Chiesa

L’Ectenia delle suppliche è presente nel culto della Chiesa sia nell’ambito dei Santi Misteri, sia nelle celebrazioni sacramentali, nelle preghiere liturgiche e nelle lodi. È un’ectenia attraverso la quale i fedeli chiedono a Dio doni particolari che rendano più agevole il loro cammino verso la salvezza. L’Ectenia delle suppliche rappresenta un vero e proprio programma di vita spirituale per ogni fedele, in vista di una «buona risposta al tremendo giudizio di Cristo» e per poter rimanere per sempre uniti a Lui. Il pensiero del giudizio finale è uno stimolo affinché, avendo l’esempio e l’aiuto della Madre di Dio e di tutti i santi, «noi stessi, gli uni gli altri e tutta la nostra vita» la offriamo a Cristo attraverso il pentimento.

Un tema centrale dell’Ectenia delle suppliche è la «pace»: in ogni supplica pronunciata dal diacono è presente almeno un riferimento alla «pace». Il presente saggio si propone di esporre in maniera originale quale sia lo scopo di questa richiesta e come la pace influenzi la vita e lo sviluppo spirituale dei fedeli. La Chiesa, attraverso le sue celebrazioni, esprime questa verità tanto semplice quanto profonda: la via verso la conoscenza di Dio consiste nella perseveranza quotidiana nel non peccare, stabilendo che preghiamo ogni giorno. Un giorno vissuto nella pace è un giorno compiuto, nel quale l’uomo orienta tutto il proprio essere verso l’eternità.

Ogni supplica ha un significato particolare e, per questo motivo, è necessaria un’analisi approfondita per comprendere come la pace influenzi il cammino verso la salvezza sotto diversi aspetti. Se per quanto riguarda la «giornata nella pace» le cose sono chiare, anche il venerabile Sofronio di Essex affermava che questa sarebbe un perfetto programma quotidiano: con l’aiuto della pace ricevuta dall’alto, l’uomo può impegnarsi a non peccare più.




 L’angelo della pace che chiediamo nelle celebrazioni

Un’espressione particolarmente interessante compare nella supplica successiva: «un angelo della pace». Ma che cosa può significare?

Con questa richiesta chiediamo al Signore di inviare un angelo custode, vigilante e insonne, delle nostre anime e dei nostri corpi. Egli è al tempo stesso angelo della pace, fedele e guida della nostra vita. Ci conduce verso l’illuminazione e verso la conoscenza divina che viene attraverso la fede. Accoglie inoltre le nostre preghiere e le porta al Trono di Dio. Ci difende dalle frecce infuocate del maligno, scagliate con astuzia contro di noi, e dalle tentazioni della vita. Per questo, ogni sera, durante il servizio della Compieta, facciamo memoria di questo angelo. Egli combatte contro Satana nella guerra spirituale che conduciamo per conservare la fede e l’integrità della nostra anima.

L’angelo della pace non è altro che l’angelo custode, che aiuta il fedele a mantenere la pace interiore e la purezza dell’anima nella loro integrità. Come nel caso della supplica precedente, la «pace» si riferisce allo stato interiore di pace al quale l’uomo anela in mezzo alla guerra spirituale contro le forze del male.

L’angelo non deve essere lasciato a faticare da solo, mentre il cristiano confonde la pace con l’accidia. San Nilo l’Asceta diceva:

«Sappi che i santi angeli ci esortano alla preghiera e stanno insieme a noi, si rallegrano e pregano per noi. Se dunque ci mostriamo negligenti e accogliamo i pensieri che i demoni ci portano, faremo molto adirare gli angeli. Infatti, mentre essi combattono tanto, noi non vogliamo pregare Dio neppure per noi stessi; disprezzando il loro ministero e abbandonando il Signore loro Dio, parliamo con gli spiriti impuri».

Preghiamo per la pace della società

La terza supplica che si riferisce alla pace è particolarmente interessante. Essa riguarda la «pace del mondo», che non deve essere intesa in senso letterale. Questa pace, di cui si parla nell’Ectenia delle suppliche, significherebbe piuttosto una risacralizzazione della società odierna.

Allo stesso modo, secondo un’altra interpretazione, la pace non può essere data né dalle «pietre ideologiche» dei sistemi filosofici né dalle «pietre dei catechismi teologici», ma dal cuore umano del fratello, donato come cibo puro. E per questo la pace deve partire «da noi verso il mondo. Il mondo dell’uomo deve rigenerarsi dall’interno e non essere messo in ordine dall’esterno. Poiché gli uomini, se desiderano ritrovare la propria pace, devono sottrarsi al dominio delle cose, e soltanto il riconoscimento di questo fatto porterà alla risacralizzazione del mondo».

È molto importante che, dopo aver posto l’inizio per quanto riguarda la pace interiore e dopo che il fedele si è unito al proprio angelo custode nella lotta per santificare la propria vita e la creazione, adempiendo la missione per la quale è stato creato da Dio, egli possa vivere «il restante tempo della sua vita nella pace e nel pentimento».

Vivere nella pace e nel pentimento trasfigura l’uomo e lo conduce alla vera giovinezza della virtù. A proposito del pentimento, San Basilio Magno afferma:

«Se uno dei medici ti promettesse, attraverso qualche arte e qualche ritrovato, di renderti giovane da vecchio, non desidereresti forse che giungesse quel giorno nel quale vedresti ritornare nel fiore dell’età? Ma quando il pentimento ti promette che rifiorirà nuovamente la tua anima, che tu hai fatto invecchiare e hai reso macchiata e appassita, forse disprezzerai il benefattore e non correrai verso la promessa? Non desidererai vedere quale grande miracolo sia la promessa? Come può l’uomo rinascere senza una madre? Come colui che è invecchiato e si è corrotto a causa dei desideri dell’inganno rifiorisce nuovamente, giunge alla giovinezza e ritorna al vero fiore della giovinezza?».

Né l’età né il modo in cui moriamo sono determinanti, ma soltanto lo stato nel quale ci troviamo in quel momento. Il numero degli anni non determina in modo decisivo lo stato dell’anima e l’eredità eterna, ma soltanto il modo in cui viviamo, in Cristo oppure lontano da Lui.

Così, il peccatore può vivere per centinaia di anni, rimanendo nel peccato, mentre il virtuoso può vivere per pochissimo tempo, ma nella virtù. Tutti gli uomini desiderano una «buona morte», intendendo con ciò che essa giunga in vecchiaia, senza sofferenza e senza paura. Tuttavia, soltanto Dio-Amore sa quale morte sia «migliore» per ciascuno, vale a dire quale sia «più orientata verso la salvezza».

La pace alla fine della vita

Jean-Claude Larchet afferma:

«Per il cristiano, la fine della vita è un momento cruciale. Lo stato spirituale nel quale la morte lo trova è determinante per la sua vita nell’eternità. Il tempo che precede la morte è tempo di pentimento, di riconciliazione con Dio e con i propri simili, di purificazione della mente e del cuore, tempo di fervente preghiera e di forte adesione a Dio».

Anche padre Arsenie Boca ha parlato del tema della pace nell’Ectenia delle suppliche, nell’opera *Il cammino del Regno*.

Potremmo godere di una grande pace, se volessimo non occuparci affatto di ciò che gli altri dicono o fanno, né di ciò che non ci riguarda. La più grande e unica opposizione consiste nel fatto che, una volta divenuti schiavi delle nostre passioni e dei nostri desideri, non compiamo alcuno sforzo per entrare nel sentiero perfetto dei santi.

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo».

Quale dolcezza piacevole, quale amore attraente si trovano in queste parole di Gesù Cristo!

Vi sono due tipi di pace: la pace di Gesù e la pace del mondo.

La pace del mondo comprende preoccupazioni, tristezze, inquietudini, disgusto e rimorsi.

Gesù dice: «Vinci te stesso! Trattieni i tuoi desideri, resisti alle tue brame, spezza le tue passioni e allora il tuo spirito sarà obbediente ai Suoi comandamenti, rimarrà nella pace inesprimibile, e tutte le fatiche della vita, le sofferenze, le ingiustizie e le persecuzioni, nulla turberà la Sua pace, che supera ogni comprensione».

 ***********

FONTE

Commenti