mercoledì 11 dicembre 2013

Due Gregori a Confronto: San Gregorio Magno e "Papa" Gregorio VII


IL PRIMATO PAPALE: 
PENSIERI DEL SANTO PAPA GREGORIO MAGNO SUL PRIMATO PETRINO 
Fonte: Testo del compianto Protosacerdote Gregorio Cognetti
ATTENZIONE: 
le note al testo sono riportate in fondo al documento. 
Tutti sanno che una delle divergenze principali tra Ortodossi e Romano-Cattolici è costituita dal ruolo del Vescovo di Roma nella Chiesa Universale. Per i Romani, il Papa è il capo della Chiesa Universale. Secondo la dottrina Ortodossa, invece il Papa di Roma è soltanto un vescovo, uguale in dignità agli altri vescovi. A questo punto è interessante leggere un’opinione qualificata: quella di S.Gregorio Magno, Papa di Roma (+ 604), la cui festa si celebra nella Chiesa Ortodossa il 12 Marzo. 
Contemporaneo di San Gregorio, era Patriarca 1 di Costantinopoli San Giovanni il Digiunatore (festa il 2 Settembre), San Giovanni era un asceta dalla vita molto pia. Pregava gran parte della notte, e, per non essere vinto dal sonno, era solito inserire dei grossi chiodi nella cera della sua candela: il baccano del chiodo che cadeva in un piatto di metallo posto sotto la candela lo risvegliava se, per caso, aveva ceduto al sonno. San Giovanni, come dimostrato da tutta la sua vita, non era certo persona da tenere ad onori terreni, tuttavia, nell’anno 587 l’Imperatore Maurizio gli conferì il titolo ufficiale di “Patriarca Ecumenico”. 
Oggi questo titolo è indubbiamente altisonante, ma così non era nel VI secolo. Ecumenico viene dalla parola greca oikoumene, che letteralmente significa “il mondo abitato”. Vuoi per scarse conoscenze geografiche, vuoi per la tipica superbia dei conquistatori, i Romani prima, e i Bizantini poi, identificavano “il mondo abitato” con l’impero Romano. Nel VI secolo, appunto, la parola “ecumenico” era usata correntemente come sinonimo di “imperiale”. 
Costantinopoli era la città “ecumenica”. Il bibliotecario capo di Costantinopoli, per esempio, si chiamava “bibliotecario ecumenico”, ma questo stava a significare soltanto che egli era il bibliotecario della città imperiale, e non che avesse la benché minima autorità su tutti i bibliotecari dell’Impero. “Patriarca Ecumenico” pertanto, nel greco di allora, veniva inteso soltanto come “Patriarca della città imperiale”: nient’altro che una maniera differente di dire “Patriarca di Costantinopoli”. A riprova, l’uso sporadico di questo titolo è attestato già molto tempo prima. 
Tutti i guai cominciarono quando il titolo fu tradotto in latino: diventò infatti “Patriarcha universalis”. E papa Gregorio reagì perché credette che Giovanni si arrogasse il primato nella Chiesa. Naturalmente, come abbiamo visto, questa non era affatto l’intenzione del Patriarca. Alcuni autori di matrice Romano-Cattolica affermano che la reazione di Gregorio era intesa a rivendicare il primato a sé stesso. Ma non è vero. I lettori possono controllarlo: le lettere di San Gregorio Magno sono a disposizione di chiunque voglia consultarle 2. Cominciamo proprio dalla lettera che egli inviò al Patriarca Giovanni: “Considera, te ne prego, che, a causa di questa tua sconsiderata presunzione la pace dell’intera Chiesa è turbata e che ciò [cioè il titolo di Patriarca Ecumenico] è in contraddizione con la grazia che è stata data in comune a tutti noi; nella quale grazia senza dubbio tu stesso hai il potere di crescere se avrai la volontà di farlo. E tu diverrai molto più grande se ti asterrai dall’usurpare un titolo superbo e folle: e tu progredirai nella misura in cui non ti farai arrogante a scapito dei tuoi confratelli... Certamente Pietro, il primo degli Apostoli che era egli stesso un membro della Chiesa santa e universale, Paolo, Andrea, Giovanni, che cosa erano essi se non capi di comunità individuali? Ed erano tutti membra sotto lo stesso Capo... tutti costituenti il Corpo del Signore in quanto membra della Chiesa, e nessuno di essi volle essere chiamato universale....ai presuli di questa sede Apostolica, dove io sono servo per volontà divina, fu offerto dal venerabile Concilio di Calcedonia l’onore di essere chiamati universali 3. Eppure nessuno di essi si è mai fatto chiamare con tale titolo, perché, se qualcuno in virtù del rango pontificale avesse assunto su di sé stesso la gloria della unicità, sarebbe sembrato che la negasse a tutti i suoi confratelli...” (Libro V; Lettera XVIII) 
Non conosciamo la risposta di S. Giovanni. Probabilmente non rispose affatto, perché morì circa un anno dopo la data della lettera di San Gregorio (le comunicazioni a quell’epoca erano molto difficili, ed un anno era un tempo assolutamente ragionevole perché una lettera arrivasse da Roma a Costantinopoli). Comunque San Gregorio continuò ad esprimere il suo pensiero sull’Episcopato Universale. Difatti egli scrisse congiuntamente ad Eulogio, Papa di Alessandria e ad Atanasio, Patriarca di Antiochia nei seguenti termini: “Questo nome di Universalità fu offerto dal Santo Concilio di Calcedonia(3) al pontefice della Sede Apostolica dove io sono servo per volontà divina. Ma nessuno dei miei predecessori ha mai acconsentito di usare un titolo così profano, infatti, senza dubbio se un Patriarca viene chiamato Universale, viene diminuito il nome di Patriarca per tutti gli altri. Ma lungi da ciò, lungi dalla mente di un Cristiano che qualcuno desideri arraffare per sè stesso ciò che potrebbe sembrare un abbassamento dell’onore dei suoi confratelli...” (Libro V; Lettera XLIII)
E all’Imperatore Maurizio: 
“Ora in tutta confidenza dico che chiunque si consideri, o desideri essere considerato, Sacerdote Universale, è nella sua folle esaltazione il precursore dell’Anticristo, perché egli si pone per orgoglio al disopra di tutti gli altri...” 
E nuovamente ad Eulogio, Papa di Alessandria: 
“Vostra Santità... voi mi scrivete dicendo ‘Come avete comandato’. Questa parola, ‘comando’, io vi prego di allontanarla dal mio orecchio, perché voi sapete chi sono io e chi siete voi: perché, in quanto a posizione, voi siete miei fratelli, quanto a virtù, padri miei... 
“...nella prefazione della lettera che mi avete indirizzato, nonostante ve lo avessi proibito, avete ritenuto opportuno fare uso di un titolo superbo, chiamandomi ‘Papa Universale’. Ma io prego la Vostra Soavissima Santità di non farlo più, perché ciò che voi date ad un altro oltre il ragionevole limite, voi lo sottraete a voi stesso... Perché se Vostra Santità mi chiama Papa Universale, voi negate a voi stesso ciò che voi date a me nel chiamarmi universale...” (Libro VIII; Lettera XXX) 
Questa storia ci insegna un’altra lezione. Molte volte, quando assistiamo ad eventi che ci sembrano indegni della gloriosa immagine della Santa Chiesa Ortodossa, spesso ci chiediamo “Ma perché Dio permette che tali brutte cose accadano nella sua Chiesa?”. Senza dubbio molta gente, all’epoca di questi avvenimenti si rattristò, a causa dell’equivoco che avvelenò i rapporti tra due pii Vescovi, tra due grandi Santi della Chiesa. E sicuramente, allora come adesso, qualcuno si sarà chiesto: “Ma perché Dio permette che tali brutte cose accadano nella sua Chiesa?”. Oggi la risposta è chiara. Il Santo Spirito ha permesso questo equivoco affinché venisse ben documentata l’opposizione all’ universalità del primato papale da parte di uno dei più grandi Papi della storia. Senza queste lettere, non avremmo una così drammatica evidenza della inconsistenza della dottrina del primato. 
Come tutti ben sanno, la dottrina Romano-Cattolica del primato pontificio si basa su due punti: 
1) Una presunta effettiva supremazia di San Pietro sugli altri Apostoli (e quindi non un semplice primato d’onore); e 
2) La trasmissione di questa supremazia ai Vescovi di Roma, in quanto esclusivi successori dì S. Pietro. 
L’opinione ‘di S. Gregorio Magno sul primo punto l’abbiamo già vista espressa nella lettera a San Giovanni il Digiunatore, quando affermava che San Pietro, San Paolo, Sant’Andrea, San Giovanni e gli altri Apostoli erano tutti ugualmente capi delle comunità particolari, e tutti ugualmente membra del Corpo di Cristo, e ugualmente sottoposti a Lui.  Per quanto riguarda invece il secondo punto, San Gregorio riteneva che la successione sul “trono di Pietro” fosse si un onore di cui mostrarsi responsabilmente degni, ma che non conferisse alcun potere particolare:anzi, che addirittura fosse ugualmente condiviso tra il Papa di Roma, il Papa di Alessandria e il Patriarca di Antiochia. Leggiamo infatti cosa egli scrive al già più volte citato Eulogio, Papa di Alessandria: “Vostra soavissima Santità: mi avete parlato molto nella vostra lettera della Cattedra di San Pietro, il primo degli Apostoli, e infatti colui che mi parla della Cattedra di San Pietro, altri non è che colui che occupa la Cattedra di San Pietro... difatti il suo seggio è in tre luoghi. Infatti egli ha esaltato il seggio in cui si è degnato di fermarsi e di finire la sua vita 4. Egli stesso ha adornato il seggio dove mandò il suo discepolo ed evangelista 5 Egli stesso ha stabilito il seggio in cui, prima di lasciarlo, sedette per sette anni 6. Pertanto il seggio è uno, su cui per autorità divina tre vescovi ora presiedono: tutto ciò di buono che sento di voi, io lo assumo per me, e se voi pensate qualche cosa di buono di me, assumetelo a vostro merito, perché noi siamo una sola cosa in Lui che dice: come Tu, padre, sei in me, e io in Te, così essi siano una sola cosa in noi “.,.“ (Libro VII; Lettera XL) 
E ad Anastasio, Patriarca di Antiochia: “Poiché noi abbiamo il principe degli Apostoli in comune, così nessuno di noi pensi di essere da solo il discepolo dello stesso principe” (Libro V; Lettera XXXIX) 
E nuovamente a Eulogio, Papa di Alessandria: “Lode e gloria nei cieli a [te] mio santo fratello, attraverso cui la voce di San Marco continua a risuonare dalla Cattedra di San Pietro!”(Libro X; Lettera XXXV) 
E sempre allo stesso Eulogio, in una lettera di presentazione per alcuni pellegrini: 
“I latori di questi doni vengono dalla Sicilia, si sono convertiti dall’errore del monofisismo e si sono riuniti alla Chiesa Universale. Poiché desiderano recarsi alla Chiesa del Santo Pietro, primo degli Apostoli, mi hanno chiesto questa lettera di raccomandazione alla Vostra Santità, affinché possiate assisterli contro gli attacchi degli eretici...”. (Libro XII; Lettera L) 
E si potrebbe continuare ancora. 
Se San Gregorio Magno, per un miracolo, tornasse in vita oggi, dove troverebbe professata la sua fede, nella Chiesa Cattolica-Romana, o in quella Ortodossa? 
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NOTE AL TESTO: 
(1) Il titolo di Patriarca a quell’epoca era usato onorificamente per il Vescovo che era a capo di ciascuna delle cinque circoscrizioni ecclesiastiche in cui era diviso l’Impero. Essi erano: il vescovo di Roma, il Vescovo di Costantinopoli, il vescovo di Alessandria, il Vescovo di Antiochia e il vescovo di Gerusalemme. Il vescovo di Roma e quello di Alessandria venivano, e vengono tutt’oggi chiamati in alternativa anche “Papa”. In seguito al ben noto scisma del 1054, il Patriarcato di Roma si trovò a Costituire da solo la Chiesa detta Romano-Cattolica (o, comunemente, “Cattolica”) mentre gli altri quattro Patriarcati continuarono a usare il nome tradizionale di Chiesa Cattolica Ortodossa (o, comunemente, “Ortodossa”). Con la conversione degli Slavi, altri Patriarcati poi si aggiunsero a questi quattro. 
(2) Non esiste a tutt’oggi, per quanto io ne sappia, un’edizione italiana dell’Epistolario di San Gregorio Magno. La lacuna è alquanto strana, perché tutte le altre opere dello stesso autore sono state tradotte e sono disponibili in varie edizioni. Bisogna pertanto ricorrere al testo latino. L’edizione di più facile reperimento, in quanto presente in tutte le buone biblioteche pubbliche, è la celeberrima Patrologia Latina del Migne. 
(3) San Gregorio si sbagliava nel ritenere che il Concilio di Calcedonia avesse dato questo titolo in particolare al Vescovo di Roma. in realtà, nei documenti del Concilio tutti i Patriarchi furono chiamati col titolo di “Arcivescovo Ecumenico” (Marsi VI: 1006, 1012), forse per sottolineare la loro posizione di preminenza in seno all’impero. Questo ulteriore errore in buona fede dà comunque ancora più vigore al ragionamento di San Gregorio 
(4) Si tratta, appunto. di Roma. 
(5) Si tratta di Alessandria, dove San Pietro si fece succedere da San Marco. 
(6) Si tratta di Antiochia. 
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Adesso vediamo il testo della tesi di Gregorio VII, che stravolse totalmente la concenzione del primato petrino nella Chiesa Romana. 
DICTATUS PAPAE di Gregorio VII (1075) 
1. Che la Chiesa Romana è stata fondata da Dio e da Dio solo. 
2. Che il Pontefice Romano è l'unico che può essere giustamente chiamato universale. 
3. Che lui solo può deporre o ripristinare i vescovi. 
4. Che in qualunque concilio i suoi legati, anche se minori in grado, hanno autorità superiore a quella dei vescovi, e possono emanare sentenza di deposizione contro di loro. 
5. Che il Papa può deporre gli assenti. 
6. Che, fra le altre cose, non si possa rimanere nella stessa casa con coloro che egli ha scomunicato. 
7. Che a lui solo è legittimo, secondo i bisogni del momento, fare nuove leggi, riunire nuove congregazioni, stabilire abbazie o canoniche; e, dall'altra parte, dividere le diocesi ricche e unire quelle povere. 
8. Che solo lui può usare le insegne imperiali. 
9. Che solo al Papa tutti i principi devono baciare i piedi. 
10. Che solo il suo nome venga pronunciato nelle chiese. 
11. Che questo sia il solo suo nome al mondo. 
12. Che a lui è permesso di deporre gli imperatori. 
13. Che a lui è permesso di trasferire i vescovi secondo necessità. 
14. Che egli ha il potere di ordinare un sacerdote di qualunque chiesa voglia. 
15. Che colui che egli ha ordinato può dirigere un'altra chiesa, ma non può mantenere posizioni inferiori; e che un tale non può ricevere gradi superiori da alcun altro vescovo. 
16. Che nessun sinodo sia detto sinodo generale senza il suo ordine. 
17. Che nessun capitolo e nessun libro sia considerato canonico senza la sua autorità. 
18. Che una sentenza da lui emanata non possa essere ritirata da alcuno; e che soltanto lui, fra tutti, possa ritirarla. 
19. Che egli non possa essere giudicato da alcuno. 
20. Che nessuno osi condannare chi si appella alla Santa Sede. 
21. Che a tale Sede vengano sottoposti i casi più importanti di ogni chiesa. 
22. Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né mai errerà per tutta l'eternità, secondo le Scritture. 
23. Che il Pontefice Romano, se è stato eletto canonicamente, è senza dubbio alcuno fatto santo dai meriti di san Pietro; secondo quanto detto da san Ennodio, vescovo di Pavia, e da molti santi padri che lo hanno sostenuto. Secondo quanto contenuto nei decreti di san Simmaco papa. 
24. Che, per suo comando e col suo consenso, sia legale per un subordinato di presentare accuse. 
25. Che egli possa deporre o ripristinare vescovi senza convocare un sinodo. 
26. Che colui il quale non è in pace con la Chiesa Romana non sia considerato cattolico. 
27. Che egli possa liberare i sudditi dall'obbligo di obbedienza a uomini malvagi.

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