lunedì 10 dicembre 2018

L'Educazione dei bambini (san Sebastian Dabovic)

San Sebastian Dabović (1863-1940) è stato recentemente canonizzato dalla Chiesa Ortodossa d’America. Fu il primo prete ortodosso nato in America. Figura di pastore esemplare, curò per moltissimi anni le comunità ortodosse degli Stati Uniti e costruì molte chiese. La sua memoria cade  il 17/30 Novembre.

San Francisco, 1899

Desidero oggi parlarvi di una cosa della massima importanza. Ritengo infatti necessario spiegarvi ancora una volta una cosa che già vi ho detto diverse volte. Parlerò chiaramente, senza mezze parole, perché sento la mia responsabilità dinnanzi a Dio qualora venissi frainteso. Vorrei parlare, dicevo, della nostra scuola parrocchiale. Voi ritenete, giustamente, un obbligo mandare i vostri figli a scuola per imparare a leggere e a scrivere. Ma quanti di voi, coscientemente, sanno che devono preparare i loro figli per l’intera vita che affronteranno fra pochi anni? Alcuni, difatti, prestano molta attenzione a ciò che chiamano una educazione decente, e sono disposti a tutto pur di assicurare una buona scuola, e metterli al passo degli altri in città. Se mandi i tuoi figli a imparare grammatica e aritmetica (e spesso il “sostegno della famiglia” viene costretto a imparare anche a ballare e cucinare), allora perché non lo mandi pure ad imparare la religione? Se sei veramente interessato al benessere dei tuoi figli, perché non sei così attento a mandarlo almeno una volta a settimana ad imparare la Legge di Dio, visto che i bambini, alle volte, sono perfino costretti a stare dodici ore sui compiti della scuola? Dovete obbedire a Dio sopra ogni altra cosa, cercare Dio prima dello Stato e di tutti i maestri, o perderai l’anima nella ricerca del benessere per te e per i tuoi figli.

Dove c’è intelletto ci sarà sempre conoscenza, ma bisogna educare i bambini. Insegnate ai ragazzi la geografia e la storia, eppure non gli insegnate a fare la volontà di Dio, che è utile non solo per autocontrollo personale, ma anche per compiacere i genitori e  piegarsi alla Divina Volontà, a Colui che è l’unico compensatore di bene e di male,  e allora diventano dei cristiani falliti. Dove non c’è disciplina non c’è costanza, e dove non c’è legge non vi è ordine, né pace, e felicità eterna. Se nei cuori dei giovani non echeggerà l’empatia, qualsiasi materia – dalla botanica alla musica – sarà del tutto inutile.



E’ un vero peccato vedere i nostri bambini di dieci anni così impegnati nel risolvere equazioni aritmetiche, ma mancare delle buone maniere di far passare un anziano, o manchevoli perfino del comune sentimento umano di aiutare qualcuno. Ho visto giovani uomini e donne negare ad un loro compagno svenuto perfino la più semplice forma di aiuto: portare un bicchiere d’acqua fresca! I bambini frequentano con regolarità le lezioni di ginnastica ma non importa quanto accurate saranno le lezioni di fisiologia, non compiranno che piccoli passi senza essere istruiti su come arrampicarsi per cercare l’Altissimo. Voi, padri e madri, se siete cristiani e anche noi ministri del Verbo, potremmo riposare in pace se avessimo accuratamente insegnato ai nostri figli a lodare il Creatore ogni mattina e ogni sera, come è dovuto, e a confessarsi a Dio con cuore sincero ogni giorno, e anche di notte a implorare la Sua pietà. Ma i nostri figli non invocano i loro angeli custodi, non benedicono la Madre del nostro Signore Gesù Cristo, non cantano inni ai santi, e non supplicano Dio: e allora, non sono cristiani.Tutto questo è triste ma va preso in considerazione, e ho la ferma speranza che vi si porrà rimedio e ci saranno risultati dolci e pacifici.

Ci sono fra i nostri della congregazione di san Francisco, uomini e donne che si recano al mattinée(opere teatrali mattutine, ndt) senza spiegare minimamente ai loro figli i personaggi del dramma: ma piuttosto si curano che scelgano bene l’abbigliamento gradito agli occhi del mondo. Sì, questa gente è “al passo coi tempi”, visita le scuole pubbliche e sono i primi a segnarsi agli incontri mensili delle classi. Se i loro figli sono in ritardo di cinque minuti, tranquilli, non mancherà loro mai una scusa scritta. Eppure, fra i diritti dei cittadini di questo paese, vi è quello di poter emanare leggi contro ogni “-ismo” e “-ologia” e assicurare a tutti l’insegnamento del buonsenso.

Ma tutto questo perché non avviene nelle nostre classi di catechismo? I nostri figli non le frequentano, i loro vicini e amici cristiani non si interessano abbastanza di invitarli a frequentarle. I genitori non vengono mai alla nostra scuola parrocchiale se non una volta all’anno, e mai durante le lezioni. E quali sono i compiti che lasciamo da fare ai bambini? nulla di difficile, un paio di giorni la settimana leggere i comandamenti di Dio e il Vangelo di suo Figlio, del Signore nostro Gesù Cristo. E nessuno ci pensa. Nessuno sta a casa a vedere se i ragazzi si applicano. Durante l’ora di classe, riusciamo a malapena a ripetere le preghiere e ad impararle, perché a casa nessuno le insegna loro.

Amati cristiani, abbiamo bisogno della vostra collaborazione! Possiamo noi preparare il seme, ma questo crescerà solo se ben custodito a casa. L’influenza della famiglia è il sole che scalda il terreno. Ricordatevi, che forse il vento è troppo freddo e il sole troppo tiepido. Noi tagliamo la pianta, ma è vostro dovere innaffiarla! Oh se solo voi innaffiaste le piante dei vostri figli con la preghiera! Venite a vedere la nostra scuola parrocchiale, di tanto in tanto, durante le lezioni. Su trecento di noi che siamo in questa parrocchia, quanti noi pregano coi propri figli? in coscienza, siamo molto pochi. Il più delle vostre i nostri figli vengono mandati a letto e gli viene detto di recitare le preghiere, ma rimane più “detto” che fatto. Infatti i bambini andrebbero “messi” a letto e accompagnati nel loro riposo notturno con la preghiera insieme.

E’ dovere dei genitori cristiani pregare insieme coi figli e soprattutto farlo ad alta voce, in modo che imparino le preghiere giuste. Non deve essere banale routine quotidiana, ma un atto di fede. Quando vedrai i bambini piccoli mettersi in ginocchio a pregare anche a te si infiammerà il cuore, come quello loro, dell’Amore celeste. Le preghiere che diciamo devono essere quelle della Chiesa ortodossa di Cristo. La nostra santa Madre Chiesa ha un modo unico e perfetto di pregare – insegnatole dal Signore nostro Gesù Cristo. E’ una invocazione, una petizione e una dossologia: una chiamata, una richiesta e un elogio. Se ti concentri e riesci a edificare queste parti e ad armonizzarle la tua preghiera non sarà un “dire”, ma sarà una vera offerta.

Ancora una volta vi chiedo di prestare attenzione ai vostri figli, e a noi che cerchiamo di insegnare loro qualcosa. Non solo per il conforto vostro personale nella vecchiaia, ma anche per l’amore del Signore Onnipotente nostro Giudice, chiediamo a Dio di risvegliare in loro l’amore per ciò che è santo e veramente bello. Amen.

Tratto da: Sermoni dell’Archimandrita Sebastian Dabović, Cubery and Company publishers, san Francisco, 1899, pagg. 148-152. Originale in lingua inglese.

Padre Gheorghie Ghelasie di Frasinei

Il servo di Dio Luca Zolli ci presenta una figura poco nota in Italia del panorama esicasta romeno, il padre Ghelasie di Frasinei. 

In appendice all’Ottavo volume della Filocalia Sfintelor Nevointe ale Desavarsirii( Bucarest, Humanitas, 2002)  – opera straordinaria di introduzione, raccolta, traduzione e commento in nota dei testi greci della Filocalia da parte di padre Dumitru Staniloae – viene tracciata una sintetica storia dell’Esicasmo nell’Ortodossia Rumena (op.cit. pagg. 521- 604).  In questo scritto il grande teologo rumeno sottolinea la grande ingenuità con la quale gli Occidentali cercano di inquadrare l’Ortodossia Rumena, che non è né di tradizione propriamente greca, né tantomeno slava, bensì latina. Tali erano i Valacchi, Romani extra limes, fuori dai confini dell’Impero Romano d’Oriente. Ovviamente questo spiazza molti e il quesito retorico successivo che riporta in nota Staniloae è quale potrebbe mai essere stato o essere tutt’oggi il contributo Rumeno all’Ortodossia. In entrambi gli ambiti, per quanto misconosciuto, l’apporto è enorme.  Daniele l’Esicasta fu maestro di Stefano il Grande e sintetizza il ruolo di resistenza, conservazione, supporto ed incoraggiamento che l’Esicasmo rumeno ha svolto non solo per il Popolo Rumeno, bensì per l’Ortodossia tutta resistendo alle derive nazionalistiche ed occidentalizzanti delle quali rimanevano vittima ora l’area più propriamente slavo-ortodossa, ora quella greca ed ora entrambe. Richiamandosi ad altri serissimi studiosi, Staniloae ricorda il ruolo di resistenza all’Uniatismo svolto da una pletora di skiti, grotte e kellìdi anonimi santi esicasti, dei quali si conserva memoria nella vita del Popolo Rumeno. Questa raccolta, rigorosa e profonda, della presenza della fiamma viva dell’Esicasmo nella vita del Popolo Rumeno è stata condotta dal padre Ioaniachie Balan, al quale padre Staniloae fa riferimento.  Non si può pensare di sintetizzare qui il lavoro su un argomento tanto importante di una personalità tanto elevata, complessa e profonda quale il padre Dumitru Staniloae, ma mi limiterò a prendere qualche spunto per inquadrare la figura spirituale dello ieromonaco di dolcissima memoria Gheorghe Ghelasie, del Monastero di Frasinei.

La presenza viva dell’Esicasmo daco-rumeno, nella storia della Romania, presenta alcune caratteristiche specifiche. Tra queste, l’anonimato, l’intima vicinanza al Popolo a tal punto da essere davvero assimilabile al fermento vivo che permette a tutta la massa di essere predisposta alla trasformazione spirituale della “panificazione” e la sacralità ed il ritualismo trasfiguratrici con la quale essa trasmette i contenuti sapienziali operativi dell’Arte delle arti e  della Liturgia cosmica della Tradizione della Chiesa Ortodossa. L’Esicasmo nell’Ortodossia Rumena conserva le caratteristiche di un ascetismo attenuato: gli Esicasti trascorrevano i giorni feriali in grotte o capanne di legno, in luoghi ritirati per poi unirsi agli altri fedeli durante i giorni di preparazione delle vigilie e delle feste. Andando via, portavano con sé gli alimenti strettamente necessari alla loro sopravvivenza. Figure del tutto anonime, spesso ricordate con indicazioni assai generiche e dei quali si conserva memoria nella toponomastica della Romania, Paese a dir poco straordinario. La loro presenza ravvivava ed informava il vivere quotidiano del Popolo, conferendo spessore e profondità rare all’immenso e stupefacente patrimonio “folcloristico” di una civiltà di una bellezza davvero più unica che rara. 

Nel descrivere le tecniche e gli obiettivi tipici del perfezionamento spirituale perseguito e condotto nell’ambito dell’Esicasmo Rumeno, Staniloae sottolinea giustamente che il loro estraniarsi dal mondo era relativo al dominio delle passioni e che il dominio che ottenevano su queste, che è la vera impassibilità non li rendeva affatto indifferenti, anzi! Nell’Opera del grande teologo rumeno emerge chiaramente come l’esicasta sia tale per amore, per amore delle persone del popolo, per amore dei fratelli, del prossimo… ciascuno secondo il proprio nome, ciascuno conosciuto personalmente, per essere vicino a tutti in tutte le necessità e tormentate vicissitudini di un popolo perennemente in tribolazione per la propria identità e sopravvivenza.

E’ così che padre Gheorghe Ghelasie si riferisce al suo iniziatore all’Esicasmo come il Vecchio dei Capati. Quando lo conobbi, viveva – Ghelasie – in una specie di grossa botte. Arrivato al Monastero Frasinei, mentre i monaci pagavano e rimandavano a casa gli abitanti dei villaggi sottostanti che li aiutavano nei lavori dei campi e ad accudire il bestiame, cercai di incontrarlo subito, ma ci fecero partecipare ai vespri e al refettorio. Dopo, pareva che nessuno si curasse della mia richiesta. Alla fine mi indirizzarono da lui. Incontrai un monaco che mi invitò a fuggire da quel pazzo che volevo incontrare e quando, insistendo, mi diressi verso le celle, si palesò dicendo che era lui stesso colui che cercavo. Gli porsi una lettera di presentazione. Si ritirò nella sua botte, la lesse e ne uscì sorridente.  Gli posi una serie di quesiti e dopo l’ultima risposta gli raccontai – a conferma – il sogno che avevo fatto quella notte stessa, in albergo (io venivo da Timisoara), che aveva preceduto il mio incontro con lui. Lui rientrò nella botte e ne uscì affidandomi quattro suoi libri: La Medicina Esicasta, Ecce Homo, La Preghiera e Il Vecchio dei Carpazi. Mi raccomandò, particolarmente, Ecce Homo. I suoi libri sono tutt’ora inediti in Italiano. Ho un accordo con i suoi discepoli e figli spirituali per tradurli, sottoporre loro la traduzione e trovare un editore in Italia: un mio carissimo amico si è già reso disponibile.

I contenuti sapienziali dell’Opera di Ghelasie sono molto profondi e densi. Il suo linguaggio è molto rigoroso ed improntato ad un fittissimo simbolismo per il quale ogni parola che usa ha una valenza “tecnica”, metafisico-teologica assai specifica, fortemente connotata e potentemente evocativa.  Ad esempio, a proposito della Preghiera si sofferma sull’iconicità del gesto della preghiera, riassunto nelle prostrazioni.  Tale gesto, la prostrazione profonda, è la traccia del movimento stesso di pentimento e conversione che conduce alla metanoia e non può essere separato dalla respirazione che conduce al gesto sacrale interiore della respirazione della persona, che evoca la formazione dell’Immagine divina in noi. In questo modo, ne La Preghiera, Ghelasie conduce all’Invocazione del Nome di Gesù che solleva tutta la Creazione.  Ghelasie afferma chiaramente che per chi non prega in sole non è sorto, non è ancora sorto … non è mai sorto.

Sempre a questo proposito, Ghelasie descrive come “sorprendesse” il suo anziano maestro atto alla soddisfazione delle esigenze più intime… L’ambiguità e il disorientamento che provoca un simile linguaggio è del tutto adeguato, perché in tutta la sua esposizione il corpo ed il creato restano destinatari eletti della partecipazione alla Gloria Divina. Oltre a questo, però, Ghelasie mostra anche come una certa gestualità iconica, un’apparente immobilismo in ben specifiche posizioni del suo maestro divenissero supporti per un movimento interiore che era terapeutico, ma di una terapia “alimentare”, analoga cioè a quella che lui sviluppa in medicina Esicasta. Analogamente a quest’ultima basata sui ritmi, sulle scelte alimentari dell’Ortodossia in Romania e sui piatti tipici o su certe usanze delle quali – sia degli uni che delle altre – dischiude il senso profondo ( il tirare le orecchie ai bambini che vanno corretti, il suggerire ai malati di mangiare col cucchiaino …)  , il nutrimento interiore del quale ci rende partecipe il gesto iconico è la Luce. Questa illuminazione era, in realtà, ciò che Ghelasie riusciva, sorprendendolo spiandolo svelando nella misura del possibile il mistero in cui si immergeva, a intravedere negli stati in cui entrava il Vecchio. 

Ciò, senza la minima esagerazione, non è neppure la milionesima parte che si possa dire della sua Opera.  L’opera di Ghelasie è davvero notevole e particolarmente preziosa.: lo è per la Chiesa Ortodossa tutta, lo è per l’Esicasmo in genere, lo è per la conoscenza dell’Esicasmo daco-rumeno e lo è per me, che da 20 anni rimugino, nutrendomi, il suo straordinario lascito.

Cristo, i cambiavalute e il tempio

Così giunsero a Gerusalemme. E Gesù, entrato nel tempio, cominciò a scacciare quelli che nel tempio vendevano e compravano e rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi.  E non permetteva ad alcuno di portare oggetti attraverso il tempio. E insegnava, dicendo loro: «Non è scritto: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti"? Voi, invece, ne avete fatto un covo di ladroni!».  Ora gli scribi e i capi dei sacerdoti, avendo udito queste cose, cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla ammirava il suo insegnamento.  E, quando fu sera, Gesù uscì fuori dalla città.

Vangelo secondo Marco, Mc 11:15-19

Questa scena è uno dei momenti più conosciuti della vita di Cristo, ma a volte viene la domanda: "perché?" Perché il Signore avrebbe dovuto imporsi con la forza, andando contro il comandamento dell'Amore di cui egli si è fatto maestro ed esempio vivente?

Occorre analizzare il passo con attenzione. In quel tempo, ogni ebreo doveva dare al tempio circa mezzo shekel (8 grammi di argento) al tempio qual decima, in monete. Al tempo di Cristo Signore, i giudei vivevano sotto l'egida dell'Impero Romano e quindi le monete, ovviamente, provenivano dalle zecche romane e avevano il viso dell'imperatore in carica quale effige. Gli ebrei consideravano sconveniente ed empio portare quindi l'oro e l'argento romani al tempio, perché, come sappiamo, i romani erano idolatri. Intorno al tempio sorsero quindi dei negozi di cambiavalute che si occupavano di prendere le monete romane e dare al popolo delle monete prive di effige imperiale, al fine di poterle portare al tempio. Vista l'importanza "etica" e politica di questa operazione, il loro ruolo pubblico divenne al tempo di Gesù davvero considerevole. 


La cacciata dei cambiavalute dal tempio

L'ufficio dei cambiavalute divenne, in poco tempo, un ruolo di soprusi e di usura. Gli atri del tempio divennero un mercato, dove non solo sedevano i cambiavalute, ma anche venditori d'animali (per i sacrifici) e altro genere di mercanzia legata alle attività cultuali. In particolare, poiché gli ebrei erano tenuti ad offrire al tempio con regolarità, i negozianti d'animali aumentavano sproporzionatamente i prezzi per guadagnare sui cittadini che non possedevano animali da portare tal tempio... e l'immagine stessa del tempio di Dio era infangata da questo comportamento. 

Il Signore Gesù Cristo allora decise di dare a tutti un esempio, quello che i santi Padri hanno poi chiamato il santo zelo per il Signore, e cacciò varie volte i mercanti dal tempio. Alle volte, servono azioni dure per mostrare la Verità: il Signore stesso ci comanda molte volte di non essere tiepidi... anche nei Vangeli di Giovanni e di Matteo viene menzionata la cacciata degli usurai dal tempio, ma in circostanze diverse. Questo fa presupporre che Cristo cacciò i cambiavalute non una, ma diverse volte. 

giovedì 29 novembre 2018

L'esempio del santo Re Davide (San Cirillo di Gerusalemme)

Come riflessione per l'Avvento, pubblichiamo dalle Catechesi di san Cirillo di Gerusalemme (+386) un estratto sull'esempio della vita interiore del profeta e re Davide, il quale dopo aver peccato seppe redimersi con una adeguata penitenza

La potenza divina si dimostrò più grande dell’enormità del peccato di tutto un popolo che si era fabbricato il vitello. Il Signore non cessò di essere misericordioso di fronte a tanto; gli uomini rinnegarono Dio, ma Dio non rinnegò se stesso . Dissero: «Ecco i tuoi dèi, o Israele», e il Dio d’Israele non smentì il suo stile ma lo salvò. Non fu soltanto il popolo a peccare, ma anche il sommo sacerdote Aronne. Lo dice infatti Mosè: «Il Signore si adirò anche contro Aronne». Poi aggiunge: «Io allora pregai per lui, e il Signore gli perdonò» . Ora, se Mosè pregando per il sommo sacerdote riuscì a piegare il Signore, non riuscirà Gesù a placare il Padre, quando egli il suo Unigenito prega per noi? Inoltre, se Dio non interdisse il sommo sacerdozio ad Aronne dopo la sua caduta, impedirà l’accesso alla salvezza a te che ti sei convertito dal paganesimo? Convertiti anche tu come quelli, o uomo, e non ti sarà negata la grazia. D’ora in poi, piuttosto, ognuno abbia comportamenti irreprensibili. Dio è veramente misericordioso. Della divina misericordia nessun uomo al mondo potrà mai dire abbastanza, anche se tutte le lingue degli uomini insieme si accordassero a celebrarne le lodi. Noi infatti ne parliamo limitatamente, affidandoci a quello che della sua misericordia verso gli uomini attesta la Scrittura, ma non sappiamo quanta Dio ne abbia usata con gli angeli, poiché solo Gesù che ci purifica delle nostre colpe è senza macchia: delle macchie Dio trova e compatisce anche
gli angeli.

Passerò adesso, se credi, a qualche altro esempio che fa al nostro caso. Partiamo da quello di Davide, tipo della santità penitente. Grave fu il peccato che commise! Passeggiando in terrazza dopo il riposo pomeridiano, sul far della sera, non sorvegliò i suoi occhi e ne sperimentò l’umana conseguenza: assecondò la passione e commise il peccato. Non gli venne però meno la saggezza.. Saggiamente confessò la caduta, appena il profeta Natan venne a redarguirlo, dicendogli per sanarne la ferita: «Il Signore è irritato per il tuo peccato!». Parlava così al re un uomo senza autorità, ma il re pur ammantato di porpora non se l’ebbe a male, perché vide nell’uomo che gli parlava Dio che l’aveva mandato. Aveva attorno il suo corpo di militari; ma questo non accecò gli occhi del suo spirito, perché egli li tenne rivolti alle schiere degli angeli che stanno attorno al Signore. Tremò davanti all’Invisibile come se lo vedesse. Perciò più che al messaggero che era venuto da lui, a Colui che l’aveva mandato rispose: «Ho peccato contro il Signore». Vedi che umiltà in un re, vedi che confessione! Era stato forse denunziato da qualcuno, o da tanti che fossero venuti a sapere della vicenda? No, aveva appena consumato il peccato, e il profeta se n’era fatto appena accusatore, ma subito egli si confessò colpevole del male fatto. Perciò il profeta Natan dopo averlo ripreso gli disse subito: «Il Signore ha perdonato il tuo peccato». Vedi che immediata conversione del Dio di misericordia! Ma senti cosa aggiunse: «Molto hai irritato i nemici del Signore» . Come per dirgli: Finché combattesti per la giustizia avevi molti nemici, ma ti protesse la virtù; d’ora in poi però, avendo consegnato loro la tua arma più potente di difesa, dovrai far fronte a nemici pronti a rizzarsi armati contro di te. Ecco come il profeta lo avvertì mentre lo confortava.

Ma il santo re Davide, nonostante che avesse inteso molto bene che il Signore gli aveva perdonato il peccato, non ritenne meno doverosa la penitenza. Invece della porpora vestì il sacco, invece di assidersi sull’aureo trono si stese per terra e sulla cenere. Né solo si stese sulla cenere, ma come egli si esprime, di essa fece il suo nutrimento: «Più che di pane mi nutrii di cenere» . Fece sciogliere in lacrime i suoi occhi voluttuosi come si era proposto: «Ogni notte non farò che bagnare il mio giaciglio, inonderò il mio letto di lacrime». Ai principi che lo invogliavano a mangiare del pane oppose il suo rifiuto, e quel suo digiuno lo prolungò per un’intera settimana. A tanto arrivò la penitenza di un re, mentre tu semplice suddito non senti il dovere della confessione. Dopo la ribellione d’Assalonne, invece di fuggire per una delle tante vie che gli si erano offerte, volle prendere quella che passava per il Monte degli Ulivi, profeticamente invocando il Redentore che di lì sarebbe asceso al cielo. E quando poi Semei gli lanciò amare maledizioni, non disse altro che: «Lasciatelo andare» perché sapeva che il Signore perdona a coloro che perdonano. 

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Da: La Seconda Catechesi Battesimale, "sulla Penitenza", cap. X-XII,  di san Cirillo di Gerusalemme

domenica 30 settembre 2018

Padre Ilie Cleopa e gli stadi della preghiera

Proponiamo la traduzione e la trascrizione di un video nel quale il compianto padre Ilie Cleopa (+1998), morto in odore di santità, parla della preghiera e di come si sviluppa la vera preghiera secondo gli insegnamenti dei padri.


Il video originale in romeno, con i sottotitoli in inglese

Nella preghiera, ci sono nove livelli. 

Dovremmo almeno pregare con le nostre labbra. Al livello più basso, usando solo la bocca. Cosa dice lo Spirito Santo tramite il salmo 33: Benedirò il Signore in ogni tempo, la sua lode riempirà sempre la mia bocca. E il salmo 102? Benedite il Signore, o tutte sue creature, il ogni luogo del Suo dominio. Cosa dice l'Apostolo [Paolo]? Con la mia voce ho gridato al Signore. Vedi?

Abbiamo visto che ci sono quattro strumenti: le labbra, la bocca, la voce e la lingua. Questi sono alla base della preghiera. A pregare con questi strumenti si impara da bambini. Dopo aver pregato almeno dieci anni con le labbra, la bocca, la voce e la lingua, ad un certo punto ti rendi conto che ciò che è stato detto con la bocca devi comprenderlo con la mente. Non ti giova a niente dire cose senza senso.

E così, quando l'uomo ha iniziato a capire con l'intelletto ciò che finora ha detto con le labbra, è giunto al quinto stadio: la preghiera mentale. Ma è questo lo stato perfetto della preghiera? No! La preghiera mentale è come un uccello con una ala sola. Una preghiera a mezzo. Una preghiera con una gamba sola! Puoi camminare con una gamba sola? O puoi volare con una sola ala? La mente è infatti costantemente attaccata dai demoni. 

E' necessario pregare col cuore, il sesto stadio. Devi scendere con l'intelletto fino al cuore. E così si scende fino al cuore, dicendo: Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore

Infatti la preghiera della mente incontra due nemici spirituali: la delusione dell'immaginazione. Non immaginarti nulla, perché Dio non è una immaginazione. Nemmeno i Serafini, o i Cherubini. La Sua gloria non è limitata. Il secondo nemico spirituale è la razionalità che si presenta alle porte del Cuore.  Quando l'intelletto è arrivato al cuore, si avverte come un calore partire dal petto, dove si trova il cuore di tutti, uomini e donne. Il cuore inizia ad ardere. Inizi ad avvertire la dolcezza divina, nel cuore, nel petto, nella spina dorsale, tutto il corpo è un fuoco! E inizi a piangere. 

Una volta andai a parlare con un monaco col quale avevo una amicizia e ed egli mi disse: sono disceso con la mente nel cuore per due ore e dieci minuti... e sono stato pervaso da una dolcezza mistica così forte... E ho incontrato Cristo! Noi abbiamo Lui dentro di noi fin dal battesimo... E in quel momento, la razionalità inizia a parlare alla nostra anima. Avevo cinque fazzoletti, mi ha detto il padre, e tre volte li ho usati per asciugarmi le lacrime. Questa è preghiera, arrivare alle lacrime! Questa è purezza! Questa è la preghiera vera alla quale solamente uno su diecimila riesce ad arrivare. [Vi giungono] quelli che lottano, dice sant'Isacco il Siro. 

E poi ci sono gli altri tre grandi livelli della preghiera. La preghiera attiva, la preghiera onniscente, la preghiera contemplativa. E abbiamo finito (mormora: sono stanco). 

La preghiera contemplativa neanche possiamo più chiamarla preghiera, possiamo chiamarla Visione di Dio. Come quella che ebbe san Paolo quando fu innalzato al terzo cielo, ed egli non poté comprendere se fosse fuori o dentro il suo corpo. 

Abbiamo finito, ragazzo! metti via quel giocattolo (la telecamera, ntd). 

mercoledì 20 giugno 2018

Benedizione delle icone dall'Eucologio greco del 1730

Presentiamo in traduzione una preghiera di benedizione delle icone secondo l'Eucologio greco del 1730.

BENEDIZIONE DI UNA ICONA
secondo l'Eucologio greco del 1730 [1]


Il sacerdote unge col sacro crisma i quattro angoli della icona, dopo che la stessa ha riposato una notte intera sopra il santo altare.

Passata la notte dunque, condotta nel centro della chiesa, l'icona è unta e poi benedetta in questo modo:

S. Preghiamo il Signore.
C. Kyrie eleison.
S. Signore nostro Dio, Padre del Salvatore nostro Gesù Cristo, poiché hai dato al tuo servo Mosé l'ordine di creare la figura dei Cherubini per l'Arca che riposava nella tua Tenda, e per questo noi continuiamo la tradizione delle immagini sante commemorando coloro che vi rappresentiamo: noi ti preghiamo, o Signore Sovrano nostro, di mandare la grazia del tuo Spirito + su questa icona, assieme ai tuoi santi angeli, così che ogni preghiera che vi sarà offerta davanti potrà essere portata all'altare celeste della tua gloria, per la grazia, la filantropia e la compassione del tuo Figlio Unigenito, Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, il Filantropo. Poiché tuo è l'onore, tue sono la potenza e la gloria, Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre nei secoli dei secoli.
C. Amen.

L'icona viene poi venerata dai fedeli e posta nel luogo designato.

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1) Euchologe selon le rituel des Grecs 2, J. Goar, éd., Venise, 1730, p. 672.

mercoledì 6 giugno 2018

Re Africano si converte all'Ortodossia (news)

L'Unione dei Giornalisti Ortodossi ha riportato che un re africano si è battezzato al Monte Athos, accettando la vera fede. Il sovrano, prendendo il nome di Davide, è stato battezzato al monastero di Koutlomousiu.



Attualmente, tranne le foto proposte alla stampa dal Monte Athos, non sappiamo nient'altro. Il re è comparso sull'Athos chiedendo di farsi battezzare, e così è avvenuto nella gloria di Dio.