mercoledì 20 marzo 2019

La Domenica dell'Ortodossia

Nel ciclo della Quaresima, dopo la Domenica dei Latticini, la quale chiude il periodo propedeutico al cammino di pentimento, la prima domenica di Quaresima è dedicata alla Vittoria dell'Iconodulìa sull'Iconoclastia


L'icona festiva

Perché? Come ben possiamo capire, la venuta al mondo del Cristo Dio, la sua morte e la sua resurrezione, sono il perno della Storia. Gli insegnamenti degli Apostoli e dei Padri e delle Madri che ci hanno preceduti sono una bussola che ci orienta nella quotidianità. E il messaggio condotto da Cristo, di tornare al Padre, è stato non una visione o un sogno, ma una esperienza totale e reale, vista da innumerevoli folle di persone. Per questo la Chiesa ha deciso di immortalare la figura di Gesù Cristo, della sua santissima Madre e di tutti i santi nelle sacre immagini. Le immagini sono per noi testimonianza dell'archetipo cui tendiamo di uniformarci, sono per noi un ausilio alla preghiera, sono per noi un sostegno nella comprensione della Verità che leggiamo nella sacra Bibbia. 

Difatti, cantiamo con gioia il tropario:  

Veneriamo la tua purissima immagine, o Buono, chiedendo perdono delle nostre colpe, Cristo Dio; ti sei volontariamente compiaciuto di salire nella carne sulla Croce per liberare dalla schiavitù del nemico quelli che hai plasmato. Perciò grati ti esclamiamo: hai colmato di gioia l'universo, Salvatore nostro, venuto a salvare il mondo.

Questa preghiera è entrata poi nella recita quotidiana della preghiera di tutti i fedeli ortodossi quando si apprestano a baciare l'immagine del Signore. Con quale semplicità, ancora una volta, la Chiesa ci fa cantare i più grandi misteri della Fede in modo tanto perfetto. Se meditiamo su quello che diciamo con le labbra, arriveremo alla contemplazione delle più alte verità: e l'innologia della Chiesa è di grande aiuto su questo. 

Questa festa è chiamata la Domenica dell'Ortodossia anche perché si recitano gli anatemi che, lungo la Storia umana, sono stati composti contro gli eretici di ogni nazionalità ed epoca. Perchè c'è bisogno di questo? 


Il rito degli Anatemi per la prima domenica di Quaresima

In primo luogo, possiamo dire che la memoria collettiva salva l'integrità della Fede. I fedeli vengono informati e formati su quali sono gli errori teologici che non devono seguire. Inoltre, l'anatema è una azione della Chiesa che la stessa fa per salvarsi dai corpi estranei che la infettano, come ci ricorda il Signore: se il tuo occhio ti è di scandalo, taglialo... la Chiesa si difende, allontanando da sé coloro che potrebbero arrecarle danno, tramite un anatema: l'eretico viene semplicemente "messo fuori" dalla comunità, come esorta sempre il Cristo: 

Se tuo fratello ha peccato contro di te, va' e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello;  ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d'ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. [Matteo 18:15-17]

Il brano strettamente liturgico di questa domenica è invece il dialogo con Natanaele: 

 Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: «Seguimi». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret». Natanaèle esclamò: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!».  Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo». [Giovanni 1:43-51]

C'è una testimonianza meravigliosa di fede e anche una attestazione dei poteri divini di Cristo, doni che sono elargiti dallo Spirito Santo anche ai santi, a coloro che, sforzandosi, sono diventati modelli di virtù e hanno ottenuto la grazia di poter emulare in tutto il Maestro. 

Per la Domenica dell'Ortodossia, ecco la chiamata che Cristo Dio rivolge a tutti noi: vieni e vedi

domenica 17 marzo 2019

Il Giudizio cristiano (Arcivescovo Averkij di Jordanville)

Il sermone che presentiamo oggi è del memorabile arcivescovo Averkij (Taushev), nato il 1 novembre 1906 e addormentatosi il 13 aprile 1976. Questo estratto fa parte di un'opera più grande chiamata Il Cristiano nel mondo moderno (solo in russo).  Il vescovo emigrò quando era ancora ragazzo dalla  Russia alla Bulgaria a causa della rivoluzione socialista, paese nel quale diventò monaco e poi prete. Unitosi alla ROCOR, concluse i suoi giorni come arcivescovo di Jordanville, sede della famosa facoltà teologica

Una delle conseguenze piu importanti della presenza di Cristo sulla terra, della sua morte e resurrezione Gloria, e’ il perdono e la remissione dei peccati. Infatti, al primo giorno della resurrezione, il Signore ha soffiato sui suoi apostoli lo spirito. Negli Atti degli Apostoli troviamo I seguaci di Cristo che, infatti, promuovono il battesimo dei convertiti “per la remissione dei peccati” (Atti 2.38) E anche: 

Dio dunque, passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell'uomo ch'egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti. [Att 17:30-31]

Cosi come il potere di rimettere I peccati, il Signore ha dato ai suoi discepoli anche il potere di NON rimettere I peccati, a coloro che non sono veramente pentiti. Come veramente logica e’ questa realtà’ spirituale del vangelo, contrapposta al falso amore e al perdono incondizionato degli pseudocristiani moderni, che secondo alcuni si estende perfino ai nemici della Chiesa e di Dio! A questi predicatori dell’errore piace citare il versetto non giudicate per non essere giudicati [Matteo 7:1] ma si dimenticano di citare come il Signore termina quel discorso: non date le perle ai porci e le cose sante ai cani [Matt. 7:6.]. 

E chi sono I porci e I cani? Coloro che non accettano la verità del Vangelo e non comprendono il valore delle cose sacre. Le parole del Signore sul giudizio non ci impediscono di esporre una verità morale ne’ di difendere ciò  che e’ giusto. Difatti il Signore ci comanda perfino di giudicare:

 Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.
[Matteo 18:15-17.]

Per I liberali pseudocristiani di oggi, q ueste parole sono totalmente imbarazzanti e incomprensibili. Difatti, il senso del loro agire puo essere sintetizzato nelle parole: "Io non ti chiederò di pentirti dei tuoi peccati, e tu fa altrettanto nei miei riguardi".

Non è questo un pervertire gli insegnamenti del Vangelo? Ovviamente, non tutti I giudizi sono sempre buoni. Ci sono condanne giuste e condanne ingiuste. Chi giudica sempre perde infatti la concezione di bene e di male e non e’ in grado di discernere piu correttamente.

Quante volte vediamo il Cristo giudicare duramente i malvagi del suo tempo: generazione malata e perversa! (Matt. 12:39), O gente perversa e senza fede, quanto dovrò sopportarvi? Per quanto tempo dovrò soffrirvi? (Matt. 17:17). Costantemente chiava i farisei stolti, ipocriti e serpenti (Matt. 15:7, 16:3, 6–12; e al capitolo 23); Una volta offese Erode chiamandolo "volpe" (Lc. 13:32). Vividamente il Signore caccia varie volte I mercanti dal tempio con parole dure e con la frusta, rovesciando i banchi del mercato (Gv 2, 14–17). E dopo il suo ingresso trionfale in Gerusalemme, si recò al tempio e disse: "hanno trasformato la casa di preghiera in una casa di ladri". (Matt. 21:12–13; Marco. 11:15-17; Lc. 19:45–46). Come era cattivo, bigotto e irascibile il nostro Signore! Questo dicono I cristiani liberali di oggi.

Eppure, per i suoi carnefici, il Cristo prega il Padre dicendo” perdonali che non sanno quel che fanno. (Luca 23:34). Il Signore giudicava rettamente, perchè era umile di cuore. Questo è il criterio che dobbiamo seguire per I nostri giudizi. Condannare il peccato. Amare la verità  e la rettitudine. Gli Apostoli stessi hanno seguito l’insegnamento del Salvatore, condannando sempre l’ingiustizia e la malvagità. Esemplare l'episodio di Anania:

Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per sé una parte dell'importo d'accordo con la moglie, consegnò l'altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse: «Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest'azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». All'udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell'accaduto. Pietro le chiese: «Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?». Ed essa: «Sì, a tanto». Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te».  D'improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose. [Atti 5:1-11]

Ma non solo.  Pietro che caccia Simon Mago è chiaramente un giudizio volto a difendere la purezza della Chiesa, ed è, di fatto, il primo anatema.   

Quando Simone Mago vide che lo Spirito Santo veniva dato quando gli apostoli posavano le mani su qualcuno, offrì del denaro agli apostoli, dicendo: «Date anche a me questo potere, in modo che quelli sui quali poserò le mani ricevano lo Spirito Santo». Ma Pietro rispose: «Vai al diavolo, tu e i tuoi soldi, se hai pensato che il dono di Dio si possa comprare col denaro! Tu non hai parte di sorta in tutto questo, perché la tua coscienza non è a posto davanti al Signore. Pentiti di questa malvagità e prega! Forse Dio può ancora perdonare i tuoi cattivi pensieri. Perché vedo che il tuo cuore è pieno di gelosia e di peccato». [Atti 8:18–23]

Il vero cristianesimo non fa patti con il male. Ricordiamo ancora infatti le parole dell’Apostolo Paolo:

 Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre?  Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? 1Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente. [2 Cor. 6:14-16]

In questi tempi tremendi, dobbiamo lottare per salvare la Chiesa e la patria dai loro distruttori. Che non ci venga imputato di aver peccato di tiepidezza, e che quindi il mondo Cristiano sia caduto a causa della nostra indifferenza.

giovedì 14 marzo 2019

Il Monastero di Platina: un modello per la costruzione di un monastero ortodosso in Occidente

Molti di noi conoscono Serafim Rose, autore molto apprezzato da tutti noi ortodossi occidentali, ospite più volte di questo blog. Ma pochi hanno visto l'ambiente in cui è cresciuto e si è formato spiritualmente, vivendoci buona parte della sua vita. Col contributo speciale delle fotografie di Pravoslavie, andiamo a conoscere come un monastero ortodosso di recentissima fondazione può diventare un modello da imitare per edificare altri monasteri ortodossi in Occidente. 

Con la benedizione di san Giovanni Maximovic, nel 1963 fu fondata la Fraternità di sant'Ermanno, col preciso intento di diffondere la Fede ortodossa in America. Fu scelto come patrono il missionario russo Ermanno di Alaska, Nel 1969 la Fraternità si trasferì sulle montagne in California, dove costruì il presente monastero. Nel 2000, il monastero passò dalla ROCOR alla Chiesa Ortodossa Serba in America. 


"Benedetto colui che viene nel Nome del Signore" all'ingresso del monastero.



Cosa notevole, tutti i servizi divini sono sempre condotti in inglese e questo fin dal 1969. Lo stile di vita dei monaci è rigido (no acqua calda, no telefono, no luce elettrica) e viene chiesto ai visitatori di rispettare una serie di regole piuttosto strict. Donne e uomini ospiti dormono, ovviamente, in luoghi separati dalle celle dei monaci. 


Le celle dei monaci


Il pozzo

Il servizio divino è celebrato con regolarità. Mattutino (alle 5.30), Vespri (alle 17) e Compieta (alle 20) sono celebrati ogni giorno: diversi giorni della settimana ospitano anche la divina e sacra liturgia. I fedeli possono comunicarsi se si sono preparati e hanno ricevuto lo scioglimento dei peccati in confessione da uno dei padri spirituali del monastero.


Il Katholikòn, la chiesa principale della comunità monastica


Interno della chiesa grande


Il refettorio

I pasti sono consumati in silenzio: un lettore legge brani patristici o letture edificanti secondo la dottrina monastica. I pasti sono prevalentemente vegetariani, di domenica si servono uova o pesce, durante la settimana formaggi. La carne, come da consuetudine monastica, non viene servita. 


La cella (sopra) e la tomba (sotto) di padre Serafim Rose



Il monastero ospita anche la tomba del beato padre Serafim Rose (+1982) grande figura intellettuale, come abbiamo detto, meta di pellegrinaggio per molti americani e non solo.

Notiamo come gli edifici del monastero rispecchiano i grandi monasteri del passato: gli ambienti per la vita in comunione - studio, lavoro e pasti - sono separati dalle celle, le quali sono separate dalla chiesa. Tutto è armonico e, sebbene molto spartano, non scomodo. 

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FOTOGRAFIE DA:

Servizio fotografico di Pravoslavie.ru.

Per saperne di più, visita il sito internet del Monastero di sant'Ermanno di Alaska (Platina, California).

martedì 12 marzo 2019

Ecclesiologia cattolica e influenze eterodosse nell'Ortodossia moderna (padre Peter Heers)

Il padre Peter Heers (ROCOR), professore del seminario di Jordanville (USA), che abbiamo già conosciuto per il suo libro Il Concilio Vaticano II in una prospettiva ortodossa, ci spiega come mai riconoscere la validità del battesimo dei non-ortodossi è il primo passo verso il sincretismo

In foto, il padre P. Heers da Pravoslavie.

Nella presentazione seguente, cercherò di spiegare come mai l'accettazione del battesimo degli eretici è sbagliata teologicamente: è innanzi tutto uno dei capisaldi della ecclesiologia del concilio Vaticano II. Le origini storiche e l'adozione dell'idea che la Chiesa condivide "un solo battesimo" anche con gli eretici si sviluppa e cresce solo in Occidente, ed è una eresia ecclesiologica. Anche se non possiamo non dire che gran parte della teologia sacramentale occidentale prende vita dallo studio degli scritti del Beato Agostino [d'Ippona], dobbiamo dire che il definitivo allontanamento occidentale dalla patristica lo si ha con Tommaso d'Aquino. 

Tommaso d'Aquino cita abbondantemente sant'Agostino (1) per quanto concerne il battesimo, ma il carattere del Battesimo nei due teologi è molto differente. Mentre per Tommaso d'Aquino il carattere battesimale è un marchio sull'anima, indelebile, per Agostino è un segno esteriore. Per l'Aquinate, quindi, l'effetto è eterno e produce sempre un effetto sullo spirito della persona, mentre per Agostino un sacramento può essere celebrato ma senza produrre effetto, a causa di fattori disparati.  Per Agostino difatti, gli eretici possono dare la forma del sacramento, ma non la realtà del sacramento. Per Tommaso, invece, la forma implica anche la sostanza. Difatti egli scrive, per difendere il suo argomento: "qualora un eretico o uno scomunicato battezzi qualcuno, questi non riceve il sacramento, a meno che non per ignoranza". A differenza di Agostino, per il quale il sacramento veniva a mancare in caso di mancanza di unità con la Chiesa, per Tommaso è più una questione di aperta ribellione all'autorità ecclesiastica. L'Aquinate scrive, nel Commentario alle Sentenze, che gli eretici conferiscono sacramenti validi, ma illeciti, non per difetto del sacramento, ma perché in opposizione alla Chiesa. Questo è un punto di rottura enorme che separa definitivamente la chiesa cattolica dall'esperienza patristica della Latinità ortodossa. In altre parole, secondo Bernard Leeming, "l'efficacia del sacramento, qualora questi fosse valido, dipende solamente dal ricevente". 

Nella chiesa cattolica post-conciliare, questo concetto viene ulteriormente sviluppato e allargato.  (2) Partendo dai presupposti di cui sopra, si definisce infatti nella chiesa cattolica l'idea che anche i non cattolici possiedano dei "tratti ecclesiali". 

Il cardinale Kasper scrive in proposito: il Battesimo è il sacramento della fede che ammette gli uomini nella Chiesa Per questo anche i cristiani non cattolici non sono fuori dalla Chiesa, vi aderiscono nella via fondamentale. Per questo l'ecumenismo ha una base ontologica (...), è un evento dello Spirito. (3). 

Si tende infatti a dire che, sebbene la Chiesa di Cristo sia presente realmente nel Cattolicesimo-romano, non la si può identificare strettamente in essa. 

Questo sentire si è diffuso molto negli ortodossi delle ultime generazioni, come esterna bene Pavel Evdokimov: noi sappiamo dov'è la Chiesa:  non sta a noi giudicare e dire dove la Chiesa NON sia. (4).  In questo modo, si può tranquillamente affermare che la Chiesa Ortodossa è non esclusivamente la Una, Santa, Universale e Apostolica Chiesa. Questo approccio "apofatico" o se vogliamo meglio dire << agnostico >>, influenzò notevolmente il Concilio Vaticano II nella formulazione della propria dottrina ecclesiologica, anche per esempio male interpretando grossolanamente la frase di sant'Ireneo di Lione: dov'è lo Spirito di Dio c'è la Chiesa, e dove c'è la Chiesa v'è lo Spirito divino. (5). Il nuovo modo di intendere l'ecclesialità della Chiesa nella visione cattolico-romana lo esterna bene il teologo cattolico Francis Sullivan:

Uno potrebbe pensare che la Chiesa Universale è una comunione di corpi i quali sono più o meno chiese  secondo il loro livello di pienezza... ed è veramente una comunione, realizzata da vari livelli di pienezza, densità, di corpi i quali, chi più chi meno, hanno carattere ecclesiale. (6).

Ma arriviamo al nostro problema: nel documento del sinodo di Creta del 2016, "Relazioni col resto del mondo cristiano", si assume coscientemente questa idea cattolico-romana e si definisce che, sebbene la Chiesa Ortodossa sia l'Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa, ciò non preclude che altre strutture cristiane non-ortodosse (quindi eretiche) siano riconoscibili "più o meno chiese" o che abbiano "carattere ecclesiale". L'idea quindi che il battesimo sussista per se e che tutte le confessioni cristiane siano "chiese" di per sé la ritroviamo negli scritti dei maggiori modernisti del nostro tempo, come il patriarca Bartolomeo, il metropolita Ilarion Alfeev, il metropolita Ioannes Zizioulas, il metropolita Crisostomo di Messenia, il metropolita Kallistos Ware, e tanti altri. In particolare sua santità il patriarca Bartolomeo si è dichiarato più volte in armonia con la nuova ecclesiologia ecumenica, arrivando a dire che "lo scisma fu uno sfortunato incidente, il risultato dell'attività del serpente, origine di ogni male" (7). Nel 2014, Bartolomeo aveva già citato la teoria "delle molte chiese" a Gerusalemme, in visita al santo Sepolcro. Il Metr. Zizioulas scrive: 

Col battesimo, anche se c'è una rottura o uno scisma, si parla sempre di Chiesa. Gli ortodossi partecipano al concilio ecumenico come cristiani battezzati, attualmente divisi dagli altri perché non possono professare la fede insieme. (8). 

Nel documento del 2016 si cerca di inserire queste considerazioni moderniste e di portarle avanti, appigliandosi ai canoni 7imo del secondo Concilio Ecumenico e 95esimo del Concilio Quinsesto, riconoscendo "per economìa" il battesimo dei non-ortodossi, ma in nessun caso nei canoni citati si fa menzione del riconoscimento del battesimo eretico sulla ricezione dei "ritornati" all'Ortodossia. San Basilio nei suoi Canoni I e XLVII scrive: "Pare che in Asia, per la gestione dei molti che ritornano dalle eresie (Catari,  Pauliciani, Encratitiani) si accetti per economia il loro battesimo". Era una questione pratica momentanea, piuttosto, in un certo contesto storico. La lettera di san Basilio parla di accettazione, e non di riconoscimento, del battesimo degli eretici. 

Quando, nel secondo millennio, si affrontava la questione della validità dei sacramenti cattolici, in particolare del Battesimo, ci si chiedeva se la forma ortodossa - la tripla immersione - fosse stata osservata o meno, e il dibattito circolava anche su questo. (9). Il punto è questo: l'economìa - ovvero la accondiscenza della Chiesa - non può essere base dogmatica né ecclesiologica. Altrimenti, da economìa passeremmo a paranomìa (illegalità). Stiamo andando tuttavia, proprio verso una accettazione di una visione della Chiesa che non è ortodossa. 

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NOTE

1) Cf. Summa Theologica III Q. 63, 1, 66 (especially A.9) and 69. 

2) LG 11, 15; UR 22; Acta Synodalia, III/2, 335.

3) Kasper, “The Decree on Ecumenism—Read Anew After Forty Years,” Section IV, paragraph 3

4) P. Evdokimov, L’Orthodoxie (Neuchatel: Delachaux et Niestlé, 1959), pag.. 343.

5) Ireneo di Lione, Contro le Eresie, 3: 24.1; PG 7.966 C (32). 

6)  Francis A. Sullivan, S.J., “The Significance of the Vatican II Declaration that the Church of Christ ‘Subsists in’ the Roman Catholic Church,” p. 283 

7) Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, Επίσκεψις, αρ. τεύχους 563 (1998), σελ. 4-8. Nella lettera conclude dicendo: "e ci faccia degni Iddio di vedere di nuovo la resurrezione dell'unità dell'Una, Santa, Universale e Apostolica Chiesa". 

8)  Zizoulas, John D. (present-day Metropolitan of Pergamon, Ecumenical Patriarchate) “Orthodox Ecclesiology and the Ecumenical Movement,” Sourozh Diocesan Magazine (England), August 1985, Vol. 21, page 23.

9) Vedi anche  The Manner of Reception of Roman Catholic Converts into the Orthodox Church,” by Archpriest Father George Dragas: http://orthodoxinfo.com/ecumenism/The-Manner-of-Reception-of-Roman-Catholic-Converts-into-the-Orthodox
-Church-Fr-George-Dragas.pdf 

TRATTO DA:

Theological-Academic Conference "The Great and Holy Council: Great Preparation without Expectations," March 23, 2016 in Piraeus, Greece, online su Pravoslavie.ru

N.B. Alcune parti sono state accorciate, accorpate o allungate dal blogger per rendere più fluido il testo e aggiungere informazioni necessarie al lettore. 

lunedì 11 marzo 2019

Il digiuno di Gesù Cristo (Sant'Agostino d'Ippona)

Perché il Signore ha digiunato 40 giorni nel deserto? Ce lo spiega sant'Agostino.

Cristo, che si è degnato di nascere come uomo, non ricusò neanche di essere tentato come uomo, affinché il cristiano, ammaestrato dal suo esempio, potesse non essere superato dal tentatore. Quando l’uomo deve sostenere una simile lotta nella tentazione sia subito dopo il battesimo, sia anche dopo qualunque periodo di tregua, bisogna digiunare: affinché il corpo, mortificandosi, sia in grado di portare a termine la sua lotta e l’anima, umiliandosi, possa impetrare la vittoria. 
[…] Ed eccovi il motivo per cui noi digiuniamo nel tempo che precede la festa della passione del Signore e il motivo per cui dopo cinquanta giorni (da quella festa) termina il periodo in cui limitiamo i nostri digiuni. Chiunque vuol fare un vero digiuno o mortifica la propria anima con fede sincera (Cf. 1 Tm 1, 5) gemendo nella preghiera e castigando il proprio corpo; oppure, avendo sofferto un certo impoverimento spirituale di verità e di sapienza a causa delle lusinghe della carne, si mette in condizione di sentirne nuovamente fame e sete. A quelli che gli chiedevano come mai i suoi discepoli non digiunassero, il Signore rispose parlando di ambedue queste specie di digiuno. Della prima specie, quella in cui l’anima si umilia, disse: “Gli amici dello sposo non possono essere afflitti mentre lo sposo è con loro. Verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno” (Mt 9, 15). Della seconda specie di digiuno invece, che consiste nel nutrire abbondantemente l’anima, disse continuando a parlare: “Nessuno cuce un pezzo di panno nuovo su un abito vecchio, perché lo strappo non diventi maggiore; né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti gli otri si rompono e il vino si versa; ma si mette vino nuovo in otri nuovi, cosi l’uno e gli altri si conservano” (Mt 9, 16-17). Quindi poiché lo sposo ora ci è stato tolto, certo noi, amici di quel bello sposo, dobbiamo essere afflitti. Infatti il più bello d’aspetto tra i figli dell’uomo, sulle cui labbra era diffusa la grazia (Cf. Sal 44, 3), tra le mani dei persecutori non ebbe né grazia né bellezza e la sua vita fu tolta dalla terra (Cf. Is 53, 2, 8). E il nostro pianto è sincero se siamo accesi d’amore verso di lui. Fortunati coloro ai quali fu concesso di averlo davanti a loro prima della sua passione, di interrogarlo su ciò che volevano, di ascoltare quanto dovevano da lui ascoltare. I loro padri, prima della sua venuta, desiderarono vedere quei giorni e non li videro, perché erano stati destinati ad un altro compito: essere i suoi profeti, non i suoi ascoltatori. Di loro parla Gesù quando dice ai suoi discepoli: “Molti giusti e molti profeti desiderarono vedere quello che voi vedete e non lo videro; udire quello che voi udite e non lo udirono” (Mt 13, 17). In noi invece si è adempiuto quanto ugualmente Gesù disse: “Verrà un tempo in cui desidererete vedere uno solo di questi giorni e non potrete vederlo” (Lc 17, 22).
Chi non brucia della fiamma di questo santo desiderio? Chi non piange? Chi non si rattrista gemendo? Chi non dice: “Le mie lacrime sono il mio pane giorno e notte mentre mi dicono sempre: dov’è il tuo Dio?” (Sal 41, 4). Noi crediamo infatti in lui che è già glorioso alla destra del Padre; tuttavia finché viviamo in questo corpo siamo pellegrini lungi da lui (Cf. 2 Cor 5, 6) e non possiamo mostrarlo a quelli che dubitano di lui o lo negano e dicono: “Dov’è il tuo Dio?”. Giustamente il suo Apostolo desiderava morire per essere con lui e pensava che il rimanere nella carne non era cosa migliore per lui ma necessaria per noi (Cf. Fil 1, 23-24). “Timidi sono i pensieri dei mortali e poco stabili i nostri disegni” (Sap 9, 14); poiché la nostra dimora terrena grava l’anima nei suoi molti pensieri (Sap 9, 15). Per questo “è una lotta la vita dell’uomo sulla terra” (Gb 7, 1) e nella notte di questo mondo il leone si aggira cercando chi divorare (Cf. 1 Pt 5, 8): non il leone della tribù di Giuda, il nostro re (Cf. Ap 5, 5), ma il leone diavolo, nostro avversario. Il nostro re, condensando nella sua persona le figure dei quattro animali dell’Apocalisse di Giovanni, nacque come uomo, operò come leone, venne sacrificato come vitello, volò come aquila (Cf. Ap 4, 7). Si librò sulle ali dei venti e fece delle tenebre un velame per sé (Sal 17, 11-12). Egli distese le tenebre e si fece notte e in essa s’aggirano tutte le fiere della selva (Cf. Sal 103, 20). I leoncelli ruggiscono, cioè i tentatori attraverso i quali il diavolo cerca di divorare; tuttavia non hanno potere se non sopra coloro che riescono a prendere. Lo stesso Salmo così continua: “e chiedono a Dio il loro cibo” (Sal 103, 21). Nella notte di questo mondo, così pericolosa e così piena di tentazioni, chi non teme, chi non paventa nel più profondo di se stesso di venir giudicato degno di essere abbandonato nelle fauci di un nemico tanto crudele per essere divorato? Per evitare questo è necessario digiunare e pregare.
Tanto maggiore e tanto più frequente deve essere il nostro digiuno, quanto più si avvicina la solennità della passione del Signore. Con questa celebrazione annuale in certo modo si rinnova in noi la memoria di quella notte; evitiamo così di dimenticarcene, evitiamo che quel divoratore ruggente ci trovi addormentati non nel corpo ma nell’anima. La stessa passione del Signore infatti che cos’altro anzitutto ci insegna, nelle vicende del nostro capo Cristo Gesù, se non che questa vita è una tentazione? Per questo, quando ormai si stava avvicinando il tempo della sua morte, Cristo disse a Pietro: “Satana ha chiesto che gli foste consegnati per vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, Pietro, affinché la tua fede non venga meno; va’ e conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31-32). E difatti poi Pietro ci ha confermato nella fede con la sua attività apostolica, con il suo martirio, con le sue lettere. In una di queste lettere ci esorta anche a temere assai questa notte di cui sto parlando e ci ha insegnato a vigilare guardinghi alla luce consolante delle profezie, come di un lume nella notte: “Noi teniamo come più ferma – dice – la parola dei profeti, alla quale fate bene a prestare attenzione, come a lampada che splende in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non si levi nei vostri cuori la stella del mattino” (2 Pt 1, 19).



Teniamo dunque i fianchi cinti e le lucerne accese, e siamo come quegli uomini in attesa del ritorno del loro padrone dalle nozze (Cf. Lc 12, 35-36). Non diciamoci vicendevolmente: “Mangiamo e beviamo perché domani moriremo” (1 Cor 15, 32). Ma proprio perché è incerto il giorno della morte e penosa la vita, digiuniamo e preghiamo ancor più: domani infatti moriremo. “Un poco – disse Gesù – e non mi vedrete un poco ancora e mi vedrete” (Gv 16, 19). Questo è il momento di cui ci disse: “Voi sarete nell’afflizione mentre il mondo godrà” (Gv 16, 20); cioè: questa vita è piena di tentazioni e noi siamo pellegrini lungi da lui (Cf. 2 Cor 5, 6). “Ma io vi vedrò di nuovo – aggiunse – e ne gioirà il vostro cuore e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16, 22). Godiamo anche ora in questa speranza, nonostante tutto – poiché è fedelissimo chi ce lo ha promesso – nell’attesa di quella sovrabbondante gioia, quando saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (Cf. 1 Gv 3, 2), e nessuno ci potrà togliere la nostra gioia (Cf. Gv 16, 22). Di questa speranza abbiamo anche ricevuto il pegno amabile e gratuito dello Spirito Santo (Cf. 2 Cor 1, 22), il quale emette dai nostri cuori gemiti inenarrabili di santi desideri (Cf. Rm 8, 26). “Abbiamo concepito infatti – dice Isaia – e abbiamo partorito lo spirito di salvezza” (Cf. Is 26, 18). E “la donna quando partorisce – dice il Signore – è nel dolore perché è giunta la sua ora; ma quando ha partorito si fa grande festa perché è venuto al mondo un uomo” (Cf. Gv 16, 21). Questa sarà la gioia che nessuno potrà toglierci (Cf. Gv 16, 22). Con questa gioia saremo immersi, dalla vita presente nella quale dobbiamo concepire la fede, alla luce eterna. Ora dunque digiuniamo e preghiamo, perché è il tempo del parto.
Questo sta facendo l’intero corpo di Cristo che è diffuso per tutto il mondo, cioè la Chiesa intera, quell’unità che nel Salmo prega: “Dai confini della terra ti invoco, col cuore prostrato nel dolore” (Sal 60, 3). Di qui ci si manifesta già chiaramente perché sia stato istituito un tempo sacro di quaranta giorni destinato a questa umiliazione. Colei infatti che invoca Dio dai confini della terra col cuore prostrato dal dolore lo invoca dalle quattro parti del mondo, nominate spesso anche dalla Scrittura: oriente, occidente, settentrione e mezzogiorno. Per tutta l’estensione di queste quattro parti del mondo è stato promulgato quel decalogo della legge, che ora non si deve soltanto temere osservandolo nella lettera, ma che si deve adempiere con la grazia della carità. Sappiamo che quattro per dieci fa quaranta. Ma ancora ci troviamo nella fatica della tentazione, nella necessità del perdono dei peccati. Chi può infatti adempiere perfettamente il comandamento: Non desiderare (Es 20, 17)? Perciò è necessario digiunare e pregare, senza smettere di fare le opere buone. Di questo lavoro verrà data alla fine la paga, che nel Vangelo viene chiamata denario (Cf. Mt 20, 2-13). Come il ternario prende nome dal numero tre, il quaternario dal numero quattro, così il denario dal numero dieci. Questo denario unito al numero quaranta ci vien reso come ricompensa della nostra fatica. Il numero cinquanta simboleggia il tempo di quella gioia che nessuno potrà toglierci (Cf. Gv 16, 22). In questa vita ancora non ne abbiamo il pieno possesso; tuttavia lo celebriamo nelle lodi del Signore col canto dell’Alleluia per cinquanta giorni dopo la solenne celebrazione della passione del Signore, a partire dal giorno della risurrezione; durante quei giorni diminuiamo i nostri digiuni.
Ora dunque, carissimi, in nome di Cristo vi esorto a propiziarvi Dio con digiuni quotidiani, elemosine più generose, preghiere più fervorose, perché non veniate circuiti da satana. 
[…] Quaranta giorni digiunò Mosè, autore della legge (Cf. Es 24, 18), quaranta giorni Elia, il più grande dei profeti (Cf. 1 Sam. 19, 8), quaranta giorni il Signore stesso (Cf. Mt 4, 2), testimoniato dalla legge e dai profeti. Perciò si mostrò sul monte con questi due personaggi (Cf. Mt 17, 3). Noi, benché non possiamo sostenere senza interromperlo un digiuno così lungo, così da non prendere nessun alimento per tanti giorni e tante notti come hanno fatto essi, almeno facciamolo secondo le nostre forze; in maniera che, esclusi quei giorni nei quali per motivi determinati la tradizione della Chiesa proibisce di digiunare, possiamo diventare graditi al Signore nostro Dio con un digiuno quotidiano o almeno frequente. 

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TRATTO DA

S. Agostino, Discorso 210, 2-7

sabato 9 marzo 2019

Il Lunedì Puro e il Perdono

Una cosa è certa. La Chiesa Ortodossa mantiene una serie di rituali e tradizioni molto antiche, ma mai disgiunte dalla realtà spirituale più profonda, che vivifica l'Uomo. 

L'inizio della Quaresima, al termine della settimana preparatoria dei Latticini, è il Vespro del Perdono, celebrato alla sera della domenica: è l'inizio del Lunedì Puro, un giorno di digiuno strettissimo per i monaci, ai quali viene detto di bere solo acqua; per i laici è un giorno in cui tradizionalmente si mangiano solo verdure, frutta e frutti di mare. 


Il sacerdote chiede perdono ai parrocchiani. Foto da St. Nicholas Parish

Il cambiamento definitivo di stato della comunità ecclesiale nel periodo di pentimento è inaugurato dal fatto che, dopo il prochimeno dei Vespri, il sacerdote si spoglia del felonio e dell'epitrachilio bianchi e indossa un epitrachilio nero o di un colore scuro come il viola. Il tono dei canti del Vespro diventa penitenziale. Gli accoliti della chiesa cambiano i vestimenti e gli addobbi con quelli di colore scuro. Ai tropari finali, seguono le prostrazioni del clero e dei fedeli: le prime della Quaresima. Alla fine, ecco il rituale del perdono: i sacerdoti e i fedeli si scambiano un augurio profondo: "Dio ti perdoni" uno all'altro, per iniziare la Quaresima con coscienza pulita, secondo le parole del Cristo:

Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. [1]

All'Ora Sesta del Lunedì Puro, il Lettore recita il passo di Isaia 1:1-20, la cui parte finale recita: 

 Lavatevi, purificatevi, togliete d’innanzi agli occhi miei la malvagità delle vostre azioni; cessate del far il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate ragione all’orfano, difendete la causa della vedova! Eppoi venite, e discutiamo assieme, dice il Signore; quand’anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve quand’anche fossero rossi come la porpora, diventeranno come la lana.

Il viaggio è iniziato: mancano solo 48 giorni alla Pasqua! 

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NOTE

1) cfr. Vangelo di Matteo 5:20-26


mercoledì 6 marzo 2019

La Caduta di Adamo ed Eva

Adamo ed Eva, peccando, ci hanno portato nel mondo. Ebbene si, noi siamo extraterrestri, siamo esuli in questa Terra perché ci siamo ritrovati qui dall’Eden a causa della caduta dei nostri protogenitori. Buttati fuori dal Paradiso terrestre, Adamo ed Eva e tutti gli esseri umani si ritrovano in questo mondo, nel quale abbondano il dolore e il peccato, I quali sono uno causa dell’altro.

Come cantiamo magnificamente nelle nostre chiese, alla seconda stichira al Vespro vigilare della Domenica dei Protogenitori, ecco la condizione dell’umanità  decaduta:

Me infelice, sono stato spogliato della
tunica intessuta da Dio, perché ho
disubbidito, Signore, al tuo divino
precetto, per suggerimento del nemico; e
ora sono cinto di foglie di fico e di tuniche
di pelle: sono condannato a mangiare con
sudore pane di fatica, e la terra è stata
maledetta perché mi produca spine e triboli.

Sembra che siamo perduti, che siamo chiamati alla sofferenza pura e semplice, senza scampo. Eppure, in tutto questo, abbiamo una bella notizia. Il Cristo può salvarci.

Ma Tu che negli ultimi tempi dalla
Vergine ti sei incarnato, richiamami, e
fammi di nuovo entrare nel paradiso…

Il Teantropo, il Dio Incarnato, Gesù Cristo, e’ venuto per salvarci dalla nostra condizione: cosi come Adamo si vestì di foglie, che simboleggiano la caducità della sua condizione, cosi il Cristiano si è vestito del battesimo e intraprende il lungo cammino di emulazione del Cristo il quale, assumendo su di se’ tutti I peccati dell’umanità, si e’ sacrificato sulla Croce per la nostra salvezza. Noi, battezzati nella Sua morte, siamo partecipi della sua Resurrezione (cfr. Romani 6:3-4).


La cacciata dal paradiso terrestre

Il Cristianesimo non è la religione della morte e del dolore, ma è la religione della vita. Non stupisce che I santi Padri hanno istituito l’inizio del digiuno di purificazione appresso alla Primavera, per ricordarci come anche noi partecipiamo della rinascita della Natura restaurata dal Signore, ma solo se ci vestiamo del pentimento e se, come I fiori, rigogliosi porteremo frutto.

Può essere ovvio oppure no, ma il mondo che vediamo oggi è il risultato della nostra indifferenza. Indifferenza alla venuta del Salvatore il quale e’ venuto a restaurare la natura umana e ad elevarla, non solo recuperando la possibilità adamitica, ma addirittura portandola ad una nuova vetta spirituale, ancora più alta. Non più il paradiso terrestre, ma il paradiso celeste, la comunione perfetta con Dio. Questo è il nostro destino: Cieli Nuovi e Terra Nuova, in una trasfigurazione universale. Il nostro destino è accettare quella chiamata che Dio fece ad Adamo ed Eva, ma che non hanno potuto portare a compimento.