giovedì 3 luglio 2014

I Papi ortodossi e l'eresia iconoclasta a Costantinopoli ( Storia della Chiesa - Medioevo)

Tradotto e riadattato da: "Greek East and Latin West - The Church 681-1071" di padre Andrew Louth

L'Imperatore eretico e la risposta del pontefice Gregorio II 

Secondo il cronista Teofane, nell'estate del 726 vi fu un'eruzione vulcanica tra Thera, nelle Cicladi ( Santorini) e Therasia, che creò così un'altra isoletta. L'Imperatore Leone III di Costantinopoli, impaurito da tale portento naturale, ordinò la distruzione delle icone, asserendo che era colpa della mollezza dei fedeli - nella sua visione, l'accettazione delle immagini aveva provocato un castigo divino - e si accanì affinché fosse staccata l'Icona del Cristo dalle Porte di Bronzo, il cancello del palazzo imperiale di Costantinopoli. Nel 730 l'Imperatore domandò al Patriarca Germano I di supportare la sua politica iconoclasta; ottenuta dal patriarca una risposta negativa, lo depose esiliandolo, e fece eleggere al soglio patriarcale il più molle e compiacente Anastasio.

Affresco che testimonia la distruzione di una icona

L'Imperatore tentò di introdurre la politica iconoclasta anche nel Sud-Italia, ma incontrò la resistenza papale di Gregorio II, il quale manifestò la propria disapprovazione in una lettera. Nel 731 il suo successore, Gregorio III, chiamò un Sinodo a Roma nel quale fu condannata l'Iconoclastia, e formalizzò la pena di scomunica per chiunque distruggesse le sacre immagini. Per tutta risposta, Leone III Imperatore confiscò i beni ecclesiastici romani in Calabria e Sicilia, e depose i vescovi latini di quelle regioni, trasferendo così la giurisdizione ecclesiastica delle Diocesi dal Patriarcato di Roma a quello di Costantinopoli.  La persecuzione iconoclasta infierì non solo sulle sante immagini, ma anche sul culto delle reliquie, sul culto del Sacramento e su tutto ciò che non fosse "sola scriptura". Il Papato assicurò in quei tempi di disgrazia il sostegno agli iconofili che scappavano dalle persecuzioni che, ricorrenti, imperversavano nell'Impero d'Oriente. La fuga dei Greci dalla loro terra a Roma è documentata dalla presenza della chiesa di S. Maria in Cosmedin, costruita appositamente per ospitare il culto greco in lingua greca, nel VIII secolo. 

Iconoclastia e San Giovanni il Damasceno

L'Imperatore Leone e gli iconoclasti ritenevano che la venerazione delle sante immagini profanasse il comandamento relativo al divieto veterotestamentario di figurazione di Dio. I cronisti futuri chiameranno Leone "(l'Imperatore) dalla mentalità maomettana" ( originale: saracen-minded) perché si dice che costui fu influenzato dai colloqui avuti con i tanti sapienti musulmani che arrivavano nella capitale da oriente. L'iconoclasmo veterotestamentario si sposava difatti con la nascente religione islamica, che dai Romei prima, e dai Latini poi, fu ritenuta sempre una sorta di "eresia cristiana" che alcuni riconducono addirittura ad un ramo evoluto del Nestorianesimo. 

Il dibattito sulle sante immagini fu lungo e articolato: il difensore migliore, completo e che più ha influenzato poi le decisioni del Concilio del 787 fu Giovanni di Damasco, un monaco che scrisse varie lettere all'Imperatore Leone III circa la natura dell'icona, facendo leva sull'Incarnazione di Cristo come icona ante litteram, in questo modo legittimando la venerazione del soggetto insito nell'immagine, a memoria di un nuovo corso storico-metafisico che è la prima venuta del Cristo, rivoluzionario dell'eterna Alleanza ponendone una nuova. 

Costantino V: il Sinodo di Hiereia e i papiri Peuseis

Il nuovo imperatore, Costantino, ottenne il trono nel 740 alla morte del padre, col quale aveva collaborato per vent'anni. Nel 754 egli convocò un Sinodo, autoproclamandolo "il Settimo Concilio Ecumenico", nel quale propose una nuova versione della dottrina iconoclasta da lui stesso scritta e condotta in sede orante. Alcuni mesi prima della convocazione del Sinodo, Costantino V fece circolare in tutto l'Impero quelli che oggi chiameremmo pamphlet, dei piccoli papiri che inneggiavano all'eresia iconoclasta, diretti ai Vescovi: in greco Peuseis
Questi papiri sono stati distrutti, non abbiamo alcuna copia, ma possiamo dedurne il testo dalle risposte che i Padri iconofili condussero al suddetto Sinodo, in special modo le risposte del Patriarca Niceforo, che sarà deposto nel 815, quando l'iconoclasmo sarà nuovamente favorito dagli imperatori.

In questi papiri l'iconoclasmo era evoluto. Da semplice e crudo odio verso l'icona come era quello di Leone III, era divenuto un piccolo prontuario di risposte teologiche sfavorevoli all'icona, portando esempi e giustificando la loro distruzione con passi biblici. L'argomento principale verteva sul fatto che, ponendo l'Icona l'accento sulla forma del Cristo coi suoi tratti fisici, si accusava gli iconofili di Nestorianesimo, asserendo che si scordava il lato Divino di Cristo; D'altra parte, i favorevoli alle immagini individuarono nell'iconoclastia una impronta Miafisita, asserendo che si annullava l'umanità del Cristo credendolo fuori dal tempo e dallo spazio. 
Il Sinodo di Hiereia fu invalido perché furono presenti solo trentotto vescovi, quasi tutti iconoclasti, e fu presieduto dal Vescovo Teodosio di Efeso, con la partecipazione del Patriarca Atanasio. Gli altri rappresentanti della Pentarchia non furono invitati, e non vi furono nè missi patriarcali nè osservatori esterni. 

Imperatrice Irene e Settimo Concilio Ecumenico a Nicea

Con la morte nel 775 di Costantino V, salì al trono Leone IV, il quale, benché formalmente iconoclasta, si dichiarò "amico della Theothokos e dei monaci" affievolendo le persecuzioni. Anche egli morì presto, lasciando il governo alla moglie Irene, reggente del figlio di dieci anni, Costantino VI. L'Imperatrice era una santa donna, iconofila, e piano piano affievolì prima le violenze perpetrate agli Ortodossi, e successivamente aprì e presiedette al Concilio di Nicea II, decisa fermamente a porre fine a tutte le violenze e a gettare le basi di una unità canonica circa la "questione delle immagini". Nel 784 il Patriarca Paolo IV si ritirò a vita privata per cattiva salute, e Irene propose come successore il di lei fidato segretario Tarasio, un uomo dogmaticamente e teologicamente preparato, anche se uomo di Legge. Fu fatto sacerdote e poi vescovo, e fu intronizzato Patriarca nel giro di poco tempo. Iniziò subito a preparare il Concilio Ecumenico, questa volta veramente tale. Furono mandate in tutta la Pentarchia le lettere di compartecipazione e gli inviti. 

Il Papa Adriano I partecipò al Sinodo Ecumenico in forma "legata", ossia attraverso i suoi rappresentanti, i quali portarono seco due lettere, una per il Patriarca Tarasio, e una per Irene, nelle quali vi era scritto che il Papato di Roma condannava fortemente l'iconoclasmo in ogni sua forma, anche di limitazione - esempio, accettazione dei dipinti ma non delle statue, o degli affreschi ma non dei bassorilievi - allegando alle missive dei brani tratti dai Santi Padri a difesa dell'iconofilia. La sessione principale del Concilio, come era da programma, fu la proclamazione dell'Ortodossia della Venerazione delle Sante Immagini. I vescovi iconoclasti furono sottoposti a pubblica umiliazione: ad ogni capitolo iconoclasta fu contrapposto un passo iconofilo, con citazioni dei Padri e delle Scritture che distruggevano le tesi eretiche. La proclamazione di eresia fu letta da un Diacono siciliano, Epifanio. Il Concilio si concluse con una sessione pratica, nel corso della quale furono decisi i testi canonici da citare a difesa dell'Icona. 

Ultimi deliri iconoclasti e Vittoria dell'Ortodossia

Costantino VI non fu un buon Imperatore ortodosso. Con la maggiore età, emule dei suoi predecessori e parenti, si proclamò nuovamente in favore dell'iconoclastia e ordinò la distruzione dei nuovi templi cristiani, edificati e ornati con icone, affreschi e bassorilievi. Costantino VI divenne estremamente impopolare, soprattutto quando divorziò dalla moglie Maria per sposare un'altra donna, Theodote. Il Patriarca non acconsentì al matrimonio, che fu celebrato comunque in Santa Sofia da un prete di nome Giovanni. La nuova coppia si inimicò il clero di Corte quanto il popolo; sua madre, Irene, con una mossa inaspettata lo confinò nella Sala di Porpora e lo imprigionò, proclamandosi così Autocrate e unica sovrana dell'Impero, il 15 agosto 797. Ella, per garantire al suo regno un po' di favore del popolo, autorizzò la costruzione di molti monasteri e fece ingenti donazioni al Patriarcato. Nel 802, due anni dopo da quando Carlomagno fu incoronato dal Papa Leone III, le giunse una proposta sensazionale da parte del nuovo Imperatore d'Occidente: un matrimonio per riunire l'Est e l'Ovest dell'Impero. Sfortunatamente, una rivolta di palazzo presieduta da Niceforo I la costrinse all'esilio. 
Il sogno della riunificazione politica svanì, ma l'Ortodossia trionfò in tutto l'Ecumene.

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Io, misero redattore e traduttore di questo articolo scritto in un inglese ricco e magistrale di padre Andrew Louth, sono orgoglioso che il mio "Patriarcato meta-fisico" di Roma Antica sia stato l'unico veramente saldo nell'Ortodossia delle Sante Immagini in quei tempi ove tutti gli altri, sotto minacce e violenze, avevano ceduto il posto all'eresia iconoclasta. Ringrazio, se così si può dire, i santi papi ortodossi di Roma Antica per il loro impegno in quella che fu una delle più grandi controversie teologiche del mondo cristiano. E, sempre ai Papi Ortodossi di beata memoria, chiedo una preghiera: Riportate Roma alla santa e retta dottrina.
Amen. 






7 commenti:

  1. Complimenti per questo blog...continua così... Dio ti benedica!

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    1. Grazie mille! Se avete domande o temi che desiderate siano affrontati, fatemelo sapere.

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    2. Sarebbe interessante approfondire una questione poco affrontata in relazione alle reciproche scomuniche del 1054.Mi riferisco alla questione degli azzimi.Erroneamente infatti si crede comunemente che la questione in ballo nel 1054 era il Filioque.In realtà, il legato romano Umberto di Selvacandida si era recato a Costantinopoli per cercare tra le altre cose di affrontare proprio la questione degli azzimi (consacrazione valida anche per il pane non lievitato come al contrario polemizzavano a Costantinopoli) e la chiusura di alcune chiese latine da parte del patriarca Cerulario.Poi successivamente nella diatriba rientro' anche il già vecchio problema del Filioque.

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    3. Il Filioque è una problematica di diritto canonico, a mio avviso, e non dogmatico. Sappiamo infatti che la Chiesa Gallicana in seno al Patriarcato Romano utilizzava già dal VIII secolo un Credo filoquista. Era stato tollerato come theologoumenon, ossia come una "visione interna". Anche gli azzimi erano stati sviluppati nella Chiesa Franco-Gallicana. Quando Il Papato fu franchizzato con l'arrivo di Vescovi franchi sul Soglio di Pietro, si ebbe la diffusione massima di questi due abusi locali.
      A sostegno della mia povera tesi basta guardare alle altre chiese latine ancora vive oggi: l'enclave anglicana ( non tanto nella dogmatica, che ormai è protestante, quanto negli usi liturgici che hanno mantenuto) e quella ispanica, che hanno entrambe e a distanza di mille anni, usi e consuetudini perfettamente ortodosse. Intendevo aprire un articolo su << cosa resta dell'ortodossia latina >> ma temo sia fuorviante per chi non conosce a fondo la tematica. Sul problema degli Azzimi, cercherò il prima possibile le informazioni per un articolo. Grazie per lo spunto.

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  2. L'articolo che accennavi << cosa resta dell'ortodossia latina >> lo reputo, se dovessi postarlo, quanto mai interessante e ti incoraggio se puoi a pubblicarlo...comunque ancora grazie per questo blog

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  3. Grazie per tutte le informazioni che ci offri! Un prete greco ortodosso.

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    1. Grazie a voi, padre!
      Dio vi benedica e vi aiuti nella vostra missione.

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