mercoledì 13 agosto 2014

Il Filioque: spulciando i documenti della Chiesa Cattolica

E’ abbastanza risaputo come i cattolici di rito orientale recitino il Credo senza l’aggiunta del “Filioque”, ma ciò che, forse, molti non sanno è che esistono (per quanto poco numerosi) cattolici di rito latino che ugualmente non lo aggiungono nella liturgia. Chi sono? Sono le parrocchie di rito latino presenti in Grecia.
Per quale motivo questi “latini” greci non lo aggiungono?
Perchè (e qui sta la stranezza) secondo la Chiesa Cattolica Apostolica Romana il “Credo” nell’originale greco non può essere “toccato” cioè nessuna aggiunta può essere inserita.
Possibile? Sembrerebbe un affermazione sorprendente che andrebbe nella direzione da sempre voluta dalla Chiesa Ortodossa. Eppure le cose stanno così!...o quasi!
In pratica il Credo in greco così come è stato “partorito” dal Concilio di Nicea-Costantinopoli del 381 non può essere modificato neppure di una virgola secondo “Roma”. A ribadirlo è stato nel 1994 il “Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani” nel documento intitolato “Le tradizioni greche e latine riguardo la processione dello Spirito Santo”.
In questo documento leggiamo tra le altre cose questa esplicita dichiarazione:
"La chiesa cattolica riconosce il valore conciliare ed ecumenico, normativo e irrevocabile, quale espressione dell'unica fede comune della chiesa e di tutti i cristiani, del simbolo professato in greco dal II concilio ecumenico a Costantinopoli nel 381. Nessuna professione di fede propria a una tradizione liturgica particolare può contravvenire a tale espressione di fede insegnata e professata dalla chiesa indivisa."
Ma c'è di più. Nella dichiarazione, in un altro passaggio è anche testualmente scritto:
"La Chiesa cattolica rifiuta che sia aggiunto <kaì tou Yiou> (e dal Figlio) alla formula <ek tou Patros ekporeuomenon> (che procede dal Padre) nel testo greco del simbolo di Nicea-Costantinopoli, anche nel suo uso liturgico da parte dei latini."
Concetto ribadito nello stesso documento una seconda volta con queste parole:
"Consapevole di ciò, la chiesa cattolica ha rifiutato che sia aggiunto <kaì tou Yiou> alla formula <ek tou Patròs ekporeuomenon> del simbolo di Nicea-Costantinopoli nelle chiese, anche di rito latino, che l'utilizzano in greco; l'uso liturgico di questo testo originale è in effetti rimasto sempre legittimo nella chiesa cattolica."
Dove sta l'inghippo allora? Fin qui nulla da eccepire.       
L'inghippo sta nel fatto che nel documento in questione, una volta enucleati questi principi pienamente ortodossi ci si affanna a giustificare l'uso latino del Filioque come esplicitazione dogmatica legittima teologicamente. Ora, non e' mia intenzione esplorare la lunga dissertazione del documento stesso sulla giustificazione dell'uso legittimo o meno del Filioque. Quello che ho voluto sottolineare è la palese contraddizione in cui la Chiesa Cattolica si trova nei confronti del Filioque.

Da un lato ne proibisce l'aggiunta all'originale greco, dall'altro lato ne legittima l'inserimento nella traduzione latina e nelle lingue correnti nazionali (greco escluso ovviamente). Tuttavia sorgono spontanee alcune domande: perché questa disparità? Il greco è forse migliore o peggiore delle altre lingue? Per quale motivo in greco non si può aggiungere e in latino o in lingua volgare invece si? Esiste forse una lingua più o meno sacra di un altra? 

Giuseppe di Pietro

2 commenti:

  1. la disparità sta nel fatto che il documento appartiene al postconcilio, periodo nel quale il principio di non contraddizione non è più valido. Comunque, per quanto riguarda la maggiore o minore sacralità di una lingua, la Chiesa riconosce il greco come lingua sacra e il latino come lingua liturgica (questo ovviamente prima del concilio), ed entrambe le lingue sono più sacre delle lingue volgari

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    1. Capisco. Pur tuttavia la posizione ortodossa sulle lingue è differente, sarebbe da aprire una lunga parentesi. Ti ringrazio per la nota.

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