mercoledì 29 ottobre 2014

Il Piccolo Scisma di Aquileia ( Storia della Chiesa )

Nel VI secolo, nel tentativo di riportare la Chiesa Indivisa all'Unità, l'Imperatore Giustiniano I ( 527-565), prendendo a modello il Concilio di Calcedonia, si ritrovò una situazione ecclesiastica spiacevole. I vescovi occidentali soprattutto e il Patriarca di Costantinopoli condannavano ogni forma di monofisismo; le sedi apostoliche di Antiochia e Alessandria invece lo professavano apertamente; gran parte della Palestina era anch'essa di teologia monofisita.

L'Imperatore decise quindi, secondo una certa politica dell'equilibrio ben nota anche ai giorni nostri, di ricordare all'ecumene cristiano quali fossero le eresie, e condannò nuovamente i Nestoriani. Raccolse così gli scritti di Teodoro di Mopsuestia ( maestro di Nestorio) una lettera di Iba di Edessa e alcuni libri di Cirillo, Patriarca d'Alessandria. Così questo documento prese il nome di "Tre Capitoli". 
I Nestoriani fuggirono in massa in Persia, e si posero sotto la protezione del vescovo di Ctesifonte, alias Patriarca di Persia.
In questi scritti si negava il termine Deipara ( Theotokos) e si puntava eccessivamente sulla difesa della doppia natura di Cristo, quasi in modo ossessivo. In questo modo, si sperava che i monofisiti, vedendosi in un certo qual modo meno vessati teologicamente, rientrassero nel pleroma. 
Per approvare queste decisioni Giustiniano convocò il Concilio di Costantinopoli II ( 553) e i vescovi orientali appoggiarono supinamente le decisioni imperiali, ratificando subito il codice. Meno accondiscendente alle pressioni fu il Papa Pelagio, ma quando fu imprigionato a Costantinopoli, dopo un periodo di galera, si decise a firmare. Fu a questo punto che in Occidente, venendo a contatto con il concilio imperiale, tra i vescovi latini scoppiò una controversia teologica. Il problema fu di interpretazione del gesto e non dottrinale, ma ebbe notevoli risvolti politici per l'epoca. 
I Vescovi di Milano e Aquileia contestarono la decisione conciliare, perché dal loro punto di vista si cadeva in questo modo nel monofisismo e questi vescovi, con la loro lettura degli eventi, credevano di veder reintegrati i non-calcedonesi senza che avessero fatto abiura dell'eresia
Ad Aquileia i vescovi suffraganei votarono per l'autoproclamazione del Patriarcato indipendente che avvenne nel 568. La sede si spostò poi a Grado ( Venezia) quando nello stesso anno i Longobardi invasero l'Italia.
Nel 586 l'esarca di Ravenna, assieme al Pontefice, in accordo entrambi con l'Imperatore, rapirono il patriarca scismatico Severo, obbligandolo a firmare l'adesione al Concilio di Costantinopoli. Egli sì accettò e riprese possesso della sua metropolia, ma si dichiarò poi nuovamente favorevole alla posizione tricapitolina, asserendo ( come era vero ) che l'adesione gli fu strappata con la forza.
Milano già nel 570 era rientrata nell'Ortodossia con un atto formale verso il Papa. Nel 638, dopo che le vittorie militari dei Longobardi filo-papali avevano distrutto i longobardi ariani ( protettori dei tricapitolini), e dopo un'intensa attività missionaria da parte di S. Colombano nelle zone istriane e austriache, fu convocato un nuovo sinodo a Pavia. Il Patriarca Pietro I rientrò in comunione con l'Ortodossia nello spirito di Calcedonia, mantenendo il suo titolo di Patriarca di Grado e Metropolita delle Venezie. 

Fonti: Paolo Diacono "Historia Langobardorum" ; "Latin West and Greek East - The Church 681-1071" del Seminario San Vladimir di New York

In foto: la chiesa patriarcale di Grado.

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