giovedì 12 marzo 2015

L'Umiltà monastica e i dodici gradini del progresso spirituale ( San Benedetto da Norcia )

Dalla Regola di San Benedetto da Norcia, Abate di Montecassino e Fondatore del Monachesimo d'Occidente. Capitolo VII "De humilitate".  Il brano non è completo ma è stato selezionato nelle sue parti dalla Regola dal blogger

La Divina Scrittura ci annunzia, o fratelli, che chiunque si innalza sarà umiliato e chiunque si umilierà verrà innalzato ( Luca 14,11) e con questo mostra che ogni esaltazione è una forma di superbia, dalla quale il Profeta ci esorta a guardarci dicendo o Signore, non si è innalzato il mio cuore, non portai alteri gli occhi, non camminai fra cose grandi e troppo alte per me. E che invece? se non pensai umilmente e fui superbo dentro di me, come un fanciullino la cui madre nega il seno, così fu punita l'anima mia. Quindi, fratelli, se vogliamo raggiungere la vetta di una altissima umiltà dobbiamo erigere, coi nostri atti indirizzati verso l'alto, quella scala apparsa a Giacobbe in sogno, dalla quale salgono e discendono gli Angeli. (...)
Il primo grado dell'umiltà è che il monaco abbia il timore di Dio sempre innanzi agli occhi (salmo 35,2). Abbia cura di non dimenticarselo. Ricordi tutto ciò che Dio ha comandato, abbia sempre innanzi a sé l'immagine dell'Inferno che arde, a causa dei loro peccati, coloro che mortificarono Iddio, e la Vita Eterna preparata per coloro che Lo temono. Tutti siamo certi che Dio vede continuamente dal Cielo, ciò che fanno in ogni luogo è osservato dal divino sguardo e ciò che avviene gli viene continuamente riferito da schiere di angeli. 
Per stare in guardia dalle immaginazioni, l'umile e volenteroso fratello ripeta sempre dentro di sé sarò senza macchia dinnanzi a Lui, solamente se mi sarò guardato dal mio peccato ( salmo 17,24).  Con ragione ci viene insegnato di non fare la nostra volontà: ci sono vie che paiono rette agli uomini, il cui termine rovina fino alle profondità dell'inferno ( Pr 14:12 ; 16:25). Invece, nei desideri della carne dobbiamo ricordare il Signore sempre presente, come il Profeta che dice: Signore, ogni mio desiderio sta davanti a te. ( salmo 37:10). Se le nostre opere sono sempre dinnanzi agli occhi del Signore e a lui continuamente riferite dagli angeli addetti alla nostra custodia, non abbia a succedere che ci sorprenda rivolti al male e divenuti inutili ( salmo 13:3).
Il secondo grado è che il monaco non ami la propria volontà, ne si compiaccia di esaudire i propri desideri, ma adempia alla parola del Signore: non venni a fare la mia volontà, ma quella di Colui che mi ha mandato( Gv 6:38). Il terzo grado dell'umiltà è che il monaco si sottometta in tutta obbedienza al suo superiore, imitando il Signore di cui dice l'Apostolo: si fece obbediente fino alla morte di Croce. ( Fil 2:8)
Il quarto gradino è quello in cui, nella stessa obbedienza, in cose difficili o contrarie e ricevendo qualsiasi ingiuria, abbracci con animo quieto la pazienza e non si stanchi di sopportare, non fugga, poiché la Scrittura dice: si salverà solo chi avrà perseverato fino all'ultimo (Mt 10:22) e anche: sia forte il tuo cuore e spera nel Signore ( Salmo 43:22) e mostrando che il fedele deve sopportare ogni contrarietà, dice in persona a quelli che soffrono: per te siamo angustiati a morte tutto il giorno, siamo tenuti come pecore al macello (salmo 26:14) ma forti della divina ricompensa, continuiamo a dire con gaudio: tutto superiamo per l'amore di Colui che ci ha amati. ( Rom. 8:37) 
Il quinto grado dell'umiltà è che il monaco manifesti al suo abate tutte le colpe occulte commesse e le immaginazioni del suo cuore, e la Scrittura ci incoraggia dicendo: manifesta al Signore la tua via, e confida in Lui. (Salmo 36:5). Il sesto grado è che il monaco goda di ogni cosa, sia essa gioiosa o disdicevole, e in tutto ciò che gli viene comandato di fare si consideri operaio inutile, indegno e incapace.
Il settimo grado è che il monaco non solo dica di essere l'ultimo degli ultimi, ma lo creda fermamente nell'intimo. L'ottavo gradino è che il monaco non compia alcuna azione che non sia quella ordinaria del monastero, o basata sull'autorità e sull'esempio degli anziani e dell'Abate. Il nono grado dell'umiltà è che il monaco vieti alla propria lingua di parlare, e che abitualmente nel silenzio non parli fin quando non gli verrà chiesto di farlo, poiché chi parla molto non cammina dritto sulla terra ( salmo 139:12). Il decimo grado è che il monaco non sia facile al riso poiché sta scritto: lo stolto nel ridere alza la sua voce ( Ecclesiaste 21:23). L'undicesimo gradino è quello in cui il monaco, qualora debba parlare, lo faccia con compostezza e grazia, non sguaiatamente e senza alzare la voce. Il dodicesimo grado dell'umiltà è che il monaco non solo abbia nel cuore l'umiltà, ma la dimostri e la porti ovunque si trovi: duranti gli Offici, nell'Oratorio, nei campi, per strada, ovunque, seduto o camminando in piedi, egli tenga la testa bassa e stimandosi reo dei propri peccati rifletta sul presentarsi al cospetto di Dio, rimembrando il Vangelo: Signore, io peccatore non sono degno di alzare gli occhi al Cielo (Luca 18:13). Saliti dunque questi gradi dell'umiltà, il monaco arriva senz'altro a quel perfetto amore di Dio che scaccia ogni timore.

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