sabato 14 marzo 2015

Oltre la Diaspora ( Riflessioni di un clerical Chic )

Carissimi Fratelli e Sorelle,
Qualche giorno fa discutevo con un mio amico di parrocchia circa il concetto di Diaspora. Ebbene sì, a pranzo con gli amici parliamo di Chiesa. Sorpresi? io non lo sarei, conoscendomi.
Comunque, il succo era che concordavamo sulla necessità di andare oltre il mèta-concetto della Diaspora.
Orbene, poiché magari non tutti sanno bene cos'è la Diaspora, descriviamola.
 Nel mondo ortodosso con il termine Diaspora si intende quel movimento migratorio dai paesi ortodossi di masse di credenti verso l'Occidente, la formazione quindi di comunità etniche ortodosse, e il loro vivere con i propri costumi liturgici in terra non ortodossa.
Si intende, praticamente, l'Occidente dal punto di vista ortodosso.
La Diaspora iniziò nel 1917 circa con la Rivoluzione Russa e non è ancora terminato, poiché Rumeni e slavi continuano ad arrivare.
Ben presto si formò il concetto di Diaspora nelle gerarchie ortodosse occidentali, e si fossilizzò ben presto l'idea che l'assetto temporaneo che la Chiesa Ortodossa aveva assunto in Occidente dovesse divenire quello definitivo, poichè "prima o poi gli ortodossi torneranno nei loro paesi d'origine" (e noi convertiti? boh. Forse insieme a loro in valigia). Si fossilizzò quindi la pratica di celebrare in lingua etnica piuttosto che nella lingua del paese ospitante ( questo è vero, in realtà, solo per i paesi mediterranei - Spagna, Italia, Portogallo - perché in Francia e Inghilterra, USA e Germania quasi tutte le parrocchie sono linguisticamente locali). 
Si fossilizzò l'idea del tutto anti-canonica della molteplicità delle giurisdizioni per il medesimo territorio quando un banalissimo Concilio Ecumenico II al 2° canone recita che non vi possono essere due vescovi ortodossi concorrenti per la stessa cattedra. 
Tutto questo non solo crea molta confusione gerarchica e, a me, personalmente, da anche molto l'idea di una realtà volutamente piccola e volutamente creata "per chi deve andar via", ti lascia addosso un sentimento di abbandono e di un qualcosa fatto per obbligo, fatto di fretta e senza voglia, tanto... tutti andranno via.
Tutto questo non crea i presupposti per una vera e piena evangelizzazione, che dovrebbe essere l'impegno di ogni vera Chiesa ( andate e battezzate tutte le genti mi pare che Dio avesse detto da qualche parte ) ma si rimane sempre su una sorta di contentino per gli immigrati che così trovano una fetta di casa loro.
Per carità, io non sono nemico degli immigrati, anzi, ho amici e ho avuto perfino una fidanzatina ( macché davvero? a quanto pare ) che era straniera, non è questo il punto. Il punto è che dobbiamo evolvere, e i primi a dirlo sono proprio i russi, ucraini, romeni o greci che dir si voglia. Stranamente è il clero italico ad essere poco propositivo e stranamente attaccato a questa idea che "dobbiamo celebrare per gli immigrati" quando loro sarebbero ben contenti invece di imparare l'Italiano attraverso la Chiesa, che li aiuterebbe a inserirsi nella società invece di creare loro un ghetto. Non voglio sparare a zero sui nostri sacerdoti, non voglio essere cattivo più del solito, solo che mi viene spontaneo un propositivo "movemose che fa notte". In Francia, in America, in Inghilterra la situazione è diversa. Non siamo ancora alla fase della canonica e giusta Chiesa locale ( nazionale?) come ogni paese ortodosso ha ( c'è un lungo elenco di chiese autocefale trovabile ovunque ) ma già sono alla fase di vescovi nati in terra "di Diaspora" e clero autoctono, non importato, così come pure sono nati i sinodi pan-ortodossi ( es. in Francia ) a programma unificato benchè rimangano divise le giurisdizioni. 


Come ennesima nota personale, mi fece ridere un mio amico italo-russo quando, vedendo per la prima volta un sacerdote ortodosso africano, ci rimase male e sgranando gli occhi disse in russo: "ma pure in Chiesa stanno!"ovviamente non per razzismo, ma perché lui non poteva capacitarsi che davvero qualcuno potesse convertirsi all'Ortodossia da non-russo. Si era scordato di avere me accanto, difatti poi mi guardò e mi fece: "scusa, ma siamo nella mia chiesa. Nella chiesa del mio popolo." Avrei potuto rispondergli che qui siamo nel "mio paese" ma ho preferito guardare l'icona del Cristo e sospirare.

Qualche mese fa già scrissi un articolo simile, ma ho maturato queste riflessioni nuovamente, alla luce di nuove esperienze e di nuove realtà vissute. La mia parrocchia ad esempio è molto felice, celebriamo in italiano e in slavo assieme alternando le lingue e tutto risulta molto più godibile sia per noi che per i bambini, che difatti frequentano volentieri. Io capisco bene la necessità ( adesso) di una lingua "da fuori" per coloro che arrivano, ma onestamente, davvero voi pensate che fra 400 anni in Italia si dirà "batjushka" per dire padre, o "vecernia" per dire vespro? io onestamente spero di no, sennò significa che siamo punto e a capo, e che poverini, i paesi dell'Est stanno ancora male e continuano ad emigrare.
Dobbiamo evolvere armonicamente senza dar fastidio a nessuno. Non è solo questione di lingua in sé, sarebbe una pretesa barbarica. Io stesso per farmi capire ho imparato qualche parola di greco, russo, romeno: è normale, sennò in Chiesa Ortodossa non si sopravvive. Il senso che io do all'uso della lingua è più ampio: è evangelizzare una terra, quindi fare proseliti, prendere gente. Compito ingrato, aihmè, ma da San Paolo Apostolo a oggi, quanti l'hanno fatto e dovremo continuare a farlo!
Così come in Occidente, che abbiamo lo splendore dei mille anni di Chiesa Indivisa mentre molti popoli ancora non sapevano manco chi fosse Nostro Signore, possiamo e dobbiamo recuperare i nostri santi, le nostre tradizioni, i nostri vissuti ecclesiali che sono davvero ortodossi e hanno radici apostoliche e patristiche. Altro che "cappellanìa etnica" fratelli e sorelle, noi abbiamo san Gregorio Magno, Ireneo di Lione, Vincenzo da Lerino, Ambrogio da Milano, Sant'Aidano di Lindisfarne, Santa Genoveffa di Parigi, santa Lucia, Sant'Isidoro di Siviglia se non per citare i primi che mi vengono in mente.
Noi abbiamo tutte le carte in regola per essere pienamente una società ortodossa, se lo vogliamo. 
Non parlo, attenzione, di un ghetto nel ghetto, cioè di chiesette italiofone contornate da chiese di altre etnie. Io parlo di creare unità fra noi ortodossi, basta con queste giurisdizioni divise che aumentano le rivalità, le guerre, e anche la derisione dei cattolici che ci vedono divisi e sghignazzano, e noi che così ci facciamo vedere inadatti e sprovvisti di forma. 
Potremmo iniziare leggendo le letture in due o tre lingue, ad esempio, quelle diffuse nella comunità specifica. E l'Italiano sempre e comunque. Potremmo iniziare a dotare ogni parrocchia di un catechista e di un prete italiani, non solo di sacerdoti stranieri; potremmo tradurre e scrivere libri in italiano, ad esempio. 
Le vie per l'inculturazione sono molte, e tutte già battute altrove. Basta alzare lo sguardo dal provincialismo italico e respirare a pieni polmoni.


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