lunedì 3 agosto 2015

Breve Storia dei paramenti liturgici

Il sito di padre Ambrogio di Torino ci ha regalato la traduzione di un noto articoletto in inglese circa la descrizione dei vestiti di un sacerdote al completo.
Ma come siamo arrivati a questo modello? E i vestimenti liturgici sono cambiati lungo la Storia della Chiesa?  . Essenzialmente, vi sono due macro-periodi storici nei quali collocare la storia della moda liturgica - perché di questo si tratta: prima e dopo la caduta di Costantinopoli ( 1453 d.C.). 

L'origine giudaica del paramento liturgico



I sacerdoti Ebrei vestivano con un complesso abito riassumibile in tunica bianca, un efod in materiale prezioso ( una sorta di felonio a forma di gilet ) con cintura, sul quale portavano un medaglione quadrangolare chiamato Tumim-e-Urim a causa delle due principali componenti dello stesso. Gli Alti Sacerdoti ebrei portavano anche la Mitra, che poi diventerà un tratto distintivo dell'episcopato cristiano. Come si nota, la maggior parte di questi paramenti è stata trasposta sul sacerdozio cristiano.

Il primo millennio

Nel Primo Millennio, i paramenti liturgici erano perlopiù identici fra Oriente e Occidente ed erano un mix di quelli attualmente diffusi da ambo le parti. I diaconi latini vestivano come i diaconi greci, ma al contrario il "felonio" non esisteva e i sacerdoti portavano una sorta di "casula" lunga sulla quale apponevano poi la stola (epitrakilion - "sopra-la-trachea" letteralmente)  sopra il paramento: da qui si comprendono una serie di antichi riti condivisi come ad esempio cingere la mano degli sposi con la stola, o porre la stola sul capo del penitente durante le confessioni, etc. col passare del tempo, la distinzione fra vescovi e presbiteri si focalizzò sulla posizione dei paramenti e la stola presbiteriale scese sotto la casula ( o felonio ), così come l'uso della mitra, ossia del copricapo liturgico, divenne prerogativa dei vescovi in Occidente già nel V-VI secolo, dopo l'influsso dei Papi greci i quali, a differenza di quelli siriaci, non avevano in uso alcun copricapo: in ambiente greco lo sviluppo della mitria come copricapo per l'alto clero è molto recente, difatti ancora nel XVI secolo non tutti i vescovi la indossavano; in Siria, in Egitto e in Armenia l'uso della mitria anche per il basso clero è attestato fin dai primissimi secoli, derivante dall'uso giudaico del turbante sacerdotale; a Roma difatti la mitria fu condotta dai papi siriaci. La cintura ( zoni in greco )  in Occidente è simile ad una corda, in Oriente è una vera e propria cintura. 

Un contributo non indifferente alla storia della moda presbiteriale ce lo lasciano le miniature. In questa, datata X secolo, si raffigura san Gregorio Magno ( quindi vescovo ) mentre riceve dalle mani del diacono Rabauno la copia della Regola scritta da lui stesso. A fianco di Gregorio vi sono due chierichetti o suddiaconi, che hanno sia la dalmatica ( sticharion ) sia la tunica bianca. Come si nota, Gregorio ha una casula, e il diacono ha già la dalmatica diaconale " a sacchetto".  L'uso dei suddiaconi di portare le stole incrociate è di origine antichissima, testimoniata già da Cipriano quando racconta del martirio di san Lorenzo diacono e di san Sisto II papa nell'agosto del 258 d.C. (1)


Rabauno Mauro, de Laude Crucis, X secolo, scuola di Canterbury 

In Occidente con il Barocco si ha il primo vero mutamento dei paramenti che assumono la forma nota come pianeta ( una specie di gilet che ricorda molto l'efod ebraico) in luogo della casula, e la dalmatica si accorcia diventando anch'essa simile ad un corto sticharion. I colori dei paramenti, nel primo millennio erano molto mobili e generalmente non vi era un canone fisso: nei giorni "gaudiosi" si usavano colori tenui e chiari, in Quaresima e nei giorni penitenziali si usavano colori scuri e più densi. L'usanza latina di cambiare colore in base al Tempo liturgico è generalmente datata XII-XIII secolo, ed è stata recentemente assunta dall'Ortodossia russa, ma c'è ancora molta libertà su quali colori usare. I Cluniacensi e i Cistercensi già dall'Ottavo-Nono secolo si prodigarono in un dibattito plurisecolare sulla necessità o meno della distinzione liturgica dei colori, i primi asserendo che l'uso di differenti colori, essendo il colore un riflesso della Luce, erano i colori assolutamente imprescindibili; i secondi invece, dicendo che la materia della luce potrebbe oscurare la profondità dell'azione liturgica, erano cromofobici. Nel mondo ellenico-slavo, invece, poiché la controversia sull'iconografia era stata vinta dal partito iconodulo, la natura del colore insita anche nel dibattito iconografico non poté che dare un esito profondamente cromofilo. 

Dopo la Caduta di Costantinopoli


Un diacono ( a sinistra ), un vescovo ( al centro ) e dei presbiteri ( dietro ) nell'attuale vestiario ortodosso greco. 

Con il sacco di Costantinopoli (1453) i vescovi greci presero un paramento nuovo, il sakkos, il quale è in origine il vestito dell'Imperatore di Costantinopoli. Dal XI al XV secolo, il sakkos era un privilegio patriarcale il quale lo indossava solamente nelle feste di Natale, Pasqua e Pentecoste. In Russia pare venisse usato da più tempo come privilegio degli arcivescovi, difatti il paramento del metropolita Pietro ( 1308-1326) è preservato intatto: l'uso dei Vecchi-Credenti russi, i quali hanno mantenuto anche i paramenti precedenti le riforme del XVI secolo, manifesta l'uso della Mitria anche per i vescovi. Essendo che i Vescovi provengono tutti dall'Ordine monastico, il copricapo d'uso prima della Caduta era quello del kukol ( o skuffia in greco ) ossia il cappello cilindrico col velo, proprio degli ieromonaci, che difatti ancora indossano come abito non liturgico assieme alla veste talare. I sacerdoti sposati russi invece indossavano e indossano il kalimafka ossia quel cappello cilindrico piatto sulla sommità, solitamente di colore rosso, che in origine era un alto cappello cilindrico della classe nobile e poi fu esteso al clero - i greci e i romeni invece utilizzano un analogo cappello a punta o piatto, ma nero e più basso. Nel 1705 fu deciso dal Sinodo che tutti i vescovi russi avrebbero indossato il sakkos, e tale decisione fu poi adottata da tutta l'Ortodossia. In Russia la mitria è di due tipi, con o senza croce; la mitria senza croce è propria dell'alto clero ( abati, archimandriti, proto-sacerdoti di cattedrale e così via ) che ha ottenuto qualche onorificenza; la mitria con la croce è prerogativa episcopale, all'inizio della sua storia solamente per il Patriarca di Mosca; ma nel 1686 l'uso della mitria crociata fu permesso anche al Vescovo di Kiev e poi estesa a tutto l'episcopato. Nei paesi d'usanza greca, la mitria è sempre crociata e viene indossata solo dagli Episcopi. 


Da wikipedia, un prospetto di un sacerdote ortodosso al completo.

La talare

Per quanto riguarda l'abito civile dei sacerdoti, ossia l'abito fuori dalle celebrazioni, la cosiddetta "talare", viene menzionata fin dal Settimo Concilio Ecumenico (787 d.C.) al canone 14, il quale dice:
<< colui che ha indossato l'abito nero con la volontà di far parte del clero non deve smettere d'indossarlo perché ha manifestato l'intenzione di servire Iddio, e non può rompere la promessa alla Divinità, ché darebbe scandalo e ridicolizzerebbe questa immagine santa ( portare la tonaca ), dando credito agli schernitori. >>
Una piccola curiosità in merito alle talari e alle tonache, anticamente in Romania i sacerdoti sposati le portavano rosse, per distinguersi dai monaci. La testimonianza di Davìd Frolich durante il suo viaggio in Romania nel 1639 scritta nel libro Medulla Geographie Practicae riporta quanto segue:
<< I sacerdoti indossano una lunga veste color porpora, una cintura blu e sopra ad esso portano un ampio mantello nero che chiamano reverenda.>> 



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FONTI
1) Cipriano, Epistola I, XXX
Metropolita Ilarione Alfeev, Sul Sakkos e sulla Mitria  
Metropolita Ilarione Alfeev, History of Orthodox Christianity vol. III, icons, architecture and music of Orthodox Church
Matei Cazacu, Vlad III Tepes e il suo tempo
S.S. Justinian, Patriarca di Romania, Istoria Bisericeasca Universala ( vol. I, 33-1054) editura Misiune Orthodoxa, 1975. 

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