venerdì 30 ottobre 2015

I Nomi di Dio - Sant'Eucherio di Lione ( parte II )

continua dal capitolo I dei Nomi di Dio.


La veste del Figlio di Dio talvolta figura la sua carne, che i libri sacri assimilano alla divinità; di questa veste profetizza Isaia: Chi è costui che arriva da Edom, da Bosra con le vesti tinte? (Is 63, 1). Oppure, le vesti del Signore valgono per la santa Chiesa, che gli è unita per fede e per amore; di ciò scrive il salmo: Il Signore regna e indossa la bellezza (Sal 92, 1). E in altro salmo, sempre sul Signore: Di maestà e bellezza ti rivesti, avvolto nella luce come in una veste (Sal 103, 2).
Il manto di Cristo è la Chiesa, su cui è scritto nel libro del Genesi: Lava nel vino la sua veste, cioè la sua carne nel sangue della passione, e nel sangue dell’uva il suo mantello (Gn 49, 1), cioè la Chiesa.
I calzari di Nostro Signore Gesù Cristo simbolizzano misticamente la sua incarnazione, poiché si è degnato di assumere la mortalità dell’umano genere. Dice nel salmo, tramite il profeta: Sull’Idumea porrò i miei calzari (Sal 59, 10), cioè manifesterò la mia incarnazione alla folla dei pagani.
Il passo è l’avvento del Figlio di Dio nel mondo, e il suo ritorno al Padre. Di ciò dice il salmo: Ecco, appare o Dio il tuo passo, il passo del mio Dio, il mio Re che è nel santuario (Sal 67, 25). Dal cielo scende nel grembo della Vergine, poi nasce ed è posto nella mangiatoia (Lc 2, 7). Quando ebbe compiuto tutto ciò per cui era stato mandato dal Padre, fu crocifisso; deposto che fu dalla croce (At 13, 29), fu sepolto secondo il corpo, ma l’anima scese all’inferno; infine, il terzo giorno resuscitò dal sepolcro con la forza della sua divinità, e quaranta giorni dopo la resurrezione, sotto lo sguardo degli apostoli ascese al cielo, dove siede alla destra del Padre (At 1,9; Mc 16, 19), cioè nella sua gloria; questi sono infatti i passi del Figlio di Dio, la sua discesa e ascesa, di cui leggiamo nelle Sacre Scritture.
Dio è detto ascendere quando il Figlio, rapita da noi la carne, l’ha condotta nel cielo come una preda (Sal 67, 19), perché, prendendola con sé in cielo, dove giammai prima era stata, ha trascinato quasi come prigioniera la natura umana, che prima invece era trattenuta dal diavolo nella prigione del mondo.
Si legge che Dio nasconde il volto (Dt 32, 20) quando nega la sua conoscenza ad alcune genti per le loro colpe, come è avvenuto ora al popolo giudeo, perché, avendo ricusato il Figlio di Dio, ha perso la cognizione del vero Dio, e così fu per tutte le genti che non hanno conosciuto il Signore.
Si dice che il Signore mostra il volto (Sal 79,4) quando, con la considerazione della propria grazia e segreta ispirazione, penetra nei cuori di chi lo vuole (certo in quello dei suoi eletti) e infonde la forza per amarlo.
Si dice che Dio siede, non certo in modo corporale come gli uomini, ma in potenza per governare con ragionevolezza le creature, come è nel salmo: Regna Iddio sulle genti e si asside sul santo suo trono (Sal 46, 9). Si dice anche che Dio siede sopra i Cherubini (Sal 98, 1), che significano la moltitudine e pienezza della sapienza – con ciò si intendono i santi angeli o le menti degli uomini spirituali, dove Dio presiede e regna invisibile. Infatti egli siede in coloro che sono pieni della sua sapienza e del suo amore. Nei Proverbi di Salomone sta scritto: La sua anima è la sede della sapienza [passim in Pro]; ma Cristo è la sapienza di Dio Padre (1Cor 1, 24), che si dice sieda nelle anime dei santi.
Si dice che Dio discende nel mondo, quando nella creatura umana opera qualcosa di nuovo che prima non c’era; così si dice che il Figlio di Dio è disceso, quando attraverso la Vergine Maria fece sua la carne per la nostra redenzione, e si degnò di divenire vero uomo, senza abbandonare ciò che era, ma acquisendo quanto non era. Di questa discesa, che è l’incarnazione, sta scritto nel salmo: E incurvò i cieli e discese, e gran buio era sotto i piedi suoi (Sal 17, 10). Ha incurvato i cieli, poiché, prima del suo avvento, mandò come messaggeri gli angeli e i profeti ad annunciare la sua venuta. Era gran buio sotto i suoi piedi, perché gli empi, per la loro malvagità, non poterono riconoscere la sua incarnazione, e nemmeno ora lo possono.

Si dice che Dio passa oltre, quando si allontana dal cuore di certi uomini, dove la fede è stata sostituita quasi d’improvviso dalla malafede e dalla colpa, e trapassa ad altri, come fece dai Giudei ad altre genti, dagli eretici ai cattolici, da chiunque non è religioso a chi lo è.
Si dice che Dio retrocede e passa ad altro, quando, in modo non certo locale e visibile, ma non visto è solito fare altra cosa con giudizio segreto e giusto.
Si dice che Dio cammina, non quando passa da un luogo ad un altro – poiché è empio credere ciò – ma quando diletta il cuore dei santi come se vi camminasse, com’è scritto: Abiterò in loro e camminerò, e sarò il loro Dio (2Cor 6, 16). In altro senso, il camminare di Dio significa quando i predicatori santi [con le loro parole] passano da un luogo all’altro [del discorso].
Il parlare di Dio, senza suono di voce o qualsivoglia rumore, significa l’ispirazione del retto intelletto e della sua volontà, nascostamente nelle menti dei santi; oppure la rivelazione del futuro ai santi profeti. Questo parlare di Dio si può intendere, come vogliono alcuni, in tre modi. Il primo modo è per mezzo di una creatura subordinata, come apparve a Mosè in un rovo (Es 3, 2); o come ad Abramo (Gn 18), a Giacobbe (Gn 32, 24) e ad altri santi, ai quali si degnò di apparire tramite gli angeli. Il secondo modo è nei sogni, come a Giacobbe (Gn 28, 12), a Zaccaria profeta (Zc 4, 1), a Giuseppe sposo di Maria (Mt 1,20) e altri santi, cui volle rivelare il suo segreto. Il terzo modo, infine, non è per il tramite di una creatura visibile o di un uomo, ma solo toccando invisibilmente e facendo parlare con una segreta ispirazione i cuori, come è scritto nei libri dei profeti, quando questi stessi esclamano, improvvisamente ispirati dallo spirito divino: Il Signore così ha parlato (Is 77).
Il guardare di Dio è approvare le buone azioni, com’è nel Genesi: Dio vide tutto quanto aveva fatto, ed ecco era molto buono (Gn 1,31), cioè indicò agli intelligenti le cose buone. In altro modo, il guardare di Dio è il suo biasimo quando scorge la malvagità umana; così in Isaia: Il Signore guardò e il male passò nei suoi occhi (Is 59, 15). In altro modo, il guardare di Dio significa rendere noi vedenti, com’è nel salmo: Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore (Sal 138, 28), e poco dopo: E vedi se è in me la strada del male (ibid.). Un simile modo di esprimersi si trova anche nel libro di Giobbe, dove si parla della sapienza di Dio Padre col maggior numero possibile di cose notevoli. Di Dio Padre vien detto: Allora Egli la vide e la manifestò, la stabilì e tutta la scrutò (Gb 20, 28), cioè ci rende vedenti, capaci di indagare e predicare, e altri capaci di raccontare.

Il conoscere di Dio è il rendere edotti, come dice l’angelo ad Abramo: Ora conosco che tu temi il Signore (Gn 22, 12). Infatti, non conosce certo nel tempo chi sa tutto prima che avvenga, perciò si chiama il conoscere di Dio il rendere edotti, cosi come quanti prima erano sconosciuti a se stessi, tramite le sue prove e domande rendono sé manifesti a sé. In tal modo parla Iddio sulla legge data, tramite Mosè, al popolo d’Israele: Così li metterò alla prova per vedere se camminano nella legge o no (Es 16, 4).

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