venerdì 30 ottobre 2015

I Nomi di Dio - sant'Eucherio di Lione ( parte III)

continua dal capitolo I dei Nomi di Dio


L’ignorare di Dio è la disapprovazione di certe persone false, come nel Vangelo: Non so dove siete! Allontanatevi da me, voi tutti che avete commesso l’iniquità (Lc 13, 27).
Si parla dello zelo di Dio, quando egli non vuole che una sua creatura si perda, e spesso castiga, afferra e fustiga, e fustigando riconduce a sé. Si parla però anche dello zelo di Dio quando egli non vuol lasciare nessun peccatore impunito, poiché è giusto e detesta ogni ingiustizia.
Si parla dell’ira di Dio, non per un moto o una qualsiasi perturbazione d’animo – che a lui in nessun modo può accadere – ma perché colpisce con un giusto castigo le creature che sbagliano – cioè gli empi e i peccatori – e rende loro quanto meritano: questo castigo divino è perciò chiamato il suo furore (Sal 6, 1).
Si parla del pentimento di Dio, non certo perché in maniera umana si dispiaccia per le azioni passate – non può infatti pentirsi delle azioni commesse chi ne conobbe gli effetti prima che accadessero – ma perché si vuole intendere il suo mutare le cose stabilite, così che quanto prima era in un modo viene cambiato in altro modo; dal bene al male per il peso delle colpe – così ad esempio si legge che il Signore si pentì d’aver costituito re Saul (1Re 15, 11); o com’è avvenuto per i Giudei che, nonostante fossero il popolo di Dio, son divenuti per la loro empietà la sinagoga di Satana (Ap 2, 9). Viceversa, muta dal male al bene, come quando è avvenuto ai gentili, che prima non erano il popolo di Dio, e ora per sua grazia lo sono divenuti (Rom 9, 26). Fu certo così che, con segreto giudizio divino, il traditore Giuda, decaduto dal grado di apostolo (At 1, 18), fu precipitato nel baratro infernale. Invece il ladrone, che prima agiva secondo il vizio dell’avidità, fu trasportato dalla croce al paradiso (Lc 32,43). Possiamo chiamare pentimento di Dio i cambiamenti dal bene al meglio, dal bene al male, dal male al bene, ed essi avvengono o per la severità del suo giudizio, o per la sua misericordia, com’è scritto nel libro di Geremia (Ger 18, 8).
Si dice che Dio non si pente, quando le cose stabilite non mutano in alcun modo, com’è nel salmo: Giurato ha il Signore e non si pente (e dice il Padre al Figlio): Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedech (Sal 109, 4). Il Padre dice al Figlio di Dio di essere sacerdote, non secondo la divinità, ma secondo l’umanità, in quanto ha offerto a Dio Padre per noi un degno sacrificio con la sua passione e morte: essendo questo un sacrificio, egli è sacerdote.
Si parla del dimenticare di Dio, quando egli non usa compassione verso certi empi e peccatori, e questo non certo per crudeltà (che in Dio non esiste), ma per un suo giudizio segreto e giusto.
Si dice che Dio indurisce il cuore di certi malvagi – com’è scritto di Faraone, re d’Egitto (Es 7, 3) – non perché Dio onnipotente compia ciò con la propria forza (sarebbe empio il crederlo), ma, semplicemente, quanti stanno perpetrando questi mali non sono perseguitati dalle loro colpe e, per durezza di cuore, non decidono di cambiare: è come se egli, col suo giusto giudizio, permettesse loro di indurirsi.
Il dormire di Dio significa il Figlio del Padre che s’è degnato di morire per noi dopo essersi incarnato: e si predisse che la sua morte sarebbe stata un dolce sonno, come egli stesso aveva detto tramite il profeta Geremia: Perciò mi destai e vidi, e dolce mi fu quel sonno (Ger 31, 26). In altro modo, il dormire di Dio intende la sua fede che, [come sospesa] tra le fortune di questo mondo e i cuori dei fedeli, non rimane desta ma dorme [è cioè allo stato potenziale]. Lo stesso Gesù alluse a questo sonno, quando donni in mare aperto tra i flutti (Mr 4, 38). Oppure, il dormire di Dio è soccorrere più tardi gli inquieti, come nel salmo: Destati, perché dormi, o Signore? (Sal 43, 23), ecc.
Il vegliare di Dio è palesarsi chiaramente a difesa dei suoi eletti.


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