mercoledì 20 gennaio 2016

Il Mistero Teantropico dell'Evangelizzazione

Il mio caro amico e confratello Giustino Ottazzi ci spiega attraverso una seria analisi scritturale come mai l'Evangelizzazione di un territorio può essere definita addirittura "un mistero" sacramentale.


Il mistero Teantropico è il mistero di Cristo, Verbo di Dio, che “essendo Dio per natura, non considerò irrinunciabile essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso assumendo la natura di schiavo, diventando simile agli uomini; apparso in forma umana si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil. 2:6-8).
Questo è il mistero del cristiano, colui che avendo Gesù come maestro, si umilia rinunciando a se stesso per ricevere Cristo ed essere infine divinizzato.
Gesù venne incontro all'uomo, alla sua natura, caricandosi dei suoi peccati, delle sue sofferenze, per abbracciarlo nel supremo atto d'amore della croce, mettendosi non solo in comunione con l'umanità, ma assumendo l'umanità stessa come propria natura. Così il cristiano dovrà abbracciare il prossimo, considerando l'umanità nella sua interezza, e soprattutto la miseria e la debolezza.

Abbracciando Cristo, divenuti tempio dello Spirito Santo, l'amore non è più il frutto di uno sforzo umano, ma una necessità interiore, il frutto dello Spirito poiché “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2:20). Amando Dio, accogliamo lo Spirito di Cristo,“il quale grida: Abba padre!” (Gal. 4:6), e ci chiama ad amare il prossimo poichè “il secondo è simile al primo” (Mt. 22:39).

La missione d'amore a cui siamo chiamati è chiara, ed è l'essenza stessa del Vangelo, ossia annunciare la buona novella affinché “chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv. 3:16). Se Dio vuole che che “tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2:4) ed “è per questo che Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi” (Rm. 14:9) e non evangelizziamo, vanifichiamo il suo sacrificio; nè il primo, né il secondo comandamento sono rispettati.
Gesù invia noi come apostoli:

-Mt. 28:19 << Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato >>. 
Solo considerando davvero la natura del cristiano, che è similmente teantropica dacché Egli disse: “Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza” (Gn. 1:26), possiamo comprendere appieno con quale spirito siamo chiamati all'evangelizzazione.

Evangelizzare significa abbracciare l'umanità guardando al Cristo crocifisso, avendocelo sempre davanti agli occhi; è interiorizzando l'estrema umiliazione e debolezza del suo abbraccio taumaturgico, che suscitando in noi la medesima compassione di ciò che è la natura umana, comprendiamo il prossimo. Così proprio come lui “sa bene di che siamo plasmati” allo stesso modo ci “ricorda che noi siamo polvere” (Sal 102/103:14). Attraverso Cristo, nel prossimo vediamo noi stessi, la nostra debolezza, la nostra sofferenza.
Da questo mistero di Dio che accoglie la natura umana si comprende come il cristiano, nell'atto di evangelizzare, debba andare incontro a ciò che è l'uomo: la sua piccolezza, fragilità, ignoranza, durezza, e ancora la sua cultura, i condizionamenti, le esperienze... di questo, e molto altro, è intrisa la natura umana, e se Cristo l'ha accolta, ha accolto certamente tutto ciò di cui è composta; non siamo forse chiamati a fare altrettanto?
-Rm. 15:1 << Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi >>.
-Rm. 15:7 << Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio >>. Cristo non modifica l'umanità, non la forza, non la riduce, non l'annulla: la converte.

Se vogliamo annunciare il Cristo risorto dobbiamo prima comprendere che è morto, e per comprendere che è morto dobbiamo guardare all'incarnazione. Non è imponendo la propria cultura, rimanendo impassibili e intransigenti di fronte alle caratteristiche proprie dei vari popoli, che si annuncia la salvezza. Altresì non è assolutizzando precetti, usi, costumi o convenzioni umane, come se queste fossero divine, che si riuscirà ad abbracciare le genti, se non usando la forza: abominio per il cristiano!  Tante incomprensioni e scismi ci sono stati nei secoli per intransigenze ingiustificate.

Ciò che viene dall'uomo è da considerarsi umano, ciò che viene da Dio è da considerarsi divino, solo così può esserci vera unione. 
-Mt. 22:21 << Date dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio >>.
Si unisce ciò che è distinto, senza distinzione non c'è unione, ma unificazione. Uno dei principi cosmici è l'unione. Dio, unito in tre persone uguali e distinte; Gesù vero Dio e vero Uomo, secondo due volontà distinte ma in perfetta unione. Teologicamente la Chiesa ha infatti rigettato il monofisismo (singola natura), miafisismo (nature unificate) e monotelismo (singola volontà o volontà unificate); tali definizioni contrastano uno dei principi al quale tutto soggiace e al quale noi uomini, in somiglianza di Dio, siamo chiamati.
Cosa sono il digiuno, l'ascesi, le feste, il calendario, i gesti, gli abiti, i canti ecc... se non strumenti umani nelle mani degli uomini, al servizio di Dio, per poter unire la nostra umanità a Lui? La Scrittura è ricca di passi in cui si comprende il ruolo subordinato di tali strumenti, e penso che tornare un po' allo spirito di colui che più di tutti ha evangelizzato (S. Paolo), sia necessario.
-Rm. 14:1-2/5-6 << Accogliete chi è debole nella fede, senza discuterne le opinioni. Uno crede di poter mangiare di tutto; l'altro, che invece è debole, mangia solo legumi. (…) C'è chi distingue giorno da giorno, chi invece li giudica tutti uguali; ciascuno però sia fermo nella propria convinzione. Chi si preoccupa dei giorni, lo fa per il Signore; chi mangia di tutto, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; chi non mangia di tutto, non mangia (leggasi: fa così) per il Signore e rende grazie a Dio. Nessuno di noi infatti vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore >>.
Dunque, non si devono assolutizzare questioni umane facendo di esse degli idoli, poiché se qualcosa di umano viene considerato come fosse divino, diventa idolo; se poi lo accreditiamo a legge diviene giogo, limite allo spirito e, nel peggiore dei casi, morte.
-2Cor. 3:6 << La lettera uccide, lo Spirito vivifica >>.
Piuttosto, consideriamo i limiti umani del prossimo, abbracciamoli e trasfiguriamoli!
Questo è lo spirito col quale il cristianesimo riuscì ad espandersi, abbracciando sempre le culture che incontrava. Ecco come S. Paolo convertiva la morale senza realmente imporre né distruggere nulla:
-Col. 3:18 << Voi, mogli, siate sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. Voi, schiavi, siate docili in tutto coi vostri padroni terreni: non servite solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore >>.
Morale comune riordinata e infine cristianizzata aggiungendo “nel Signore, del Signore, al Signore”.

Oggi, invece, c'è la tendenza a imporre consuetudini o, peggio, sovrastrutture proprie dei paesi in cui il cristianesimo si è sviluppato, innalzando così invalicabili barriere. Farò qualche esempio reale affinché il discorso assuma concretezza.
Le Chiese precalcedoniane hanno proseguito il loro cammino senza quasi uscire dai confini geografici delineati ai tempi dello scisma, realtà difficilmente conciliabile con ciò che Cristo chiede alla Sua Chiesa. Coloro che non si pongono il problema di uscire fuori dai propri confini geografici o etnici, su quale base considerano la loro appartenenza al Corpo di Cristo?
Certo, non con questi termini si può parlare del vasto panorama dell'Ortodossia, ma in una certa misura generale il problema è presente.
In occidente, la realtà ortodossa è poco propensa all'evangelizzazione degli eterodossi, si è preferito formare comunità etniche. Si sente parlare poco di evangelizzazione, si predilige il termine dispregiativo “proselitismo”… da quando l'evangelizzazione ha cambiato nomenclatura?


Questa eccessiva identificazione nazionale ha portato a dei paradossi incredibili, una parte dei fedeli in diaspora sceglierebbe di andare in Chiesa Romana o persino non andare del tutto in Chiesa, invece di frequentare una Chiesa Ortodossa di altra etnia. Capita anche che coniugi di diverse nazionalità frequentino comunità differenti. Come reputare tutto questo?
Non considererei invece la questione dei calendari così drammatica se non fosse che nei paesi della diaspora, anzichè esserci una giurisdizione di riferimento che accolga tutti gli ortodossi, ve ne sono disparate - vetero e neo-calendariste - provocando malumori tra i fedeli. 
All'interno del mondo ortodosso, oltre a queste “barriere invisibili”, vi sono veri e propri scismi per dispute “puerili”, perdendo completamente di vista Cristo che desidera il suo recinto unito similmente a quello celeste. A titolo di esempio, tornando sul calendario, s'innalza il suo relativo valore a ragione della propria ortodossia, dimenticandosi che esso è uno strumento per la gloria di Dio e che nei primi secoli del cristianesimo non era stabilito né il calendario Giuliano, né quello Gregoriano.
L'essere canonici si dissolve di fronte alla morte degli ideali cristiani, perché si perde uno (e anche più di uno) dei principi della canonicità. Tali principi, sappiamo bene, sono: l'Unità, la Santità, la Cattolicità e l'Apostolicità.
Dove c'è contesa e divisione, non c'è amore. Senza amore manca lo Spirito e quindi la Santità, poiché “dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine (Gc 3:16)” e si diventa carnali “dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia (1Cor 3:3), difatti “l'amore non ha scisma e tutto compie nella concordia (Clemente Romano 1Cor 49:5)”.
Inutile quindi appellarsi alla purezza della dottrina, alla successione apostolica, per rivendicare la propria canonicità, quando si è perso lo Spirito Santo a causa di futili contese, scandalizzando i piccoli; questi smarriscono l'orientamento, rischiando di perdersi a causa di chi invece dovrebbe confermarli.
-Mt. 18:6-7 << Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! E' inevitabile che vengano scandali, ma guai all'uomo a causa del quale viene lo scandalo! >>.
Spesso ci si preoccupa oltremisura di derive ecumeniste, di sincretismo e perdita d'identità, chiudendosi alla necessità di comunicare (e imparare a comunicare) con realtà diverse dalle proprie, ponendo ostacoli che nulla hanno a che vedere con l'Ortodossia nella sua essenza.
Non sono affatto un simpatizzante dell'ecumenismo, giammai, il rischio c'è e non va sottovalutato, ma bisogna saper distinguere i pericoli dottrinali dal necessario dialogo. Se non si comprende pienamente la realtà umana di chi si ha di fronte, chiudendosi nella propria, com'è possibile dispiegare le realtà divine, le quali, secondo il mistero di Cristo, dovono unirsi a quelle umane?
Vi sono vari livelli di rivelazione e religiosità all'interno della Chiesa, dove per Chiesa intendo proprio l'insieme di tutti i credenti, e la comprensione di questi livelli ci è utile per sapere come intervenire nell'evangelizzazione. Dal divino all'umano, dal perfetto al corrotto, troviamo: verità di fede e dogmi, canoni (in primo luogo i princìpi e dopo la lettera), tradizioni locali cristianizzate, consuetudini popolari (neutre), sovrastrutture e superstizioni (queste andrebbero sradicate ma, ahimè, in molte realtà sono presenti).
Mai transigere sulla Verità, molto importanti sono anche le tradizioni cristiane (che però non vanno assolutizzate), le quali rendono un popolo pienamente inserito nel contesto religioso, affinché in ogni attimo si respiri Cristo e tutto l'essere venga trasfigurato. Cos'è questo, se non l'espressione teantropica della vita cristiana? Tuttavia l'umanità ha sempre in sé una certa dose di relativismo, ed è rivestendoci di Cristo che tutto in Lui viene assolutizzato; dunque, ogni popolo avrà le sue peculiarità relative, le quali anch'esse fanno parte del mistero assoluto.
Per concludere: ovunque la Chiesa decida di stanziarsi, lì si dovrà portare il mistero di Cristo, lì Dio si unirà all'uomo.

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