mercoledì 18 maggio 2016

San Benedetto da Norcia e i << Dialoghi >>

Articolo scritto da Aloisio Gullo per questo blog.

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San Benedetto nei Dialoghi di San Gregorio
Di San Benedetto (480-547)[1] conosciamo la vita che ci è stata tramandata da San Gregorio Magno nel secondo libro dei Dialoghi[2].  Non è molto, soprattutto dal punto di vista delle indicazioni cronologiche, totalmente assenti in quanto l’opera gregoriana non ha fini storici, essendo una narrazione agiografica, scritta col metodo dialogico (tra il papa e il diacono Pietro) e  non fornisce notizie di natura storica ed è orientata a fare conoscere le virtù e i prodigi compiuti. Del resto Gregorio rimanda per una migliore conoscenza di Benedetto, che definisce vir Dei, alla Regola dallo stesso scritta, esaltandone la dottrina e affermando che non visse diversamente da come scrisse. Questa affermazione di papa Gregorio diventa anche una prova indiretta che Benedetto ha scritto una regola per i monaci[3].  Gregorio (+ 604) scrive i Dialoghi intorno all’anno 593. L’opera si compone di quattro libri che contengono una lunga serie di vite di vescovi e monaci italici veri uomini di Dio. Il secondo di questi libri è interamente dedicato alla figura di Benedetto: “Benedetto di nome e di grazia”. La centralità di Benedetto, nell’intera stesura del Dialoghi, è dovuta al desiderio del papa monaco di trasmettere il messaggio di una vita evangelica accessibile a tutti, proponendo il racconto sulla vita di un santo monaco, un abate, che ha fatto della Scrittura la sua unica regola (qui la grandezza intuitiva di proporre ai lettori la totalizzante vocazione del cristiano che, lungi dall’essere un separato in se stesso, vive Cristo nell’unità interiore). Gregorio è perfettamente consapevole che la vita monastica è esperienza dello Spirito, che unisce e non divide l’uomo, è un essere protesi e afferrati da Cristo, e Benedetto è un perfetto modello di ciò e rappresenta, inoltre, quella vita a cui lui stesso Gregorio tanto anela.   Come è noto, infatti, il grande papa vive nel continuo desiderio della vita contemplativa che aveva dovuto abbandonare per il pontificato. ed è profondamente combattuto fra il monastico desiderium Dei e la vita nel mondo (qui andrebbe fortemente richiamato l’insegnamento apostolico sul mondo e sulla non appartenenza ad esso, tema di grande attualità e tornato prepotentemente in auge nel dibattito interno della chiesa romana dei nostri giorni).  Consapevole del combattimento interiore che vive, Gregorio, probabilmente, pensa anche a se stesso quando detta al diacono Pietro la vita di Benedetto, nel riportare alcuni episodi in cui il santo abate è descritto nel momento della preghiera per i fratelli e, non ultimo, anche nel momento del transito: “..sostenendo le sue membra, prive di forze, tra le braccia dei discepoli, in piedi, colle mani levate al cielo, tra le parole della preghiera, esalò l’ultimo respiro»,. Nel narrare l’episodio del transito Gregorio supera la visione del diacono che gli fa osservare: “Quanto dici è veramente ammirevole e stupendo. Infatti l’acqua fatta scaturire dalla roccia mi fa pensare a Mosè, il ferro che risale dal fondo dell’acqua mi fa vedere Eliseo; in Mauro che cammina sulle acque vedo Pietro; nell’obbedienza del corvo ricordo Elia, nel dolore per la morte del nemico, Davide” Per Gregorio, Benedetto imita Mosè, non solo ottenendo di ripetere uno dei prodigi più famosi dell’Esodo, ma molto di più perché in tutta la sua vita, come Mosè, è il grande intercessore che sul monte, davanti a Dio, “lotta nella preghiera” a favore dei suoi fratelli. Grande l’insegnamento che se ne trae, una vera risposta alla domanda di senso che da tante parti, spesso impropriamente, si sente. Nello svuotamento il monaco, come Cristo, sale sul monte e qui la sua preghiera, spinta dall’irrefrenabile grido dello Spirito, attraverso la kenosi, vive in sé tutta quanta l’umanità unita in Cristo. Si comprende meglio leggendo Gregorio che ribadisce “Pietro, l’uomo di Dio, Benedetto, ebbe in sé lo spirito di Colui che, unico, per la grazia della Redenzione a noi concessa, riempì i cuori di tutti gli eletti” (Dial. II,8,8-9). L’opera è senza dubbio influenzata da quel forte desiderio di rientrare in se stesso, recuperare quella “quiete” abbandonata per “il fardello della vita pastorale” e rifugiarsi quasi in un ideale unione con uomini che hanno abbandonato il mondo. Gregorio porta la sua lotta interiore all’esterno (andrebbe letta in questa prospettiva la forte e discussa scelta operata da benedetto XVI).   Da un lato anela e descrive la vita contemplativa verso cui si sente portato, dall’altro lato esercita il suo servizio pastorale edificando. Nei Dialoghi non vi è ricerca storica, nel senso di scienza come la intendiamo oggi, ma un sentimento spontaneo che nasce in lui ed esplode nella narrazione di vite, e di fatti, così come lui sente interiormente, sentendosi soddisfatto. Da qui la biografia di Benedetto, dell’uomo “desideroso di piacere a Dio solo” che, dopo essersi ritirato dal mondo, raggiunge la pienezza dell’essere uno in Cristo nella dilatazione del cuore, che gli permette di ritrovare nella luce di Dio tutto il mondo. Pur se non riporta dati e datazioni, l’opera di Gregorio è fondamentale per conoscere la figura di Benedetto e ci consente di fare luce sulle stesse prescrizioni della Regola, basandoci sul presupposto che come dice Gregorio: Non visse diversamente da come scrisse. Ma i Dialoghi non solo ci parlano di Benedetto, ma sono anche una prova dell’autenticità della Regola di Benedetto, in essi Gregorio raccoglie le notizie che ha sul santo di Norcia, e lo fa ricorrendo a quelle che già fanno parte di una certa tradizione orale, arricchendole grazie alla conoscenza della vita di Benedetto direttamente da alcuni monaci, come chiaramente dice: “Non conosco tutti i fatti di lui; quel poco che sto per narrare l’ho saputo da quattro suoi discepoli che me lo hanno raccontato, essi sono: il reverendissimo Costantino uomo degno che è stato suo successore nel governo del monastero; Valentiniano che fu per molti anni superiore del monastero presso il Laterano, Simplicio che per terzo governò la sua comunità; e infine Onorato che ancora governa il monastero in cui il santo abitò nel primo periodo di vita monastica[4].



[1]Le date relative a San Benedetto, anche se indicate come certe nei testi storici, possono considerarsi convenzionali perché non sufficientemente documentate, comprese quelle della nascita, del transito e dell’arrivo a Montecassino (529). Lo studioso E. Manning, per esempio, argomenta sullo slittamento del “transito” al 575 circa.
[2]Il secondo libro dei Dialoghi , scritto da Gregorio Magno nei primi anni del suo pontificato, è un’opera molto vicina cronologicamente allo stesso Benedetto. Infatti Gregorio fu papa dal 590 al 604 e questa vicinanza gli diede l’opportunità di conoscere monaci provenienti da Montecassino che avevano conosciuto i discepoli diretti di Benedetto, e probabilmente lo stesso santo.  
[3]Una seconda prova che Benedetto ha effettivamente scritto la RB la fornisce lo stesso Gregorio nell’Expositio in 1 Regum (4,4,17), laddove cita la Regola di San Benedetto nelle modalità per l’accettazione dei fratelli, denominando Benedetto con l’espressione magister optimum.     

[4]Gregorio MagnoDialoghi, Prologo

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