venerdì 3 giugno 2016

Il Sinodo di Toledo e il Filioque - Storia della Chiesa

Secondo la storiografia tradizionale, negli atti del Concilio di Toledo del 589 d.C. la Chiesa Romana avrebbe iniziato a sostenere la dottrina del Filioque. 

Nel lungo articolo Acts of Toledo and the Filioque del sito Traditional Western Orthodoxy, viene studiato approfonditamente il tema. La traduzione che segue è piuttosto una sintesi mirata ad una rapida spiegazione delle contingenze storiche e teologiche. 

Ambiente sociale e politico della Spagna del VI secolo

Per comprendere le affermazioni conciliari del Sinodo occorre prima comprendere quali fossero la cultura e la vita pubblica del periodo. Nel VI secolo, la penisola Iberica era composta dal regno visigoto governato da re barbari e dalle loro élite, perlopiù ariani. Al tempo di Re Leovegildo (525-586) il giovanissimo figlio sant'Ermenegildo (festa 13 aprile) si convertì per merito della moglie Ingunda e di san Leandro vescovo di Siviglia (festa 13 marzo) dall'eresia ariana alla fede ortodossa, generando un conflitto col padre del quale era co-regnante. Nella notte di Pasqua del 579, secondo i Dialoghi di Gregorio Magno, il vescovo ariano domandò la riconversione dell'erede alla fede di suo padre, ma egli negò piuttosto armando un esercito proprio e contestando così il regno ariano di Leovegildo, il quale rispose subito con la violenza. Sant'Ermenegildo chiamò subitamente in aiuto l'Impero Bizantino, il quale non rispose, abbandonando così il pio principe a combattere da solo. La guerra civile nel regno durò dal 579 al 585, anno in cui le truppe di Leovegildo catturarono e martirizzarono il  giovane principe, ponendo fine alla rivolta "dei cattolici". Nell'ultimo anno di regno dell'eretico, Leovegildo perseguitò aspramente gli ortodossi uccidendo o imprigionando vescovi e fedeli di rilievo pubblico, come ad esempio san Giovanni di Biclaro, educato tra l'altro a Costantinopoli, e lo stesso Leandro. Eppure, appena un anno dopo la morte del re Leovegildo, nel 586, l'altro figlio, Recaredo I, si convertì alla fede del concilio di Calcedonia, la Chiesa Universale, e per solennizzare tale atto indisse un Concilio egli stesso, com'era norma al tempo per i re visigoti. 
Nella litografia di sinistra, sant'Ermenegildo decapitato dai sicari del padre

Il Concilio III di Toledo

Dunque fu convocato a Toledo, sede metropolitana del tempo, un Concilio nel 589. La nobiltà, in larga misura ariana, fu costretta al silenzio e un corso nuovo fu dato al paese. Si capisce bene come quindi certi atti del Sinodo furono incentrati sulla sottomissione dell'aristocrazia dal punto di vista spirituale: in questa sinassi, infatti, fu ufficialmente promossa la recita del Credo Niceno alla liturgia, difatti prima di questa data nel mondo ortodosso non veniva cantato sempre, ma solo per alcune solennità. A Costantinopoli guardarono con favore a questo canone conciliare, e fu adottato settant'anni più tardi, al tempo del patriarca Timoteo. 
Tuttavia, sebbene la storiografia ufficiale dica che fu in questo caso ad aggiungersi la formula << procedente dal Padre e dal Figlio >> nella sezione dedicata allo Spirito Santo, il ricercatore A. Edward Secenskij nel suo libro The Filioque: History of doctrinal controversy ha scritto a pag. 68 che Re Recaredo ha inviato a Costantinopoli una lettera in cui esponeva le decisioni sinodali aggiungendo che << si sarebbe cantato secondo il costume degli orientali >> e che non era sua intenzione aggiungere nulla alla Fede professata dalla Chiesa Universale. Anche Giovanni Romanidis nel suo libro Franks, Romans and Feudalism nella terza parte dello stesso, espone la teoria di una aggiunta tarda del Filioque da parte dei teologi romano-cattolici durante o dopo il Concilio di Bari del 1098. 


La conversione di Re Recaredo, opera di Muñoz Degrain, custodita nel Palazzo del Senato a Madrid

San Gregorio Magno (+604) contemporaneo dei padri conciliari, scrive nel libro III,38 dei Dialoghi:
<< lo stesso Salvatore, per incrementare la fede dei suoi discepoli, disse: se io non me ne vado, non verrà il Consolatore, che procede dal Padre e abita nel Figlio. >> così viene tradotto in greco quel versetto dal santo papa Zaccaria (festa 15 marzo) per inviare i Dialoghi a Costantinopoli.
Nell'edizione attuale cattolica, viene omesso il verbo "abitare" e viene semplicemente mantenuta la congiunzione e. Si deduce che la manipolazione, se può avvenire sulle fonti, a maggior ragione può essere avvenuta in passato sulle copiature dei Canoni antichi. Taluni dicono che Zaccaria tradì il testo, sebbene egli conoscesse perfettamente latino e greco: egli era figlio del diacono greco Policronio, che aveva vissuto in Calabria, ma prestava servizio in una chiesa di rito latino; e quando san Zaccaria diventò Papa di Roma, celebrava qualsiasi officio, dalle Ore alle Messe, in lingua latina. Non si può imputare quindi la misconoscenza della lingua latina o di quella greca al presule romano, il quale ebbe cura di produrre quella citazione nel sensum fidei comune del tempo. Secondo A.E. Burn, l'ultimo a scrivere sul Concilio di Toledo, nel suo libro The Nicene Creed, si legge come san Giovanni Biclaro, da poco tornato da Costantinopoli, prese parte al Concilio sottoscrivendo il Credo "composto in latino secondo i dettami di Calcedonia". 

E' curioso come invece un testo anti-filoquista prodotto da Roma, contro l'eretico Onorio, il Liber Diurnus Romanorum Pontificum (ritrovato solo nel tardo 1600 e ristampato solo un secolo dopo), non sia stato mai riprodotto in modo da essere disponibile al largo pubblico. Ad ogni modo, il testo contenente i canoni toledani, noto come Collectio Hispana Gallica Augustodunensis (VAT. LAT. 1341) prodotta da un tale Benedetto Diacono nel IX secolo, non contiene alcuna allusione al Filioque, mentre nello stesso periodo altri testi contengono la dicitura Et Filio

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