venerdì 1 luglio 2016

La Divinità di Cristo secondo le Scritture

Il servo di Dio Giustino Ottazzi ci presenta un altro saggio, questa volta incentrato sulla persona di Cristo e sul mistero trinitario, a colpi di citazioni bibliche e Padri della Chiesa.

A causa della massiva propaganda antitrinitaria da parte di gruppi eretici come i Testimoni di Geova, sorgono dubbi a molti fedeli. Questo breve scritto rappresenta un piccolo contributo nel dipanare le perplessità, offrendo la corretta interpretazione delle questioni bibliche sollevate dai gruppi antitrinitari, e citando le opinioni di alcuni padri del I e II secolo.

Un passo molto controverso si trova nella lettera ai Colossesi di S. Paolo.
Col 1:15 << Egli è l'immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione >>.
Cristo viene detto il primogenito della creazione come principio, poichè con la Parola, Dio, creò tutte le cose. La seconda persona, come Figlio, è dall'eternità immanente nel Padre, ma come Verbo proferito è generato al principio del tempo, ossia al principio della creazione, così può dirsi realmente primogenito della creazione.
Così si esprime l'apologista S. Teofilo di Antiochia (II secolo):
Teofilo, Ad Autolico II 13 << Avendo dunque Dio il Verbo suo insito nelle proprie viscere, lo
generò traendolo fuori prima dell’universo. Questo stesso Verbo ebbe ministro in ciò che fu da Lui creato; e per mezzo suo creò tutte le cose. Esso è detto principio perché precede e domina tutte le cose, che furono da Lui create >>.
Ad Autolico II 30 << Il Verbo di Dio (...) è dall'eternità immanente nel cuore del Padre. Quando Iddio volle creare quello che aveva stabilito, generò questo Verbo emettendolo fuori, primogenito di tutta la creazione; né perciò Dio fu privato del Verbo, ma avendolo generato, era sempre unito col Verbo suo >>. Egli è appunto il primogenito della creazione in quanto Parola creatrice emessa dal Padre.
Consideriamo d'altronde, poichè Dio è eterno, che anche il suo atto creativo debba risiedere nell'eternità, dove ha principio quel tempo che nella propria immanenza risulta limitato. L'atto, infatti, è il principio, ovvero l'intenzione di Dio trascendente il tempo. Il tempo (e tutte le cose) è invece il risultato dell'atto creativo ed ha nella propria immanenza il suo inizio e nella trascendenza il suo principio, dunque nel tempo l'inizio e nell'eternità il principio.
Vediamo come questo è riscontrabile nelle Scritture. Dio viene detto l'Alfa e l'Omega (Ap. 1,8) e Gesù il primo e l'ultimo (Ap. 1,17). Primo e ultimo sono intesi nell'eternità (a meno di non pensare che Cristo avrà fine o che Dio non esista da sempre... ma è teologicamente assurdo). Ancora di Gesù vien detto:
<< In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo >>.
Dunque, vien detto che Dio è "l'Alfa", ossia il principio evidentemente eterno, e a Cristo vien dato un attributo di pari significato: "il primo". Eppure un termine analogo è utilizzato per descrivere l'atto della creazione.
<< In principio Dio creò il cielo e la terra >>.
Mantenendo il medesimo significato, in questo passo non si può intendere il "principio" come semplice inizio temporale, bensì come principio eterno dell'atto creativo nel quale Cristo è il Verbo proferito dal Padre e da cui tutte le cose presero esistenza.
Nel principio, nell'Eternità, è Dio, e nel principio è il Verbo, e in quel medesimo principio eterno in cui Egli è emanato dal Padre tutte le cose presero esistenza. Cristo trascende la creazione: Egli è Dio, generato dal Padre e a Lui coessenziale, esistente nell'eternità; la creazione invece non ha l'essenza divina, e nella sua immanenza temporale ha un' inizio prima del quale non fu.
Il tempo, infatti, si pone in essere nell'istante della Creazione, in precedenza a quell'istante non vi è tempo e non si può scorgere dunque nessun altro istante precedente.
E' nel tempo quindi che va ricercato un preciso istante, non nel principio dell'atto creativo, principio nel quale il Verbo è generato nell'eternità.
Giustino Martire (100-168), Apologia II 6,3 <> Dunque, generato al principio della creazione, eppure – trascendendo la creazione – coesistente, eterno. Giustino fa ancora intendere nel suo "Dialogo" la generazione eterna del Figlio.
Giustino, Dialogo con Trifone 61,3 << Me ne darà testimonianza il Verbo della Sapienza, poichè è Lui questo Dio generato dal padre di tutte le cose, è Lui che è Verbo, Sapienza, Potenza, Gloria di colui che l'ha generato. Lui ha detto per mezzo di Salomone queste parole: Se vi annuncio ciò che accade di giorno in giorno, ricorderò di enumerare anche le cose dell'eternità. Il Signore mi ha fatto come principio delle sue vie per le sue opere. Prima dei secoli mi ha fondato in principio (N.d.A prima del tempo, nell'eternità)... >>.
Oltretutto, Cristo entrò a far parte della creazione attraverso l'incarnazione. In relazione al Cristo come uomo, dunque, il termine primogenito assume anche il significato di primato onorifico nella creazione. "Primogenito della creazione" non è un'espressione da intendersi in senso letterale, la primigenitura è soprattutto un titolo; ricordiamoci a tal proposito come Giacobbe ottenne la primogenitura che, secondo natura, sarebbe spettata ad Esaù.
Teofilo di Antiochia, Ad Autolico << Egli è detto principio in quanto Principe e Signore di tutte le cose che per mezzo suo sono state create >>.
Ricapitolando il significato del passo Paolino, Cristo è il "primogenito delle creature" poichè è il Signore della Creazione, primogenito come principio, infatti da Lui, Verbo di Dio, presero ad esistere tutte le cose.

La Scrittura, in alcuni passi, sembrerebbe affermare l'inferiorità del Figlio. Cercherò di fare chiarezza in merito.
Gv. 14, 28 <<... Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perchè il Padre è più grande di me>>.
Mt. 24, 36 << Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, nè gli angeli del cielo nè il Figlio, ma solo il Padre.
La seconda citazione è presto spiegata. Cristo svuotò sé stesso per abbracciare pienamente la natura umana, come affermato da S. Paolo.
Fil. 2, 6-8 << Egli, essendo per natura Dio, non stimò un bene irrinunciabile l'essere uguale a Dio, ma svuotò sé stesso prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; e apparso in forma umana si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce >>.
I primi cristiani utilizzavano un linguaggio molto semplice e spesso poco preciso, Nesi secoli la speculazione teologica e l'acquisizione della terminologia greca ha portato a vocaboli e definizioni sempre più precisi. I primi cristiani utilizzavano spesso espressioni che potevano far pensare ad una differenza di natura tra il Padre e il Figlio, senza che questo portasse loro a dibutare minimamente della divinità di Cristo e della sua uguaglianza col Padre.
S. Giustino è emblematico a riguardo, nello stesso scritto afferma dapprima che il Figlio è "secondo" al Padre e successivamente che sia il Padre, sia il Figlio, sono Dio.
Apologia I 32 << E la prima possanza, dopo Dio Padre e Signore dell'universo, è il Figlio, suo Verbo >>.
Similmente, nel cap. 60, facendo un analogia tra Platone e il Cristianesimo (Platone, secondo Giustino, avrebbe tratto dalle Scritture alcune dottrine, facendole proprie), attribuisce il secondo posto al Figlio e il terzo allo Spirito Santo. <>.
Tuttavia, nel capitolo 63 non esista ad affermare quanto segue:
<>.
Nel Dialogo con Trifone afferma chiaramente la divinità di Gesù.
Dialogo 127,4 << In realtà nè Abramo, nè isacco, nè Giacobbe nè alcun altro uomo ha visto il Padre e ineffabile Signore dell'universo intero e dello stessso Cristo, bensì hanno visto Colui che secondo la volontà di quel Padre è anche Dio, Figlio suo...>>.
Dialogo 128,1 << E' stato più volte dimostrato, con quanto si è detto, che il Cristo, che era Signore e Dio Figlio di Dio...>>.
Rimane ancora il dubbio se con queste frasi non s'intendesse il Figlio come un dio minore, ma nel Dialogo con Trifone viene spiegato che il Padre e il Figlio condividono la medesima essenza e che non vi può essere distinzione in dignità e potenza tra realtà increate.
Dialogo con Trifone 61, 2-3 << Ma in definitiva non è quanto rileviamo anche nella nostra esperienza? Quando infatti proferiamo una parola, noi generiamo una paorla, ma non per amputazione, sì che ne risulti sminuita la facoltà intellettiva che è in noi. Parimenti vediamo che da un fuoco se ne produce un altro senza che ne abbia detrimento quello da cui si è operata l'accensione: esso rimane invariato e il fuoco che da esso è stato appiccato sussiste senza sminuire quello da cui è stato acceso. Me ne darà testimonianza il Verbo della Sapienza, poiché è lui che è Verbo, Sapienza, Potenza, Gloria di Colui che l'ha generato >>.
Successivamente affronta, con una terminologia incredibilmente già molto precisa, la problematica della distinzione tra le persone nell'unità di natura, salvaguardando l'unicità di Dio.
Dialogo 128,4 << Che poi questa potenza (...) non si distingua solo di nome, come la luce del sole, ma sia numericamente distinta, è questione che ho brevemente trattato sopra, là dove dicevo che si tratta di una potenza sì generata dal Padre con la sua potenza e volontà, ma non per amputazione, come se l'essenza del Padre si fosse suddivisa, come succede per tutte le altre cose che, una volta divise e tagliate, non sono più le stesse di prima. Ivi adducevo come esempio quello del fuoco che vediamo appiccare altri fuoghi: dal primo se ne possono accendere numerosi altri senza che risulti sminuito, ma rimanendo sempre lo stesso >>.
Dunque unico Dio, unica essenza, più persone distinte.
Giustiino afferma anche che non vi può essere distinzione in potenza tra realtà increate, seppur l'affermazione è posta in un contesto differente.
Dialogo 5,5-6 << Ciò che è increato, infatti, è simile all'increato: sono uguali identici e l'uno non può avere prevalenza sulll'altro per potenza o dignità. Per questo l'increato non è molteplice >>.
In Giustino non è presente un'approfondita speculazione riguardo lo Spirito Santo. Tuttavia è indubbio che egli, così come tutti i Cristiani di retta dottrina, considerassero lo Spirito Santo come la Terza Persona divina. Lo si scorge nella formula trinitaria battesimale presente nella prima apologia, nella citazione precedente riguardante platone e nell'allusione al cap. 56,15 del "Dialogo":
<< Rispondetemi dunque se pensate che lo Spirito Santo proclami Dio e Signore un terzo oltre al Padre di tutte le cose e al suo Cristo...>>.
Atenagora di Atene (133 - 190), contemporaneo di Giustino, è incredibilmente esplicito: << Chi dunque non rimarrebbe attonito nell'udire che vengono detti atei quelli che riconoscono Dio Padre e Dio Figlio e lo Spirito Santo, che ne dimostrano e la potenza nell'unità e la distinzione nell'ordine? >>.
Teofilo, già citato e anche egli contemporaneo di Giustino, utilizzò per primo il termine "Trinità" (Trias, in grego), per sottolineare l'unità divina delle tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Teofilo, Ad Autolico II, 22 << Così anche i tre giorni, che precedettero la creazione dei due luminari, rappresentano la trinità: Dio, il Verbo suo e la Sapienza (Attributo che Teofilo dà allo Spirito Santo) >>. In questa frase Teofilo indica solo il Padre come Dio, specificando in seguito la divinità del Verbo:
Ad Autolico II 30 << Essendo quindi il Verbo Dio, e generato da Dio... >>
Le stesse formule trinitarie, presenti sia nelle Scritture che negli scritti padri del primo e secondo secolo, dimostrano la fede nel Dio uno e Trino delle prime comunità cristiane.
Dobbiamo considerare che i primi cristiani associavano raramente l'attributo "Dio" al Figlio, sia per via delle radici giudaiche del Cristianesimo, sia per difficoltà teologica. Al Figlio veniva più semplicemente associato il titolo di "Signore", senza che per questo vi fosse qualche dubbio circa la sua divinità.
Clemente Romano (I secolo) nel prologo della I lettera ai Corinzi così si esprime:
<< La Chiesa di Dio che è a Roma alla Chiesa di Dio che è a Corinto, agli eletti santificati nella volontà di Dio per nostro Signore Gesù Cristo >>.
Ignazio di Antiochia (35-107) così saluta Policarpo:
<< Ignazio, Teoforo, a Policarpo vescovo della Chiesa di Smirne, o meglio, che ha per vescovo Dio Padre e il Signore nostro Gesù Cristo, molta gioia >>. Eppure esplicita con chiarezza la sua fede nella divinità di Cristo:
Ignazio, Ef 9 <<...che è stata scelta nella passione vera per volontà del Padre e di Gesù Cristo, Dio nostro >>.
D'altronde, anche il Credo degli apostoli e quello niceno-costantinopolitano contengono prassi semantiche simili.
Simbolo degli apostoli:  << Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra. E in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore >>.
Credo Niceno: << Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili. E in un solo Signore Gesù Cristo... >>  pur affermando subito dopo la divinità del Figlio <<... unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli. Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non Creato, della stessa essenza del Padre >>.
Allo stesso modo andrebbero intese frasi paoline come la seguente:
Rm. 1:7 <<... e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo! >>.
Tornando alla problematica biblica, come interpretare, dunque, l'affermazione di Gesù: "il Padre è maggiore di me"?
E' evidente che non si tratta di una superiorità di natura o di potenza, ma di una differenza di ruolo. Il Padre è l'unico principio da cui tutto proviene, e anche nella Trinità vige il principio monarchico.
Questo è evidente facendo alcuni paragoni: un padre è maggiore di suo figlio, il quale gli è sottoposto, tuttavia non è superiore, nè migliore, ed entrambi sono uguali di fronte a Dio.
Tutti gli altri passi in cui viene evidenziata una qualche subordinazione del Figlio, vanno intesi come sopra, oppure considerando Cristo come uomo svuotato della sua divinità.

Alcuni passi scritturali riguardo la divinità di Cristo.

Gv. 1:1 << In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo >>.
Gv. 1:18 << Dio, nessuno lo ha mai visto: l'Unigenito Dio che è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato >>.
Gv. 8:58-59 << In verità, in verità io vi dico: "prima che Abramo fosse, Io Sono". Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui >>. Gesù non intese semplicemente che Egli fu prima di Abramo, il Verbo essere è infatti al presente (i Testimoni di Geova, con un volo pindarico, affermano che Giovanni sbagliò tempo verbale). Egli si proclamò Dio, usando il nome con cui Dio si fece conoscere a Mosè:
Es 3:14 <>.
Infatti i Giudei, considerando una bestemmia l'affermazione di Gesù, reagirono cercando di lapidarlo (altrimenti non avrebbe avuto senso la loro reazione).
Eb. 1,8 << Del Figlio afferma: "Il tuo Trono, o Dio, è per i secoli dei secoli" >>.
Ap. 1,8 << Dice il Signore Dio: "Io sono l'Alfa e l'Omega, Colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente! >> poco dopo, al versetto 17, gli stessi attributi sono associati al Figlio: << Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora sono vivo per sempre e ho le chiavi della Morte degli inferi >>. Risulta chiaro che solo Dio può essere l'alfa e l'omega, ossia il primo e l'ultimo, poichè solo Dio è eterno.

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