venerdì 23 settembre 2016

Ravenna e Roma - la lotta per l'Autocefalia

La giurisdizione della Chiesa di Roma ebbe sempre maggior potere in Italia, dove esistevano altre autocefalie, quali Milano, Aquileia, Benevento e Ravenna, Ecco il caso nel quale Ravenna seppe resistere alle richieste pontificie di cedere sovranità ecclesiastica, raccontato dal sacerdote Agnello di Ravenna (+846) nel suo libro Cronaca dei Pontefici di Ravenna, pag. 229-231. Per pontefices, i latini intendevano generalmente vescovi, corrispondente del greco "gerarchi". 


L'Arcivescovo Mauro che riceve i "privilegi" (cioè l'autocefalia) dall'Imperatore Costantino IV.

E' successo al tempo dell'episcopato di Mauro (1) che vennero dei legati da Roma, dicendogli di portarsi all'Urbe, giacché volevano sottomettere (Ravenna) al dominio di Roma (2).  Dopo aver ricevuto l'epistola e averla letta, Mauro così rispose ai delegati della Sede Apostolica: "che cercate di fare? Non c'è forse un accordo fra di noi, perché lui tenti di sollevare difficoltà contro la mia Chiesa? Egli (il papa di Roma) ha il patto firmato da me (3), che mantenga il suo, così che tutto ciò che è stato firmato dai suoi sacerdoti e dai miei sia mantenuto. Eppure ha scritto le sue lettere per voi stessi: io non obbedisco a quest'ordine. Ritornate da colui che vi manda e riferite quando ci siamo detti." 

Dopo aver udito i suoi ambasciatori, il papa (4) indignato ha scritto una lettera di suo pugno, minacciando la sede ravennate di anatema, scrivendo che se l'Arcivescovo Mauro non si fosse presentato a Roma, gli avrebbe impedito di cantare Messa, né alcuno avrebbe potuto fargli obbedienza o concelebrare all'altare con lui, né offrire alcun rito in suo onore o per la sua salute. 

Tuttavia, il santo vescovo Mauro era un uomo audace che non voleva certo finire nelle catene dei giudei e venir gettato fuori dal Regno di Dio. Pertanto, dopo che ebbe ricevuto i legati del papa e con molta rabbia ebbe letto la proclama papale, scrisse una seconda lettera identica all'anatema papale, proibendo al vescovo di Roma di cantar Messa, e l'ha inviata a Roma per mezzo dei suoi stessi ambasciatori. 

Dopo aver chiesto nuovamente a san Mauro di presentarsi a Roma, non ricevendo risposta, il Papa ha inviato dei legati a Costantinopoli presso l'Imperatore, affinché egli obbligasse l'Arcivescovo Mauro a presentarsi dinnanzi a lui al Consiglio, raccontando come egli (Mauro) si fosse permesso di inviare ordini al suo legittimo signore (Il papa). Ma in quel giorno i nostri obblighi sono morti, giacché non furono più offerte oblazioni per Mauro a Roma, e per il papa qui (5). Ma ogni giovedì, dopo i Vespri, i sacerdoti, i diaconi e i suddiaconi, invitando il segretarium, si dividono una pagnotta con delle salsicce e del vino, e il più alto in rango fra i preti dice: Il Signore Dio dia la vita eterna a colui per la cui memoria abbiamo mangiato questo cibo. E gli altri rispondono: così sia. E dopo si ritirano (6). 

Nell'ora della sua morte, san Mauro di Ravenna chiamò a raccolta tutto il suo clero, piangendo davanti a loro e chiedendo loro perdono dicendo: "io ora entro nel cammino della morte, ma vi chiamo testimoni e vi prego, non sottoponete mai Ravenna al giogo romano, votate un pastore per voi stessi, e consacratelo per mezzo dei nostri stessi vescovi. Che sia l'Imperatore a mandarvi il pallio (7), perché il giorno in cui sarete sotto Roma, sarete rovinati e non sarete più voi stessi." Proferendo queste parole, (Mauro) morì, e fu sepolto nel nartece della basilica del beato Apollinare, in un sepolcro meraviglioso. 

EPILOGO

Alla morte del vescovo Mauro, sotto il suo successore Reparato (671-677), la comunione fu ristabilita con Roma, e l'autocefalia di Ravenna non cadde. Nel 751 l'Esarcato bizantino di Ravenna fu distrutto dai Longobardi che conquistarono la Pentapoli, e anche se il prestigio della sede ravennate non venne mai meno (si pensi a Giovanni X, papa nel 910, già vescovo di Tossignano, che era una suburbicaria di Ravenna). L'Autocefalia fu, di fatto, dimenticata.  

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NOTE AL TESTO (non presenti nel testo originale) 

1) il vescovo Mauro governò la Chiesa ravennate dal 642 al 671, anno della morte. 

2) Si intende la giurisdizione ecclesiastica.

3) Probabilmente il riconoscimento dei Dittici. 

4) Probabilmente Teodoro I, morto nel 649. Le dispute sul riconoscimento dei Dittici, ossia della preminenza di una sede vescovile piuttosto che un'altra, si presentavano alla morte dei papi e dei patriarchi. 

5) Il sacerdote Agnello scrive da una prospettiva della Chiesa di Ravenna, dicendo come, tagliati fuori dai Dittici, i due presuli non si riconoscono più a vicenda, e si accinge ora a narrare un aneddoto. 

6) I pasti commemorativi, dei quali le kolive sono un ricordo, erano preceduti da preghiere e inni, ed è evidente che il clero qui riunito pregava per il papa di Roma e per il vescovo di Ravenna, nonostante le diatribe giurisdizionali, li considerava entrambi parte della Chiesa. 

7) Il pallio, una sorta di omoforion, era il segno dell'arcivescovato e dell'autonomia di una Chiesa. Di solito veniva concesso da Roma nelle terre d'Occidente. 

PS. il prete Agnello di Ravenna considera Mauro un santo, così come considera santo anche l'Imperatore bizantino Costantino IV che concesse l'autocefalia, sebbene nessuno dei due sia presente nei martirologi più diffusi né nei sinassari greci. Evidentemente, esisteva un calendario ravennate andato perduto. 

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