sabato 1 ottobre 2016

Una analisi ortodossa del Concilio di Trento (Parte I )

E' da molto tempo che volevo compilare questa sessione di articoli, per la verità molto piccoli rispetto al mio vero obiettivo, che è quello di mostrare come, in fondo, il Concilio di Trento, da sempre chiamato "vetta della tradizione" da una certa apologetica cattolica tradizionalista, sia in realtà quantomai amorfo se non addirittura realmente modernista nella sua essenza. Prima di cominciare l'analisi delle sessioni del Concilio di Trento, le quali coprirono ben diciotto anni, dal 1545 al 1563, rispondiamo a due domande molto semplici.

Perché fu chiamato il concilio di Trento?
Il concilio di Trento fu chiamato dal papa Paolo III per rispondere alle pretese luterane di riforma della chiesa cattolico-romana. Esse si svilupparono in tre periodi, le prime undici sessioni (1545-47) sotto Paolo III, le successive cinque (1551-52) sotto papa Giulio III , le ultime nove (1559-63) sotto Pio IV.  La fonte che ho usato per la lettura dei canon di trento è questo link, il quale offre tutti i decreti conciliari dal 1545 al 1563. 

Quali effetti produsse?
A questa domanda, risponderemo volta per volta. 


Il concilio di Trento, litografia 

SULLE PRIME SESSIONI 

Come tutti i documenti storici, i canoni stilati a Trento nel corso di quasi vent'anni di lavoro sono interessanti non solo per quello che dicono, ma anche per quello che non dicono. Difatti la II sessione del 1545 nel decreto su come comportarsi al Concilio esprime: "durante il tempo delle funzioni sacre, non si dia spazio a chiacchiere e storie, ma si assista il celebrante con la bocca e col cuore". Significa, grosso modo, che i vescovi dell'epoca (giacché il Concilio parla ai vescovi) usassero tenere banco durante la Messa, piuttosto che celebrarla? era tale il degrado della chiesa romana del XVI secolo? Volesse il Cielo di no!  

Premesse erronee
Nella sessione III, del 1546 (4 febbraio), si conviene che "il Simbolo della Chiesa Romana"  (si sottolinei non "cattolica", sapendo bene essi cosa significasse la parola cattolico) è la base sulla quale viene chiamato il Concilio, cioè la professione di Fede con l'aggiunta del Filioque. E difatti, erroneamente, i vescovi tridentini riunitisi scrivono "(nel cui simbolo) furono debellate eresie e furono confermati i fedeli". Peccato che il Simbolo usato nella stessa Roma fino al 1014 d.C. fosse privo del Filioque, e che quindi "il simbolo difensore della Fede" contro gli eretici fosse quello mantenutosi nella Chiesa Ortodossa. 

Il canone biblico riconfermato
La sessione IV, dell'8 aprile 1546, è un capolavoro di ovvietà: viene ribadito il Canone Biblico. Il Canone Biblico è immutato, grossomodo, dai Canoni Apostolici (I secolo), tradotti in latino niente poco di meno che da san Clemente papa di Roma (+ 97 d.C.). A confermare il Canone Biblico stesso, tradizionalmente passatoci da san Clemente, ci aveva pensato già il Concilio di Trullo (692 d.C.) al canone II. Il concilio Quinsesto, come viene anche chiamato il Trullano, è considerato di valenza ecumenica - cioè universale. Che bisogno aveva Trento di ribadire il canone trullano? Forse che i concili del primo millennio non erano sufficienti? 

Sul peccato originale
Curiosamente la V sessione del 18 giugno 1546, la quale si focalizzò sul peccato ancestrale, non affronta la tematica del peccato originale nel modo in cui i cattolici solitamente la intendono. Difatti il decreto tridentino afferma: "(sul peccato di Adamo, da intendersi) come la Chiesa Cattolica Universale l'ha sempre inteso". Una rapida lettura della concezione ortodossa del peccato originale, non può che fare bene. Nei primi momenti della sessione pare proprio che non vi siano differenze sostanziali - sebbene i tridentini manchino di citare il canone del Sinodo di Orange e del Sinodo di Cartagine - fra le due visioni: certo, se ovviamente diamo per scontato che i tridentini guardassero alla patristica. La vera caduta di stile di quella sessione è rappresentata dal punto 5, nella sua parte finale, quando descrivono la parola concupiscenza. I tridentini asserirono che "sebbene qualche volta l'Apostolo Paolo  la chiami peccato", la concupiscenza non sarebbe un peccato, ma solo una declinazione della natura umana. Questo ovviamente va  contro la teologia. 

Grammaticamente:
concupiscenza = dal lat. tardo concupiscentia, brama ardente, solitamente di desideri carnali. N.B. nella morale cristiana, passione imperante, predominio del corpo sullo spirito (dizionario Treccani online). 

Come lo stesso dizionario fa notare, la concupiscenza è "il predominio del corpo sullo spirito", e fa parte della lotta alle passioni tanto cara alla mistica monastica. Con evidenza, i conciliaristi tridentini hanno erroneamente confuso la concupiscenza, che è una malattia spirituale, con l'atto sessuale, il quale, se vissuto nel sacramento del Matrimonio, è foriero di grazia e di doni spirituali, come asserì a suo tempo lo stesso cattolicissimo Onorio di Ratisbona (+1154) nel libro Elucidiarium, il quale parlando delle anime degli sposati defunti le quali "vivranno in case spirituali molto piacevoli" dopo la morte (1). La spiritualità cattolica declina qui a favore di una visione sempre più lontana dalla virtù mediana (in medio stat virtus) per preferire, infatti, soprattutto fra Cinquecento e Seicento, una visione cupa e dolorosa del vivere la religione: stanno in questi due secoli infatti la maggior parte dei santi cattolici molto particolari, che affronteremo in un apposito capitolo della nostra analisi. 

L'Immacolata Concezione
Un primo segno anti-tradizionale del Concilio di Trento è la disposizione, nel punto 6 della sessione V, della dottrina mariana. Infatti tutte le cose dette del peccato originale NON hanno valore se riferite alla Madre di Dio, "per la quale il Concilio si rifà (udite, udite) ai decreti di Papa Sisto IV". Sisto IV (+1484) era un papa molto recente. Perché scegliere le sue disposizioni, quando un millennio di patristica d'Oriente e d'Occidente aveva già discettato sulla Madre di Dio? Nessun accenno alla tradizione del primo millennio, ma nemmeno, che so, a Bernardo di Chiaravalle? Sisto IV il 27 febbraio 1477 (di vecchio calendario, LOL), con la bolla Cum Proeexcelsa, istituiva per l'8 dicembre la festa (squisitamente locale per la città di Roma) dell'Immacolata Concezione della Madre di Dio. Quindi, il Concilio, tutt'altro che riformista (riformare = tornare alla forma delle origini), pareva proprio innovazionista. Perché non chiamarono in causa Bernardo di Chiaravalle? Perché le posizioni anti-immacolatiste di Bernardo erano note certamente ai vescovi riuniti a Trento. Perché non richiamarono nel canone un parere teologico di Tommaso d'Aquino, indiscusso maestro cattolico? perché l'Aquinate riteneva la Santissima Madre di Dio proprio "concepita col peccato originale" (2).  La stessa chiesa cattolica ha dovuto quindi, nel suo sinodo indetto per "difendere la Tradizione", soprassedere e ignorare i suoi stessi autori main-stream più tradizionali, cioè Bernardo di Chiaravalle e Tommado d'Aquino, dato che andavano contro il canone appena proclamato. Il dogma dell'Immacolata ancora non esisteva, ma di fatto si poneva come "tradizionale" una bolla papale di qualche decennio prima, annientando tutta la Patristica e perfino tutta la Scolastica. A lungo la dottrina dell'Immacolata - portata avanti, in futuro, dai Gesuiti - incontrò resistenze forti nella stessa Roma, in particolare nella figura di Prospero Lambertini, prefetto per la Liturgia e poi papa Benedetto XIV (+1758), uomo illuminato di nome e di fatto, il quale oltre ad essere un mecenate e uomo di cultura scientifica, rivide l'Indice dei libri Proibiti curando una selezione critica dei testi, proibì l'uso delle trombe nelle Messe, e riguardo il culto del sacro cuore, nel 1729, ebbe a dire ironico: " e perché non la Festa degli occhi di Cristo? o del cuore della Madonna, magari." (3) Il poveretto non sapeva che poi i cattolici avrebbero adottato anche la festa del cuore della Madonna. 

La Giustificazione
La sessione VI del Concilio di Trento parla della Giustificazione, paragonando la dottrina cattolica a quella degli eretici. Sostanzialmente non si distanzia molto dalla visione ortodossa così come fu sintetizzata dal patriarca Dositeo II di Gerusalemme nel canone XIII del sinodo del 1675. Tuttavia, mi stupisce la totale assenza di citazioni patristiche, abbondando le citazioni bibliche. Sulla dottrina della Grazia, potevano benissimo venir citate le Apologie del beato Giustino Filosofo (II secolo), oppure il sempreverde sant'Agostino d'Ippona (+430) col suo Discorso contro Pelagio,  senza dover scomodare i Padri orientali oppure, volendo abbondare, avrebbero potuto citare  qualcuna delle 32 Omelie di san Giovanni Crisostomo (+.407) sul tema della Lettera ai Romani, dalle quali si estrapolano le basi teologiche della Giustificazione mediante la fede e le opere, in special modo tramite il Battesimo, oppure san Cirillo d'Alessandria (+444) nei suoi Commenti al Vangelo di Giovanni. Nonostante Paolo venga citato continuamente, a questi padri conciliari manca totalmente la patristica, che per un ortodosso ( e per un cristiano almeno medievale ) era imprescindibile in qualsiasi argomentazione teologica. 

Sui Sacramenti
La sessione VII del 3 marzo 1547 affronta il tema dei Sacramenti. Il commentatore cattolico, quando compare la frase "attenendosi alle sacre scritture, alla tradizione e ai concili del passato", nel commento 172, cita esclusivamente il Concilio di Ferrara-Firenze, avvenuto circa un secolo prima del Tridentino. Spero vivamente che i tridentini stessi non pensassero a Firenze, quanto ai Sette Concili Universali! Al punto 7 della sessione VII c'è un curioso anatema: "se qualcuno ritiene che i sacramenti siano uguali fra loro". La Chiesa Ortodossa non ritiene un sacramento più importante di un altro, e sebbene la distinzione si possa fare a titolo umano ("l'Eucarestia è più importante della Confessione") il Mistero in sé, dal momento che è fondato direttamente dal Cristo e ha una compartecipazione pneumatica, non può essere catalogato in senso stretto. Al punto 9 della stessa sessione c'è un anatema che ci conduce in terreni fangosi: l'irrepetibilità del battesimo. Il Concilio di Cartagine del 419 d.C. al canone I ammette il ri-battesimo degli eretici in quanto il primo è un falso battesimo, mentre il canone VII del II Concilio Ecumenico (381) chiede il ri-battesimo di quanti furono battezzati con formule erronee o senza immersione. Pare strano, anche in questo caso, che i tradizionalissimi tridentini si siano dimenticati di canoni di tale rilievo: del resto, la prassi di immergere completamente gli infanti era già stata persa... perché chiamare in causa un canone che andava contro una prassi ormai consolidata? difatti prontamente al punto 3 sui "canoni del battesimo" della medesima sessione vi è un anatema proprio per coloro che ritengono il modo di battezzare cattolico quale "improprio". Il punto 14 della medesima sessione, inoltre, riporta un anatema curioso: "se qualcuno afferma che ai bambini, una volta cresciuti, vada chiesa una conferma di ciò che i padrini fecero per loro al momento del battesimo, (...) sia anatema."  Difatti al canone 1 sulla Confermazione (cresima), i tridentini affermano di cresimare i ragazzi "non è vana cerimonia" e chi pensa ciò, anatema. Ma perché allora dare i sacramenti separati? Perché appunto... confermare in futuro, da parte dell'adolescente, e non costituire del Battesimo e della Cresima un unico rito? 

Continua a nella prossima parte, vista la lunghezza eccessiva del formato elettronico.
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NOTE

1) citato in La Nascita del Purgatorio, di Jacques Le Goff, Einaudi 2014

2) (Maria) contraxit originale peccatum / Maria contrasse il peccato originale, in Summa Theologica, libro III, questione 27, a. 2, ad 2. Sulla purezza della Madre di Dio, l'aquinate era sicuro di essere incerto su quando Ella fosse divenuta santificata dalla Grazia: quo tempore sanctificata fuerit, ignoratur. (S. Th. q. 27, a. 2, ad 3). Nel Commento alle Sentenze, Tommaso si domandò ancora una volta se la Vergine fosse stata santificata prima che la sua concezione fosse completata dall'infusione dell'anima nel corpo: e risponde di no. Si deduce che Tommaso d'Aquino, il quale in una certa misura era certamente ancora "ortodosso" - l'eresia corrode nel tempo un corpo ecclesiale, non si manifesta subitamente nei suoi effetti distruttivi - nel senso etimologico del termine, fosse decisamente anti immacolatista. 

3) citato in sacred heart of Jesus: an orthodox prospective di padre Aidan Keller, scritto nel 1990. 

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