sabato 1 ottobre 2016

Una analisi ortodossa del Concilio di Trento ( Parte III )

Continua dal capitolo precedente.

SULLA SESSIONE XXI

Dopo varie sessioni di rinvio della Sinassi, finalmente la sessione ventunesima, del 16 giugno 1562, torna a occuparsi di teologia. In particolare, si tocca una questione assai spinosa, l'assunzione dell'Eucarestia in due specie da parte dei laici. Nel capitolo 1 della Sessione XXI, viene testualmente scritto che "Non è detto che in quella istituzione (l'Ultima Cena) e quella consegna voglia significare che tutti i fedeli per istituzione del Signore siano obbligati a ricevere sia l'una che l'altra specie". Questa proclama cozza inevitabilmente con le istituzioni della Chiesa indivisa, la quale ha sempre previsto la Comunione sotto entrambe le specie indistintamente a clero e laici, ad adulti e fanciulli, purché battezzati ( e cresimati ). Il sinodo tridentino, con impeto modernista e irriguardoso della stessa Divina Scrittura, al canone successivo asserisce addirittura che il Vangelo di Giovanni (Gv 6:51-58) chi non mangia della carne e non beve del sangue del Figlio dell'Uomo non avrà la vita eterna, non sia da prendere alla lettera. Come se non bastassero le parole stesse dell'Istituzione dell'Ultima Cena, nelle quali il Signore concede il suo Corpo e il suo Sangue, e le varie volte in cui si è espresso in modo simile, i tridentini hanno optato per una soluzione insolita, creando una pericolosa frattura spirituale fra i laici e il clero, e l'anno dogmatizzata con un canone, il quale recita che, qualora dicessimo che entrambe le specie sono necessarie per la salvezza, sia anatema. 
L'uso antico di come venisse assunta la Comunione invece varia di luogo in luogo. Curiosamente, nell'Inghilterra del primo millennio e a Costantinopoli, nei secoli VII-XII, vigeva lo stesso sistema di comunicare i fedeli: utilizzando un cucchiaio apposito venivano consegnate entrambe le specie. In Francia, fino al VII secolo, usava che i fedeli si presentassero con un panno di lino rigorosamente bianco per ricevere il Corpo di Cristo senza toccare le cose sacre, e prendessero parte al Calice in una seconda fila: il sinodo di Rouen (653) importa il metodo romano: a Roma, dal Sinodo del 404 d.C., si impone di ricevere le specie senza toccarle (decreti di Innocenzo I), e Leone I Magno nel suo sermone V ribadisce la pratica: la comunione viene amministrata direttamente in bocca, ed è presumibile che si seguisse il metodo di comunicare il fedele sulla lingua, intingendo una porzione di pane consacrato (c'è da ricordarsi che fino al XI secolo si utilizzava il pane lievitato)  nel calice. 

I bambini, infine, al capitolo 4 dell sessione XXI di questo Concilio di Trento, vengono ritenuti "dispensabili" dal ricevere la Comunione, col pretesto di non comprenderne la natura divina. Quale pretesa, il comprendere la natura divina delle cose! Quasi che un adulto possa sondare l'insondabile Mistero dell'Eucarestia e viverlo nella sua dimensione totalizzante... è una razionalizzazione in atto, questa, del processo di ammodernamento della chiesa cattolica iniziato dal XVI secolo fino ai giorni nostri. La Comunione fa crescere spiritualmente i bambini e li inserisce nella vita della Chiesa, ma per i tridentini no: chiunque dica che ai bambini è necessaria la comunione, sia anatema (canone 4, sessione XXI).


La cupola della cattedrale di san Pietro a Roma

SULLA SESSIONE XXII

Riguardo la sessione XXII la quale analizza la Messa e soprattutto i suoi aspetti mistici, nonostante le premesse, come sempre, siano buone, Trento finisce inevitabilmente col collassare in una prassi eterodossa inaccettabile per gli Ortodossi.
Il canone 8 della sessione XXII, riguardo la Messa e le sue proprietà e caratteristiche, dice: "chi ritiene che la Messa nella quale si comunica solo sacramentalmente il sacerdote sia da abrogarsi, anatema". Ovviamente, un cattolico non può capire ove sia l'errore, perché la teologia tridentina è profondamente entrata nel modo di vedere le cose degli occidentali. Innanzi tutto, occorre dire che il Signore Gesù Cristo non ha celebrato la sua Cena da solo: il sacramento dell'Eucarestia è nella sua natura un sacramento comunitario, com'è insito nella stessa parola comunione, dal lat. Communio, cioè "comunanza (di beni)", dal greco Koinonìa. Nel Vangelo stesso si nota la presenza di più parti nel Sacramento: il Celebrante supremo, il Cristo, coloro che ne partecipano, Gli Apostoli, e coloro che ne sono esclusi, tutti coloro che erano nell'albergo ma che non vi hanno preso parte. Il Cristo ha lasciato il potere agli Apostoli di rinnovare questo Atto divino nelle mani di coloro che sono unti col crisma sacerdotale. La Tradizione della Chiesa, da ricercarsi necessariamente (se vogliamo la Tradizione) nelle consuetudini di ogni luogo e ogni tempo, è unanime nel collocale l'Eucarestia come sacramento e azione sacra comunitari, questo perché a sua volta la Messa è composta di più parti organiche fra loro,e  non si esaurisce o non consiste solamente della consacrazione. Piuttosto, vi si intravedono le purificazioni del popolo e le suppliche, le Letture e la predicazione ("liturgia dei catecumeni"), solo dopo la quale segue il Canone eucaristico e la distribuzione del Sacramento ("liturgia dei fedeli"). Una celebrazione necessariamente deve essere compartecipata, altrimenti viene a mancare il senso della liturgia dei catecumeni - giacché si presuppone che un sacerdote conosca ciò che legge, e sia già preparato spiritualmente prima della Liturgia stessa. Questo non significa che il popolo ha un ruolo ministeriale, ma che, nel rispetto della Tradizione della Chiesa Universale, il popolo prende parte all'esperienza divinizzante dell'atto liturgico. Anche in questo caso, il Tridentinismo propone una disarmonia fra clero e laicato, ponendo l'accento sulla superiorità spirituale del primo, il quale può, addirittura, "celebrare da solo", mentre i canoni antichi espressamente proibiscono questa pratica, in particolar modo i canoni locali occidentali (1). E' il totale disprezzo per la tradizione precedente a muovere Trento.

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NOTE

1) Si veda, ad esempio, il canone XXXV del sinodo di Re Edgar d'Inghilterra (+975) il quale proibisce al clero di celebrare in solitudine. Il canone XXXVII del medesimo sinodo proibisce di celebrare più di tre Messe nello stesso giorno. 


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