venerdì 3 marzo 2017

Il Mistero dell'interiorità umana (San Teofane il Recluso)

La Lettera XXX di san Teofane il Recluso (+1894) ci parla del mistero dell'interiorità umana meditando sulle parole di san Macario il Grande

Sono impaziente. Prendo la penna e comincio di nuovo a conversare con voi dell’attraente condizione di chi è toccato dalla grazia, per avviarvi sul cammino per raggiungerla, appropriarsene e radicarsi in essa. Solo che, questa volta, non vi proporrò del mio, ma vi riporterò le parole del saggio Macario il Grande e precisamente quelle della sua diciottesima conversazione. «Chi è ricco nel mondo e possiede un tesoro nascosto, con questo tesoro o ricchezza può comprare ciò che vuole. Così quelli che hanno guadagnato e posseggono già il tesoro celeste, la grazia, con questo tesoro acquisiscono ogni virtù e con lo stesso tesoro accumulano ancora più ricchezza celeste. L’Apostolo dice: “Abbiamo questo tesoro in vasi di creta” (2 Cor 4, 7), cioè nella carne, siamo resi degni di acquisire tale tesoro, la forza santificante dello Spirito».
«Chi si è procurato e possiede in sé il tesoro celeste dello Spirito, compie con purezza e irreprensibilmente, grazie ad esso, ogni giustizia secondo i comandamenti e ogni opera virtuosa senza costrizioni e difficoltà. Preghiamo Dio, cerchiamo e imploriamo che ci venga fatto il dono del suo Spirito, in tal modo potremo seguire irreprensibilmente e con purezza tutti i suoi comandamenti e compiere ogni sorta di giustizia con purezza e perfezione».
«Bisogna costringersi a chiedere al Signore che ci renda degni di procurarci il tesoro celeste dello Spirito e accoglierlo e giungere alla condizione di compiere senza fatica e facilmente – con purezza e semplicità – tutti i comandamenti del Signore, che prima non potevamo adempiere, pur mettendocela tutta. Possiamo procurarci questo tesoro grazie ad una ricerca assidua, grazie alla fede e alla pazienza nel faticare in questa ricerca. Bisogna chiedere a Dio, con fede e col cuore reso infermo dal peccato, che ci doni di ottenere la sua ricchezza nei nostri cuori, nella forza e nell’efficacia dello Spirito».
San Macario descrive così ciò che accade in coloro in cui la grazia divina inizia a manifestare sensibilmente la sua opera: «Talvolta essi sono contenti come se fossero alla mensa del re, e si rallegrano con gioia e contentezza indicibili. Altre volte ancora, sono come una sposa che trova una pace divina in compagnia del suo sposo. Altre volte, come angeli immateriali che si trovano ancora nel corpo, sperimentano in sé una straordinaria leggerezza ed elevazione. In altre occasioni sono come ebbri di una bevanda, rallegrati e rasserenati dallo Spirito nell’ebbrezza dei sacramenti spirituali divini. In altri ancora lo Spirito accende in loro un tale amore che, se fosse possibile, farebbero posto nel loro cuore ad ogni uomo, senza distinguere il cattivo dal buono. Altre volte, nell’unità dello Spirito, si abbassano a tal punto di fronte ad ogni uomo che si considerano gli ultimi e i più piccoli di tutti. Altre ancora la loro anima si immerge in una profondissima quiete, nel silenzio e nella pace; oppure sono resi sapienti dalla grazia nel comprendere qualcosa e, in una saggezza indicibile, nella visione di quanto è impossibile esprimere a parole. Altre volte, infine, l’uomo diventa un uomo comune». Che condizione desiderabile! Ma ecco ancora un piccolo saggio sulla condizione interiore dell’uomo illuminato dalla grazia.
«Quando l’anima ascende alla perfezione dello Spirito, si purifica completamente da tutte le passioni e, in una comunione inenarrabile con esso, giunge all’unione e ad amalgamarsi con lo Spirito consolatore e, in questa condizione, si rende degna di diventare spirito. Allora essa diventa tutta luce, tutta occhio, tutta gioia, tutta quiete, tutta amore, tutta misericordia, tutta grazia e bontà».
Ecco come ottennero e si sforzarono di raggiungere questa condizione i santi asceti! Sarete d’accordo sul fatto che c’era e c’è «qualcosa», un motivo per cui faticare. Ed è aperto l’ingresso. Non si tratta di un giardino riservato. Questi beni sono promessi a tutti e la caparra, data per acquistarli, è la grazia dello Spirito Santo nel battesimo e nella cresima. A noi tocca soltanto frugarci dentro e trovare questo tesoro. Esso è nel nostro giardino, basta prendere la vanga e iniziare a scavare. Fin dai primi colpi di vanga si comincerà a sentire il tintinnio dell’argento e dell’oro. Basterà darci un’occhiata per vedere tutto il tesoro. Allora la gioia non avrà misura. Orsù! Perché, ora, la nostra situazione non progredisce?! Nella scorsa lettera vi ho indicato la strada che porta alla decisione, ma non ho ricordato a seguito di quali rappresentazioni particolari nasca questa decisione e giunga all’intensità finale. Vi indicherò in breve, ora, questo problema così essenziale.
Il fascino dell’oggetto stimola l’energia, ma questo problema si può rinviare. Quando, dunque, in questa condizione vi è chiara consapevolezza, da una parte di un’estrema necessità e inevitabilità, dall’altra dei mezzi a portata di mano, allora la decisione si realizza sicuramente. Eccovene un esempio. Un uomo pigro siede in una stanza e non si riuscirà a farlo uscire, ma basterà lasciare che veda che è scoppiato un incendio e acquisterà agilità. Salterà fuori di li. Bisognerà fare proprio la stessa cosa con se stessi, se ci si trova nell’indecisione: bisogna sentire l’incombere di una sventura, cioè convincersi che o si farà così, o si perirà per sempre. Quando ci si immaginerà soltanto tutto questo nella coscienza, allora sorgerà con tutta la sua forza la nostra energia morale, che ci spingerà impetuosamente all’azione. Come fare questo in rapporto all’oggetto di cui stiamo parlando? Sforzatevi voi stessa di arrivarci. Da parte mia vi ricorderò che presto, magari domani, morirò e dopo la morte cosa sarà? Ricordate ciò che è accaduto al servo malvagio: «Prendetegli la mina, il dono della grazia, e gettatelo nelle tenebre esterne!». Oppure ciò che accadde alle vergini stolte: la porta si chiuderà e si sentirà: «Non so chi tu sia!». L’una o l’altra cosa ci accadrà alla fine, se non ravviveremo in noi stessi la grazia e non ne saremo illuminati. Ponetevi in questo atteggiamento con più consapevolezza. Non penso che la vostra indecisione, se esiste, si opporrà. Questa idea è molto efficace! Un saggio dell’antichità ha detto a questo proposito: «Ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato» (Sir 7, 36). Sforzatevi di farvene un’idea sempre più chiara e, una volta che ne sarete consapevole, non indebolite né ottenebrate questa coscienza. Come sussidio prendete il libretto, «Sorgi, tu che dormi»; vi è già stato dato, leggetelo.
Il secondo momento è il concorso dei mezzi: quando ci si sente in estrema necessità, esso ci dà il coraggio di sfuggire alla sventura spingendoci all’azione. Quando manca questo, la consapevolezza di trovarsi in una necessità inevitabile ed estrema si trasforma in disperazione. Nell’esempio sopra citato, se non vi fosse una porta libera o una finestra aperta, a colui che è imprigionato nel fuoco rimarrebbe soltanto di strapparsi i capelli. Così nel nostro caso, trovandoci in una condizione di estrema necessità (senza la grazia si resta privati del regno dei cieli), non avendo mezzi sotto mano, consapevoli di questa condizione, non ci rimarrebbe altro che cadere nella disperazione. Ringraziando il Signore, però, è già pronto per noi tutto ciò che è necessario per sfuggire all’inevitabile sventura nell’aldilà; tutto è pronto e lo abbiamo sotto mano, anzi è dentro noi stessi. Non resta che iniziare ad agire e operare. È possibile che, di fronte a tutto ciò, noi indugiamo ancora e rimandiamo di giorno in giorno?
A vostro riguardo aggiungo che non vi toccherà fare niente di particolare. Vivete in quello spirito in cui siete stata educata e conservate i buoni costumi che vedete nella vostra famiglia e nei parenti. Vi parlo solo perché scegliate di tutto cuore proprio questo genere di vita e decidiate liberamente di vivere così fino alla fine. La vita che avete condotto fino ad ora è come se non fosse vostra. Così vi hanno indirizzato. Questo è un beneficio, ma ben fragile, se voi non sceglierete liberamente proprio questa vita e non la porrete come legge improrogabile per voi stessa. Se non lo farete ora, il cattivo spirito della vita mondana vi sedurrà, oppure non sarete né l’uno né l’altro, come vi ho già ricordato.
Riflettete su tutto questo, per l’amor di Dio, e affrettatevi a fare le vostre scelte. Vi benedica il Signore!
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TRATTO DA:
San Teofane il Recluso, La vita spirituale: Lettere, lettera 30esima, Città Nuova Edizioni

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