sabato 22 aprile 2017

I Russi e il Cattolicesimo-Romano: breve storia di un dialogo culturale

La Chiesa Russa del XVIII secolo entrò in contatto sia con gli Anglicani che con i Cattolici-Romani, non con intento polemico o apologetico, ma per approfondirne la vita ecclesiastica, in una sorta di proto-ecumenismo accademico. Da alcuni studiosi questo viene definito il << periodo della cattività cattolica in Russia >> cioè del periodo in cui la teologia cattolica ha influenzato la teologia ortodossa russa, soprattutto sulla disciplina dei Sacramenti. La Chiesa Russa, infatti, fin dal 1717 ritiene i sacramenti cattolici come validi, cioè come sussistenti, nonostante in una sorta di ossimoro li ritenga incompleti e illeciti: questa è esattamente la posizione cattolico-romana nei riguardi dei sacramenti degli Ortodossi.

In foto: il famoso ritratto dello Zar Pietro I detto "il Grande", colui che aprì la Russia all'Occidente importando in patria stili di vita, la lingua francese, l'illuminismo e la cultura dell'Europa Occidentale

Fu lo zar Pietro I il Grande, per primo, a parlare di unità con la Chiesa Cattolica nell'Evo moderno. Dopo la spiacevole crisi di Isidoro di Kiev (Concilio di Ferrara-Firenze), infatti, nel XV secolo, i russi avevano abbandonato ogni dialogo col cattolicesimo romano, per riscoprirlo poi nel XVIII secolo. Nel 1717 Pietro e alcuni vescovi francesi discussero dell'unità fra la sede di Roma e la sede di Mosca, durante un incontro alla Sorbona. Egli inviò la discussione al suo sinodo, che come abbiamo visto egli aveva annichilito e avvilito con l'abolizione del patriarcato, e i vescovi russi dissero che non potevano permettersi alcuna decisione senza la consultazione dei Patriarchi d'Oriente. 

Nel 1811 il metropolita Platone di Mosca ricevette una lettera dal senatore Gregoire di Francia, ex vescovo di Blois passato dalla tonaca alla toga senatoria come laico al seguito della rivoluzione francese del 1789, nella quale lettera compariva una richiesta di dialogo da parte delle gerarchie francesi per la riunificazione delle Chiese. Il metropolita Platone rispose che il popolo russo non avrebbe mai accettato una cosa simile, giacché i russi preferiscono la loro fede limpida e inalterata [1]. Platone stesso non era un ecumenista, ma anzi aborriva l'indifferentismo e la tolleranza religiosa dei paesi occidentali illuministi o liberali. Nel 1804, durante un suo pellegrinaggio a Kiev, si era lamentato della tolleranza che le autorità ortodosse riservavano ai Gesuiti lì residenti, e dava la colpa agli ebrei se i cristiani non erano più fervorosi come un tempo, nelle zone dove i giudei erano più numerosi. 

La vittoria dello zar Alessandro su Napoleone ebbe conseguenze anche sul piano religioso, in Russia come in Europa. Per l'onomastico dello zar fu celebrata la Divina Liturgia a Plaine de Vertus, il 12 settembre 1815, poco distante da Parigi, dinnanzi all'esercito russo e di fronte a molti dignitari europei. L'imperatore Alessandro era un uomo pio, e pregò così quel giorno di vittoria per lui:

Questo giorno è il più bello della mia vita. Il mio cuore è pieno d'amore per i miei nemici. In lacrime sotto la Croce, ho pregato con molto fervore che la Francia si salvi.  [2]

Inoltre, quando fondò la Santa Alleanza fra le tre monarchie vittoriose contro Napoleone, disse d'aver preso a modello la Trinità, e volle che il patto venisse siglato a Parigi, capitale del laicismo europeo di allora. E fu così che un paese protestante (Prussia), un paese cattolico (Austria-Ungheria) e un paese ortodosso (Russia) fissarono i cardini della Restaurazione del vecchio ordine. Sebbene l'accordo fosse stato siglato, sia il rappresentante inglese che l'Imperatore austriaco in privato risero dello zelo di Alessandro per la fede cristiana. 

Il fascino che i Russi di oggi come di ieri provano e hanno provato per il Papato è da ricercarsi, a mio avviso, nell'autoritarismo dei papi, il quale è l'esatto opposto del cesaropapismo che governava i russi fino al 1917. Scrisse infatti l'ambasciatore russo Kostantin Nicholaevich Leontiev, quando Roma fu conquistata dall'esercito italiano nel 1870: "Il papa è prigioniero, e il Primo Uomo di Francia (Il presidente Carnot) non è neppure battezzato!" e lo stesso Leontiev avrebbe scritto, poco dopo: "Se io fossi a Roma, non solo bacerei la mano, ma perfino le scarpe di Papa Leone XIII... Il Cattolicesimo Romano appaga il mio appetito dispotico, la mia tendenza per l'autorità spirituale, e per molte altre ragioni esso attrae il mio cuore" [3].
Leontiev è un esempio dei molti russi che amavano il Papismo nel suo aspetto totalmente terreno, apprezzandone la maestosità dei rituali e delle formule di corte, le quali erano ancora in larga parte mutuate dall'Evo Medio e dal Rinascimento, come il bacio della scarpa. Anche Solovëv subì il fascino del papismo nella sua prospettiva teocratica del mondo [4], mentre Dostoevskij ci vedeva il principio dei mali d'Europa, e padre del socialismo che conduce all'ateismo. Come scrisse infatti l'intellettuale russo:

Il Socialismo francese dei giorni nostri non è altro che la più pura e la più diretta continuazione dell'idea Cattolica, la finalissima conseguenza di ciò che è cresciuto per secoli (nel Cattolicesimo).  Il Socialismo francese non è altro che l'idea compulsiva di unire l'umanità sotto di sé, una idea che nacque nell'antica Roma e che fu espressa pienamente dal Cattolicesimo Romano.  [5]

Nel libro L'idiota (1868) Fedor Dostoevskij esprime bene quello che per lui è il Cattolicesimo, cioè un impero totalmente terreno. L'idea di Dostoevskij, alla fin fine anti-cattolico, non è comunque una delle più diffuse nella Russia del XIX secolo nella quale, invece, abbonda se non l'amore per l'Occidente, quantomeno un certo lassismo sulla materia. 

Pëtr Verkhovenskij, nel suo libro I demoni (1871), ravvisa la possibilità che il Papa, in futuro, sia la guida del Socialismo. Ne I Fratelli Karamazov (1881), Dostoevskij si avvicina all'idea di Verkhovenskij, mettendo nella bocca dell'Inquisitore il socialismo stesso. Secondo questi due pensatori russi, la società moderna occidentale, in decadenza religiosa, si sarebbe data una morale laica nella fratellanza socialista con la speranza di non veder completamente infondati i valori nella quale è cresciuta, cioè l'universalismo tipico della visione papista e la morale cristiana, qui ripresa come giusnaturalismo o "diritto naturale" che prende poi posto nei vari codici legislativi europei. 

Vladimir Solovëv, che pure era amico di Dostoevskij, ebbe tutt'altra immagine del Cattolicesimo: entrambi slavofili, approdarono alle due concezioni opposte. Dostoevskij era quello che oggi chiameremmo un anti-ecumenista, mentre Solovëv era un ecumenista convinto, in forma messianica, che l'unione delle Chiese avrebbe condotto la venuta del Regno di Dio sulla terra, attraverso l'autoritarismo cattolico nel quale andava innestata l'Ortodossia. Personaggio dubbioso e controverso, Solovëv divenne cattolico, salvo ritornare ortodosso sul letto di morte: per tutta la vita tentò di conciliare il cattolicesimo coi dogmi ortodossi, credendo che l'universalismo cattolico e la sua indipendenza dal potere nazionale fosse indispensabile per la Chiesa ortodossa, al contrario asserragliata nei settarismi nazionalisti e nell'etnicismo. Secondo Solovëv, la Chiesa Ortodossa aveva perso la sua forza giacché la Chiesa Ortodossa ha reso la preghiera un fatto puramente pietistico, mentre l'Occidente "prega e lavora", glorificando Dio attraverso la missionarietà, la carità sociale e l'azione politica: più che uno slavofilo, come viene creduto, a mio parere faceva più parte della fazione Occidentalista degli intellettuali russi del suo periodo. 

Un altro intellettuale russo di fine Ottocento, D. S. Merezhovskij, comparava il Papato con l'Autocrazia russa ponendoli sullo stesso piano [6]. Difatti, così come il Papato era la coesistenza del ruolo di Cesare (capo di governo) con quello di Sacerdote (potere spirituale), altrettanto lo Zar russo era l'unto di Dio (potere divinizzato) e capo della Chiesa in quanto prescelto a guidare il popolo di Dio dello sterminato Impero russo. Il neo-messianismo degli Slavofili, che aspettavano una sorta di re Davide slavo che avrebbe guidato i popoli slavi alla conquista dell'umanità, andava sviluppando una teologia dell'autocrazia che ammirava il Papismo in quanto esempio vivente di quella realtà. Il fatto che l'eresia avesse colpito l'aspetto spirituale del potere papale non li toccava: non era la loro intenzione indagare la profondità del ruolo fra decadenza sociale e decadenza spirituale, in quanto non li ritenevano collegati fra loro, ma piuttosto, in modo piuttosto calvinista, gli slavofili di questo stampo vedevano nel potere temporale il riflesso del favore divino, anche se il potere temporale andava a discapito della dimensione teantropica stessa. Sarà per questo una pesante sconfitta del pensiero filosofico russo il constatare che la monarchia di Nicola II, un vero santo tra l'altro, quando questa cadrà miserevolmente sotto il braccio armato dei comunisti nel 1917, sia caduta: tutta la teologia politica degli Slavofili sarà annientata in un giorno. 

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FONTI E NOTE

1) K. A. Papmehl, Metropolitan Platon of Moscow, Newtonville: Oriental Research Partners, 1983, p. 85.

2) Alan Palmer, Alexander I, London: Weidenfeld & Nicolson, 1974, p. 333.

3) Leontiev, "Natsional'naia politika kak orudie vsemirnoj revoliutsii" (Politiche nazionali come arma per la rivoluzione mondiale), Vostok, Rossija i Slavianstvo (L'Oriente, la Russia e lo Slavismo), Mosca, 1996, p. 526-29.


4) Cfr. V. Solovev, Il destino della Teocrazia.

5) F. Dostoyevsky, Polnoe Sobranie Sochinenij (Tutte le Opere), Mosca, 1914, vol. I, p. 150.

6) Firsov, Russkaia Tserkov’ nakanune peremen (konets 1890-kh – 1918 g.), Mosca, 2002, pp. 39-40.

VAN DEN BERCKEN WIL, Holy Russia and Christian Europe, London: SCM Press, 1999

RIASANOVSKIJ NIKOLAJ, A History of Russia, Oxford University Press, 2000


MEYENDORFF JOHN, Byzantium and the Rise of Russia, Cambridge University Press, 1981.

SMIRNOV PETR, Istoria Khristianskoj Pravoslavnoj Tserkvi (Storia della Chiesa Cristiana Ortodossa), Mosca: Krutitskoe podvorye, 2000

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