giovedì 27 aprile 2017

Il Cristianesimo, il Relativismo e il Mondo

Un articolo del servo di Dio Giustino Ottazzi che ci illustra il percorso logico che ci conduce lontano dall'idea filosofica relativista e ci permette di comprendere l'unicità del Cristianesimo

Tempo fa lessi un articolo e i relativi commenti, ne salvai qualcuno sul pc e poi mi ispirarono varie considerazioni che riporto qui dopo un’attenta rilettura e alcune modifiche.

Ecco uno dei testi che mi aveva ispirato (non ricordo di chi sia): 

«Senza Dio, non c’è moralità. Anche se parole come “peccato” e “male” vengono usate abitualmente nel descrivere per esempio le molestie su bambini, esse però non dicono nulla in realtà. Non ci sono “peccati” letterali nel mondo perché non c’è Dio letteralmente e, quindi, tutta la sovrastruttura religiosa che dovrebbe includere categorie come peccato e il male. Niente è letteralmente giusto o sbagliato perché non c’è nessuna moralità». Se invece siamo certi che alcune cose devono essere sbagliate oggettivamente e che alcuni giudizi contro o a favore della condotta altrui sono giustificate, allora il relativismo è falso ed è necessario credere ad una legge morale oggettiva e pre-esistente all’uomo”

Aggiungo che in realtà non solo il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, non avrebbero fondamento, ma anche il valore di ciò che si fa, dall'opera artistica a quella sociale passando per ogni genere di attività umana. Un un signore aveva commentato, aggiungendo delle precisazioni interessanti:

“Un ateo potrebbe ancora riconoscere una natura comune a tutti gli esseri umani, natura che “orienta” l’uomo verso determinati beni. Bene allora sarebbe agire in maniera “conforme” a quella natura, una maniera che permetta la piena realizzazione (o almeno il tentativo di realizzarla), diciamo così. Motivo per cui è possibile avere comunque una conoscenza oggettiva (anche se non totale) di ciò che è bene e ciò che è male (del resto c’è un motivo se la legge naturale si dice appunto NATURALE: è possibile conoscerla col solo uso della ragione).Il problema che sorge però è un altro: anche se posso riconoscere oggettivamente il bene e il male, in forza di cosa sarei tenuto a rispettare tale legge, considerato anche il fatto che questa natura comune a tutti gli uomini è (stando al naturalismo) tale per puro caso? (nel senso che avrebbe potuto essere diversa se l’evoluzione -considerata causale- fosse “andata in un altro modo”). 



Adesso il mio pensiero: 

Questa legge naturale, se da essa traiamo dei principi che classifichiamo come bene e male, è comunque un'interpretazione nostra, dunque relativa e non assoluta, che non ha fondamento reale, se non nella nostra soggettività. Non vi è quindi nessuna etica davvero naturale, e ammesso che vi sia (ma non c'è) è soggetta alla nostra comprensione, che varia. E anche compreso, poi va interpretato, e questo non fa che aumentare le variabili. E quindi, qual'è più “giusta” (altro concetto relativo), la mia o la tua interpretazione? E perché proprio la tua, chi sei tu, se non un prodotto della natura tanto quando lo sono io?
Dunque è necessario uscire da questa logica e partire dal presupposto che vi è un principio assoluto. Per semplificare il discorso, parlerò di una parte contenuta in questo, ossia il principio di bene. Se c'è, dev'essere stabilito da una qualche entità. Se questa entità lo stabilisce significa che non è impersonale ma personale. Essendo personale la chiamiamo Dio. Egli può realmente stabilire il principio di bene (ripeto, parlo del bene per semplificare, ma può essere il bello o altro) se è il creatore di tutte le cose. Infatti un creatore ha diritto di impartire a ciò che ha creato le sue leggi. Si può notare come eliminando il concetto di creazione, che implica un creatore, si ritorna al relativismo e quindi alle problematiche evidenziate dai testi che ho riportato. 
Se il creatore, che chiamiamo Dio, ha creato e ha impartito le leggi, necessariamente - almeno nell'ambito della sua creazione (se proprio vogliamo ridurre ai minimi termini) - è onnipotente.
Se esiste il bene, dunque, ed è assoluto, non possono esistere più due beni, sì che uno contraddica l'altro; se a noi ne appare più di uno, sono in realtà complementari, ossia espressione dell'unico bene visto secondo categorie differenti. Se ci fossero più dei, saremmo di nuovo di fronte al relativismo, infatti – detta in modo puerile – a quale degli dei spetterebbe l'assolutismo dei principi? E anche io, uomo, perché dovrei allinearmi a quello di un dio, anziché a quello di un altro, se non addirittura a me stesso ergendomi a dio? E anche se vi fossero più dei, per non venir meno l'assoluto, dovremmo considerare una gerarchia tra dei per cui uno abbia davvero il potere di decretare il principio. E perché ce l'avrebbe? Secondo le considerazioni di prima, solamente se egli fosse creatore degli altri dei. Ma allora gli altri dei non sarebbero davvero tali, ma uno solo sarebbe il Dio. Si potrebbe opporre la problematica del Dio in più persone (Trinità) ma il problema è solo apparente giacché ogni Ipostasi è Dio, uguali fra loro condividendo la medesima essenza divina pur nella distinzione ipostatica. Quindi Dio, in una o più persone non fa differenza a questo punto del discorso, perché fondamentale è che una sia l'essenza divina da cui tutto proviene.
Ora, se esiste Dio, ma non si fosse reso manifesto e non fosse possibile in qualche modo accedere alle sua leggi, a nulla servirebbe per noi sapere che esiste un assoluto, e il discorso sarebbe nullo. Nemmeno potremmo essere puniti o premiati (al di là del fatto che saremmo o non saremmo puniti/premiati, sto solo delineando un quadro) dato che, non conoscendo la legge, non potremmo seguirla. A nulla varrebbe dire che questa legge è comunque presente nei nostri cuori, essendo evidente la difformità delle nostre coscienze. Sarebbe preclusa la possibilità di conoscere la Verità (anche in parte, mica intendo che abbiamo la possibilità di accedervi nella pienezza… o forse sì…?) quindi non avrebbe per noi senso considerare l'assoluto, e ritorneremo per l'ennesima volta nel relativismo. L'unica salvezza (non in senso escatologico, ma dalla morsa del relativismo) è rinnegare anche l'agnosticismo.
Tuttavia, anche una gnosi basata sull'individuo (illuminazione personale o altro) non libera del tutto dal giogo del relativismo. Infatti, se più coscienze potessero accedere all'assoluto, si farebbero carico dei medesimi principi, o di principi certamente simili e complementari. Ma se il percorso, la mia illuminazione, la mia conoscenza, differisce dalla tua, sulla base di cosa una delle due è quella verace? Inoltre una ricerca puramente individuale gonfia l'ego, e di fatto porterebbe all'esatto opposto di ciò che si propone, rimanendo schiacciati da sé stessi. Oltretutto è evidentemente umana, ma nell'accezione più negativa del termine, cioè meramente umana (ma se parliamo di assoluto, come potrebbe essere meramente umana, dato che questa trascende l'uomo e questi ne è soggetto?), ossia: se passa attraverso di me è relativa alla mia esperienza.
Si rende necessario qualcosa che rileghi l'uomo a Dio: la religione. Essa è tale, anche sulla base di tutto il ragionamento fatto, solo se è rivelata.
Se questa rivelazione fosse mediata (intendo solamente mediata) attraverso l'ispirazione di uomini, come per i profeti del Vecchio Testamento, o il profeta dell'Islam, ci si domanderebbe se – in fondo – anche queste ispirazioni non siano semplicemente espressione soggettiva del relativismo umano. Sì, potrebbero essere accompagnate da segni… ci si potrebbe credere, però i segni possono essere anche contrastanti e non arrivare da Dio ma da altro. Certamente si potrebbe parlare di trascendenza, ma il problema ontologico rimarrebbe irrisolto, infatti – come già spiegato - a nulla gioverebbe una trascendenza (ossia la consapevolezza di una trascendenza) se questa non si relazionasse con noi nel determinare un assoluto a cui tendere.
Ecco che allora, in mezzo a varie religioni più o meno rivelate, una sola si è posta come non mediata. Il Cristianesimo. L'unica in cui Dio si è fatto uomo e si è rivelato direttamente: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14) “Dio, nessuno lo ha mai visto: Il Figlio Unigenito, che è Dio, ed è nel seno del Padre, è Lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).
L'unica àncora (filosofica e concettuale sicuramente, e l'ho mostrato, ma anche pragmatica) che ci impedisce di naufragare nel relativismo che rende ogni cosa totalmente priva di senso (con tutte le problematiche poste all'inizio) è il Cristianesimo. Non una qualsiasi religione rivelata, perché tutte le altre, concettualmente, sono tratte in fallo logico senza un Dio che è entrato materialmente nella storia dell'uomo, e anche questo l'ho mostrato.

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