La Chiesa Ortodossa e il suicidio

 La vita si trova in Cristo, nella Sua Santa Chiesa, nei Suoi Misteri, nell'adempimento dei comandamenti di Dio, nella comunione con Lui nella preghiera. La morte consiste nell'essere separati da Cristo e dalla Sua Chiesa, in una certa violazione dei comandamenti, in ogni sorta di peccato.


Il diavolo sta ora mietendo un raccolto abbondante. Secondo l'insegnamento della Chiesa, i non battezzati e gli eterodossi, in quanto non rigenerati dal Santo Battesimo, seguono la morte nella morte eterna; e la stessa sorte toccherà a tutti i cristiani ortodossi battezzati che saranno morti senza pentimento. Una vita vissuta nel peccato, in schiavitù delle passioni, separa l'uomo da Dio ed egli entra in comunione con Satana. Morendo senza pentimento, senza essere riconciliato con Dio, l'anima passa a Satana come una cosa che gli appartiene.

Di tutti i peccati capitali, il suicidio è il più terribile, poiché per ogni altro peccato c'è tempo per pentirsi, e non c'è peccato che il Signore non perdoni a chi si pente sinceramente. Ma il suicidio priva l'uomo del pentimento: nello stesso momento in cui il corpo muore, l'anima si rende incompatibile con un'eternità di beatitudine e si allontana da Dio.

Ma cosa succede se un uomo perde la vita per osservare uno dei comandamenti di Dio, per la salvezza della sua anima? In tal caso si adempiono le parole del Signore: «Chi perderà la sua vita per amor mio, la ritroverà» (Mt 10,39). Un uomo che, per amore del Signore, decide che è meglio morire, non viola il comandamento, ma ritrova veramente la sua anima nell'eternità ed è onorato agli occhi del Signore e della sua Chiesa quando egli compie il martirio. Un simile "suicidio" non separa l'anima da Dio, ma la unisce a Lui per tutta l'eternità. Ciò significa che il punto cruciale sta nell'intenzione, nella disposizione del cuore di un uomo, in nome del quale egli è privato della vita. Se sono gli altri ad ucciderlo e il martire accoglie la passione e la morte per il Signore, non è considerato un suicidio, ma l'accettazione del sacrificio supremo della sua vita per amore di Cristo.

La criminalità del suicidio. invece, risiede nel fatto che un uomo si ribella all'ordine creativo e provvidenziale divino e, a proprio danno, tronca intenzionalmente la propria vita, che non appartiene solo a lui, ma a Dio e al prossimo, e che gli è stata data per perfezionarla e per cercare Dio. Egli ripudia tutte le responsabilità che gravano su di lui e dimostra di non essere chiamato alla vita oltre la morte.

L'apostolo Paolo ci dice che la nostra vita terrena appartiene a Dio: «Nessuno infatti vive per sé stesso, e nessuno muore per sé stesso... Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Romani 14:7-8).

Il suicidio calpesta anche la legge naturale: «Nessuno ha mai odiato la propria carne, ma la nutre e se ne prende cura» (Efesini 5:29).

Si dice che non tutti siano capaci di compiere un passo così audace. Tra i pagani il suicidio è addirittura lodato come un'impresa eroica. Nelle sette dedite alle opere di Satana, coloro che collaborano con lui sono obbligati a togliersi la vita, esprimendo così la loro inimicizia con Dio. Il suicidio non è eroismo, ma codardia; perché chi non desidera portare la propria croce in vita spera in questo modo di sfuggirle.

Ma guai all'anima del suicida! Una volta varcata la soglia della morte, le si rivela come il nemico malvagio l'abbia ingannata; poiché la morte si dimostra non una liberazione, ma l'inizio di vere e infinite sofferenze.

Ogni suicidio è il frutto delle fatiche di reggimenti di demoni oscuri e un grande trionfo per loro. Con l'aiuto di Dio evitiamo le insidie ​​del nemico. Ma cosa accade a coloro che cadono in quelle insidie? È possibile cambiare il loro terribile destino? Noi, amici intimi o parenti, dobbiamo forse pregare per i nostri sfortunati suicidi?

La Chiesa non prega per loro, perché sono morti non riconciliati con essa, alienati da essa. Ma chi chiama suicida la Chiesa? Troviamo la risposta nel Libro dei Canoni dei Santi Apostoli, dei Santi Concili e dei Santi Padri , tra le risposte canoniche del santissimo Timoteo, Vescovo di Alessandria. Domanda 14: «Se qualcuno, avendo perso la ragione, alza la mano contro se stesso o si getta da un'altezza, si deve fare un'offerta per costui o no?» La risposta di San Timoteo:

«A proposito di una persona del genere, il sacerdote deve valutare se [il suicida] possa davvero aver compiuto un gesto simile in stato di incoscienza. Spesso, infatti, coloro che sono vicini a chi si è tolto la vita, desiderando organizzare un'offerta e una preghiera per lui, agiscono ingiustamente e affermano che fosse incapace di intendere e di volere. È possibile che abbia agito in questo modo a causa di qualche offesa umana o, in altri casi, per codardia. Per questo motivo, il sacerdote deve accertare [la verità] con la massima cura, per non incorrere in condanna.»

Ciò significa che, secondo l'insegnamento della Chiesa, solo chi si uccide intenzionalmente è propriamente chiamato suicida, mentre coloro che sono fuori di sé, i malati spirituali, non vengono giustamente considerati suicidi quando la Chiesa prega. In ogni caso, però, il sacerdote deve decidere se la persona si è tolta la vita mentre era malata di mente oppure no; e se giunge alla conclusione che lo sfortunato era malato nell'anima, può offrire preghiere in chiesa per la sua anima e celebrare il divino Sacrificio. Perché su di loro si abbatte la violenza del nemico, proprio come accadde al giovane descritto nel Santo Vangelo, che fu portato al Signore dal padre per essere guarito. Ecco come quel padre descrisse la condizione del figlio: «Signore, ti ho portato mio figlio, che ha lo spirito muto; ovunque lo porti, lo dilania, ed egli schiuma;... e spesso lo getta nel fuoco e nelle acque per distruggerlo» (Mc 9, 18.22).

Ma per quelli di noi i cui parenti si sono ribellati a se stessi, non dovremmo discutere né mettere nulla alla prova, ma dovremmo prima di tutto umiliarci e, da questo stato di umiltà, pregare per loro come ci insegnano i santi padri. Gli anziani di Optina permettevano anche di recitare preghiere per i suicidi nell'ambito della preghiera privata. 

L'anziano Leonid (Leone, nello schema) consolò così il suo discepolo, PT, il cui padre si era tolto la vita: 

«Affida te stesso e il destino di tuo padre alla volontà del Signore, che è onnisciente e onnipotente. Abbi cura, con umiltà, di rafforzarti entro i limiti di un dolore moderato. Prega il Creatore, che è tutto buono, adempiendo così al debito d'amore e al dovere filiale, con lo spirito dei virtuosi e dei saggi, in questo modo: "O Signore, veglia sull'anima perita di mio padre e, se possibile, abbi pietà di lui. I tuoi giudizi sono imperscrutabili. Non considerare questa mia preghiera un peccato, ma sia fatta la tua santa volontà". Prega con semplicità, senza tentare Dio, ponendo il tuo cuore nella mano destra dell'Altissimo. Non era certo volontà di Dio che tuo padre giungesse a una fine così amara, ma ora egli è totalmente sottomesso alla volontà dell'Onnipotente e, anima e corpo, è gettato nella fornace ardente, che umilia ed esalta, uccide e dà vita, fa scendere nell'Ade e ne fa risalire. Inoltre, Egli è così buono, onnipotente e traboccante d'amore, che le buone qualità di tutti i mortali non sono nulla in confronto alla Sua somma bontà. Per questo motivo, non devi affliggerti oltre misura. Tu dici: "Amo mio padre, per questo sono inconsolabile". Ma Dio, incomparabilmente più di te, lo ha amato e lo ama. È dunque necessario che tu affidi il destino eterno di tuo padre alla bontà e alla misericordia di Dio. E se Egli si degna di avere misericordia, chi potrà contraddirlo?»

Anche Sant'Ambrogio di Optina approvava tale preghiera, affermando di conoscere molti casi in cui essa aveva consolato e calmato molte persone, risultando efficace agli occhi del Signore.

La grande asceta e monaca Atanasia, su consiglio della Beata Pelagia Ivanovna di Diveyevo, digiunò e pregò per quaranta giorni per tre volte, recitando "Rallegrati, o Vergine Madre di Dio..." centocinquanta volte al giorno per suo fratello, che si era impiccato in stato di ebbrezza; e ricevette la rivelazione che, grazie alle sue suppliche, suo fratello fu liberato dai tormenti.

In generale, quindi, ogni atto di preghiera compiuto in memoria dei vivi o dei morti è gradito al Signore e reca un certo beneficio, non solo a coloro in memoria dei quali viene compiuto, ma anche a coloro che lo compiono. "Chi fa un'offerta per i morti partecipa alla loro ricompensa, come chi ha a cuore la salvezza del prossimo, così come chi versa un unguento profumato su un altro è il primo a riceverne la fragranza".

L'anziano Nettario, e anche il metropolita Gregorio di Novgorod e Pietrogrado, permisero che si recitassero preghiere per i suicidi nell'ambito di una regola di preghiera privata, ma solo dopo che coloro che pregavano avessero implorato misericordia per timore di offendere il Signore, leggendo il canone di pentimento a nome del defunto, dicendo: "Abbi pietà del tuo servo N." dopo ogni tropario, e poi il canone per i defunti, con lo stico: "abbi pietà del tuo servo N, che si è tolto la vita a causa dell'influenza dei demoni malvagi".

San Gerasimo di Cefalonia, un asceta del XIII secolo, è considerato il santo la cui intercessione aiuta a combattere malattie mentali e problemi neurologici.  San Raffaele Arcangelo è il divino messaggero che protegge i medici e aiuta nella guarigione. Anche i santi Cipriano e Giustina, martiri, combattenti contro la magia e i demoni, sono invocati anche per il soccorso verso problemi psicologici e attacchi psichici. 

Possa il Signore Dio, nella sua misericordia, aver pietà di noi e di tutti, e possa accogliere nella sua luce tutti i suoi figli. 

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