lunedì 29 dicembre 2014

Profezia di San Nilo di Rossano ( X secolo ) sulla nostra epoca


Dopo l'anno 1900, vicino alla metà del ventesimo secolo (1950), le genti di quel tempo diventeranno irriconoscibili. Quando si avvicinerà il tempo per l'Avvento dell'Anticristo, le menti delle genti diventeranno annebbiate dalle passioni carnali ed il disonore ed il vivere senza legge cresceranno più forti. Allora il mondo diventerà irriconoscibile. L'apparenza della gente cambierà e sarà impossibile distinguere gli uomini dalle donne per via della loro mancanza di pudore nel vestire e nello stile della capigliatura. Questa gente sarà crudele e sarà come animali selvaggi a causa delle tentazioni dell'Anticristo. Non ci sarà rispetto né per i genitori, né per le persone più vecchie, l'amore sparirà ed i Pastori Cristiani, i vescovi e i preti diventeranno uomini vani e mancheranno completamente di distinguere la via della mano destra da quella della sinistra. A quel tempo la morale e le tradizioni dei Cristiani e della Chiesa cambieranno. La gente abbandonerà la modestia e regnerà la dissipazione.

La menzogna e l'ingordigia raggiungeranno grandi proporzioni, e guai a coloro che accumuleranno tesori, Lussuria, adulterio, omosessualità, cose segrete e delitto governeranno la società. In quel tempo futuro, la gente sarà privata della Grazia dello Spirito Santo, che ricevettero al Santo Battesimo, ed ugualmente del rimorso, a causa del potere di crimini così grandi e di sì grande permissività. Le Chiese di Dio saranno private di pastori pii e timorosi di Dio, e guai ai Cristiani che rimarranno al mondo in quel tempo, perderanno completamente la loro Fede, perché non avranno l'opportunità di vedere la luce della conoscenza proprio da nessuno. Allora si separeranno dal mondo rifugiandosi in santi rifugi in cerca di alleggerire le loro sofferenze spirituali, ma incontreranno ostacoli e restrizioni dappertutto. Tutto questo risulterà dal fatto che l'Anticristo vuole essere Signore sopra tutto e diventare il governatore di tutto l'universo, e farà miracoli e darà segni fantastici. Egli darà anche una sapienza depravata ad un uomo infelice, cosicché questi scoprirà un modo per cui un uomo può conversare con un altro da una parte all'altra della terra.
A quel tempo gli uomini voleranno come uccelli e discenderanno nel fondo del mare come pesci. Quando avranno raggiunto tutto questo, questa gente infelice passerà la vita fra i comodi, senza sapere, povere anime, che questo è l'inganno dell'Anticristo. E l'empio! completerà così la scienza con la vanità, in modo che andrà sulla giusta strada per guidare le persone a perdere la loro fede nell'esistenza di Dio per mezzo di tre apostasie. Allora Dio, che è tutta Bontà, vedrà la caduta della razza umana ed abbrevierà i giorni per quei pochi che saranno salvati, perché il nemico vuole indurre in tentazione perfino "gli scelti", se è possibile... Allora la spada del castigo apparirà improvvisamente ed ucciderà il pervertitore ed i suoi servi. 

Profezia di San Nilo, monaco di Rossano Calabro, ( 910 d.C. )

Fonte: Biblioteca Sanctorum, Volume IX, pagina 1008

mercoledì 17 dicembre 2014

Il Signore e i suoi predicatori ( San Gregorio Magno )

(Om. 17, 1-3; PL 76, 1139)
Il Signore segue i suoi predicatori
Il nostro Signore e Salvatore, fratelli carissimi, ci ammonisce ora con la parola, ora con i fatti. A dire il vero, anche le sue azioni hanno valore di comando, perché mentre silenziosamente compie qualcosa ci fa conoscere quello che dobbiamo fare. Ecco che egli manda a due a due i discepoli a predicare, perché sono due i precetti della carità: l’amore di Dio, cioè, e l’amore del prossimo. Il Signore manda i discepoli a due a due a predicare per indicarci tacitamente che non deve assolutamente assumersi il compito di predicare chi non ha la carità verso gli altri.
Giustamente poi è detto che «li inviò avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10, 1). Il Signore infatti segue i suoi predicatori, perché la predicazione giunge prima, e solo allora il Signore viene ad abitare nella nostra anima, quando lo hanno preceduto le parole dell’annunzio, attraverso le quali la verità è accolta nella mente. Per questo dice Isaia ai medesimi predicatori: «Preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio» (Is 40, 3). E il salmista dice loro: «Spianate la strada a chi sale sul tramonto» (Sal 67, 5 volg.). Il Signore salì «sul tramonto» che fu la sua morte.
Effettivamente il Signore salì «sul tramonto» in quanto la sua morte gli servì come alto piedistallo per manifestare maggiormente la sua gloria mediante la risurrezione. Salì «sul tramonto» perché risorgendo calpestò la morte che aveva affrontato.
Noi dunque spianiamo la strada a colui che sale «sul tramonto» quando predichiamo alle vostre menti la sua gloria; perché, venendo poi egli stesso, le illumini con la presenza del suo amore.
Ascoltiamo quello che dice nell’inviare i predicatori: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe» (Mt 9, 37-38). Per una grande messe gli operai sono pochi. Di questa scarsità non possiamo parlare senza profonda tristezza, poiché vi sono persone che ascolterebbero la buona parola, ma mancano i predicatori. Ecco, il mondo è pieno di sacerdoti, e tuttavia si trova assai di rado chi lavora nella messe del Signore. Ci siamo assunti l’ufficio sacerdotale, ma non compiamo le opere che l’ufficio comporta.
Perciò riflettete attentamente, fratelli carissimi, sulla parola del Signore: «Pregate il padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe». Pregate voi per noi, perché siamo in grado di operare per voi come si conviene; perché la lingua non resti inattiva dall’esortare, e il nostro silenzio non condanni, presso il giusto giudice, noi, che abbiamo assunto l’ufficio di predicatori.

Il Verbo si fa carne ( S. Ireneo di Lione )

Che il Cristo, che era presso il Padre perché era il Verbo del Padre, abbia dovuto farsi carne, divenire uomo, sottomettersi alla generazione, nascere da una vergine e vivere in mezzo agli uomini, operando in tal modo il Padre di tutte le cose la sua incarnazione, è quanto Isaia dice nei termini seguenti: Pertanto, il Signore stesso ti darà un segno: una Vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele; egli mangerà panna e miele, finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene (Is 7,14-16). Egli ha indicato che sarebbe nato da una vergine, ed ha significato che sarebbe stato autenticamente uomo dicendo che avrebbe mangiato e perché lo chiama «figlio» ed anche perché gli si impone un nome - tutto ciò infatti è consuetudine con i bambini -, e lui ha un doppio nome in lingua ebraica: Messia [cioè] Cristo [o Unto] e Gesú [cioè] Salvatore, e questi due nomi sono i nomi delle diverse azioni compiute quaggiú. Infatti egli ha ricevuto il nome Cristo perché il Padre ha unto ed ornato tutte le cose per mezzo di lui...  Ed ha ricevuto il nome di Salvatore perché è stato causa di salvezza per coloro che, al tempo suo, furono salvati da lui da ogni sorta di malattia e dalla morte in quel momento; e perché, per coloro che in seguito avranno creduto in lui, egli è datore della salvezza futura ed eterna.  Ecco dunque perché è chiamato Salvatore. Quanto al nome Emmanuele, esso si traduce: Dio con noi, oppure, quale espressione augurale formulata dal profeta, con l`equivalente: Dio sia con noi! Secondo questo secondo significato, esso è l`interpretazione e la rivelazione della buona novella, poiché: Ecco - dice -, la Vergine concepirà e partorirà un figlio (Is 7,14) e questi, che è Dio, è destinato ad essere con noi;... e lo stesso profeta dice ancora: Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio, ed è chiamato Consigliere mirabile, Dio potente (Is 9,5).
 Egli lo chiama Consigliere mirabile, sia del Padre, il che è significato dal fatto che è con lui che il Padre ha fatto tutte le cose, come è detto nel primo libro di Mosè che ha per titolo Genesi: E Dio disse: Facciamo l`uomo a nostra immagine e somiglianza (Gen 1,26); e qui, in effetti, il Padre parla del Figlio, Consigliere mirabile del Padre. Ma anche per noi egli è consigliere, ci dà dei consigli - egli parla senza costringere come Dio, pur essendo ugualmente Dio forte (Is 9,6) -, ci dà il consiglio di rinunciare all`ignoranza e di ricevere la gnosi, di distoglierci dall`errore per volgerci alla verità, di ripudiare la corruzione per possedere l`incorruttibilità.  E poi, su quale terra e presso quali uomini egli doveva nascere e manifestarsi, anche questo è stato dichiarato in anticipo. Ed è con termini analoghi che Mosè si esprime nel seguente passo della Genesi: Non sarà tolto lo scettro da Giuda, né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l`obbedienza dei popoli; lava nel vino la veste e nel sangue dell`uva il manto (Gen 49,10-11). Ora Giuda, figlio di Giacobbe, è il capostipite dei Giudei, ed è da lui precisamente che essi hanno ricevuto il loro nome; e in effetti non è mancato un principe tra essi né un capo, fino alla venuta di Cristo; però dopo la sua venuta, sono state tolte le frecce dalla faretra, la terra dei Giudei è stata concessa al dominio dei Romani ed essi non avevano piú principi o re provenienti dalla loro stirpe, poiché era arrivato colui al quale è riservata una regalità nei cieli e che inoltre ha lavato la sua veste nel vino e nel sangue il suo mantello; e la sua veste, come pure il suo mantello son coloro che credono in lui, che egli ha del pari purificati, salvandoci per mezzo del suo sangue, ed è il suo sangue che è detto sangue dell`uva, poiché, cosí come non è un uomo, chiunque egli sia, che può fare il sangue dell`uva, ma è Dio che lo forma per la gioia di coloro che lo bevono, e come del pari, la sua corporeità e il suo sangue non è un uomo che li ha fatti, bensí Dio che li ha fatti, cosí è il Signore stesso che ha dato il segno della Vergine, cioè l`Emmanuele nato dalla Vergine, che precisamente rende gioiosi coloro che lo bevono, cioè coloro che ricevono il suo Spirito, gioia eterna. Ecco perché egli è anche l`attesa delle genti, di coloro che sperano in lui, poiché aspettiamo da lui la ricostituzione del regno.


 (Ireneo di Lione, Epideixis, 53-55.57) 

lunedì 15 dicembre 2014

I primi monaci egiziani ( Storia della Chiesa )

L’Egitto è stato il primo paese in assoluto a veder nascere e fiorire in modo spettacolare il monachesimo, che da qui si è poi irradiato in tutto il mondo, fenomeno dovuto in parte al fatto di sfuggire le persecuzioni, rifugiandosi nel sempre vicino deserto, e in parte a sincere convinzioni e aneliti ad una vita più contemplativa, di preghiera e il più possibile vicino al Signore. Il monachesimo si è sviluppato in Egitto fin dall’inizio del III sec. per la vita eremitica o anacoretica di S. Paolo di Tebe (ca. 228-347) e di S.Antonio del deserto (251-356) e per quella cenobitica di S. Pacomio (ca.286-346), quest’ultimo primo redattore di regole monastiche (cenobitiche) che, tradotte da S. Girolamo, serviranno come base a S.Benedetto. Da ricordare, che alla sua morte, egli aveva già fondato nove conventi maschili e due femminili; la sua opera fu continuata dai discepoli
Teodoro e Orsiesi, i monasteri si moltiplicarono in tutto l’Egitto e intorno al 400 si contavano già oltre 5.000 monaci. Da rammentare anche l’opera di S.Giovanni Cassiano (360-435) che, dopo aver soggiornato in Egitto per circa quindici anni, fondò a Marsiglia due monasteri la cui influenza segnò profondamente il monachesimo occidentale. Si racconta che i primi eremiti scegliessero come dimore delle antiche tombe d’epoca faraonica che disponevano di cellette vicine per i sacerdoti dell’antico culto funerario. Pare che il primo a stabilirsi definitivamente nel deserto orientale sia stato S.Paolo di Tebe che vi si recò all’età di 16 anni e vi rimase fino alla morte. Ma il vero iniziatore o promotore del monachesimo fu S.Antonio, il quale fondò una comunità nel luogo in cui oggi sorge, a 60 km dal Mar Rosso, il monastero che porta il suo nome al di sopra del quale, alle falde del monte Qulzum, vi è la grotta nella quale si ritirò per allontanarsi ancora di più dalle “distrazioni del mondo”. Grazie agli esempi dei Santi citati, in poco tempo sorsero numerosi monasteri soprattutto sulle sponde del Nilo (Hermopolis Magna-Ashmounein, Hierakonpolis-Minya, Crocodilopolis-Fayoum), alcuni sfruttando le tombe faraoniche abbandonate (Lycopolis-Asyut, Panopolis Akhmim). Altri luoghi di ritiro sorsero a Hermonthis-Ermant, Latopolis-Edna, Edfou e Assuan.
Contemporaneamente si formarono alcune comunità anche nello Wadi el-Natroun (Scete), una depressione poco a sud di Alessandria a metà strada tra questa città e Il Cairo. Oggi troviamo qui 4 famosi monasteri: Deir Abou Makar o Monastero di S. Macario, da lui fondato verso il 335-340; Deir Amba Bishoi o di S.Bishoi, da lui fondato verso il 345; Deir es-Souriani o Monastero dei Siriani, fondato nel VI sec. e così denominato dal fatto che fu abitato da monaci siro-ortodossi, che già si trovavano nella regione dal IV sec., fino alla fine del XVII sec. e Deir el- Baramous o dei Romani.
Quest’ultimo è con molta probabilità il più antico dei quattro essendo stato fondato verso il 330 e il suo nome deriva dal fatto che i due figli dell’imperatore d’occidente Valentiniano I - Massimo e Domiziano – si ritirarono a vita ascetica entro le sue mura. Dopo la loro morte, le celle da essi abitate vennero denominate “dei romani” o “Ba-romeos” da cui “el-Baramous”. In questi ultimi 50 anni, dopo i molti “secoli bui”, a partire dall’anno della conquista araba dell’Egitto (641), il monachesimo, come del resto la Chiesa copta in generale, sta rifiorendo sotto l’impulso dato da Abba Teofilo ( 1989), superiore del Monastero dei Siriani, dal Papa S.Cirillo VI (1959-1971) e dall’attuale Papa Shenouda III. Il monachesimo è tornato ad essere una realtà importante dell’Egitto; numerosi monaci, di cui la maggioranza ha terminato gli studi universitari (medici, ingegneri, giuristi, archeologi), vivono principalmente nei monasteri dello Wadi el-Natroun e del Mar Rosso, perpetuando così la tradizione dei padri del deserto, mentre le monache sono concentrate al Cairo. Parallelamente al grande sviluppo monastico, venne fondata, verso il 180, dal vescovo di Alessandria Demetrio, la scuola di catechesi (o Didaskaleion), la prima in assoluto del cristanesimo, dalla quale uscirono alcuni fra i più rinomati teologi e filosofi tra i Padri della Chiesa; ricordiamo qui Panteno (il suo primo rettore), Clemente di Alessandria (discepolo di Panteno), Atenagora, Eracle, Dionigi il Grande ed Origene, ammirato
quale “padre della teologia”. Quest’ultimo (185-253), il cui nome significa letteralmente “nato da Horus”, è ritenuto lo spirito più brillante dell’antichità cristiana; il suo insegnamento mirò ad inserire la Rivelazione cristiana nelle grandi correnti del pensiero dell’epoca per mostrarne la superiorità ed avvicinare ad essa gli intellettuali. Numerosi furono anche coloro che vennero attratti dal Didaskaleion e vi compirono gli studi o vi
insegnarono, come San Basilio il Grande, Gregorio il Taumaturgo, San Giovanni Crisostomo (ca. 347-407), San Gregorio di Nazianzio, San Girolamo e lo storico Rufino. Oltre alla teologia, s’insegnavano fisiologia, medicina, astronomia, musica e lingue.
Da non dimenticare l’invenzione della prima scrittura per ciechi, a caratteri in rilievo, dovuta a Didimo (251-356), cieco dall’età di quattro anni, che fu rettore di detta scuola, e della definizione del sistema per il calcolo della data di Pasqua, stabilito verso il 260, sotto il papato di Dionigi (247-264), dal matematico Anatolio. Questa regola, che fissa la Pasqua alla domenica successiva al plenilunio che segue l’equinozio di primavera, è stata poi ripresa da tutto il mondo cristiano.

tratto da: Cenni Storici sulla Chiesa copto-ortodossa di Alessandria d'Egitto, a cura di Aurelio Balbis 
foto: Monastero di S. Antonio il Grande, in Egitto.

giovedì 11 dicembre 2014

I bambini in Chiesa ( di padre Richard Rene )

Penso che siamo tutti d'accordo sul fatto che Gesù avesse un posto speciale  per i bambini nel Suo cuore. I bambini, ci dice, sono più aperti rispetto alla maggior parte delle persone alla consapevolezza della Presenza, il potere e l'autorità di Dio nell'universo. Egli aggiunge che, se noi adulti vogliamo possedere questa consapevolezza, anche noi dobbiamo prendere una decisione consapevole ediventare come bambini.
Ma che cosa vuol dire "diventare come bambini"? La nostra comprensione convenzionale dei bambini è che mancano i sentimenti  adulti come il cinismo e la stanchezza di spirito. Allo stesso tempo, siamo convinti che i bambini siano la chiave per una certa conoscenza segreta che perdiamo quando invecchiamo. In un certo senso, riteniamo che i bambini sono più saggi degli adulti.
Eppure, stranamente, queste credenze sui bambini non penetrano il nostro approccio al culto comune. Quanto è diffusa l'usanzaa della Domenica mattina per i bambini di essere separati dagli adulti e sequestrati per  una"chiesa dei bambini"? Si cerca di giustificare questa pratica sulla base del fatto che un servizio pensato per i bambini sarà più efficace ministro ai loro "bisogni spirituali" (ugh, come odio quella frase). Inoltre, cerchiamo di essere onesti, i bambini tendono ad essere un po 'dispersivi, con tutto il loro rumore e la loro inquietudine ... La realtà è che abbiamo un doppio standard. Tuttavia abbiamo idealizzato i bambini, si tende a pensare di gravi spiritualità come appartenenti principalmente agli adulti. La vera fede è una questione per gli intellettuali maturi all'età della ragione. Significa lettura delle Scritture e libri teologici, alle prese con prediche impegnative in un'atmosfera di adorazione libera da distrazioni. In un tale sforzo, i bambini (belli come sono) possono essere solo un ostacolo.
Così releghiamo parole di Gesù riguardanti i bambini e il regno di Dio al regno di sentimentale pietà personale; per il Digiuno di Natale o di Pasqua, quando sospiriamo e ricordiamo un periodo in cui la fede era un semplice affare meno complicato; a momenti in cui abbiamo nostalgia osserviamo che i bambini sembrano avere qualcosa che noi adulti abbiamo perso.
Ma andiamo in pausa e riavvolgiamo il nastro un momento. E 'davvero questo ciò che Gesù intendeva quando parlava di bambini? Da un punto di vista scritturale, i bambini sono davvero innocenti (Phi. 2,15), ma la loro innocenza è il risultato della mancanza di saggezza, la comprensione, la conoscenza.  dice San Paolo, "Quand’ero fanciullo, parlavo da fanciullo, pensavo da fanciullo, ragionavo da fanciullo; ma quando son diventato uomo, ho smesso le cose da fanciullo."(1 Cor. 13:11)
Dal punto di vista scritturale, i bambini non hanno più conoscenze rispetto agli adulti; hanno di meno. E questo è fondamentale, perché quando Gesù parla di bambini, è proprio alla loro debolezza e immaturità che Egli si riferisce. Perché solo se noi adulti assumiamo le condizioni del bambino di fragilità e "povertà di spirito", possiamo finalmente dipendere totalmente da Dio e ricevere il dono che ci è promesso.
Come pastore, è la mia esperienza che la chiesa è l'unico posto dove gli adulti possono veramente diventare figli nel senso scritturale. Nella relativa sicurezza di una comunità ecclesiale, le persone spesso abbassano la guardia e scopriamo tutte le loro fragilità e debolezze (almeno inconsciamente). Come i bambini, portano tutto dentro e fuori, senza esclusione di colpi. Questo può essere difficile da trattare, ma è anche un beneficio importante. Dopo tutto, non dovrebbe la Chiesa essere un luogo dove si può finalmente abbandonare le nostre facciate e stare davanti a Dio come veramente siamo: deboli, spaventati, insicuri, bambini nostalgici per l'abbraccio del Padre celeste?
Ecco perché la presenza fisica dei bambini nel bel mezzo della nostra adorazione è così vitale. Quelle piccole persone con la loro distrazione ci ricordano esternamente di ciò che siamo dentro. Se  avete dei dubbi, lasciate che vi chieda: in quelle prediche terribilmente lunghe, hai mai visto un bambino agitarsi nelle vicinanze e pensato: "io so come ti senti?" Avete mai desiderato di rivolgersi a un adulto vicino e chiedere: "Quando finirà?"
Non sto dicendo che dobbiamo "assecondare il bambino dentro." Piuttosto, adorare Dio con i nostri figli ci ricorda che non siamo davvero così diversi l'uno dall'altro. Come adulti, abbiamo imparato a dare compostezza esteriore, ma i nostri pensieri rimbalzano nella nostra mente come in una giungla, non meno che i loro corpi sui pavimenti, pareti e banchi della chiesa. E proprio come i bambini hanno bisogno di amore, guida e disciplina dei loro genitori e degli anziani, noi adulti non abbiamo meno bisogno della misericordia di Dio costante, guida e correzione. 
Noi non siamo meno dipendenti da Lui di quanto i nostri figli siano dipendenti da noi. E per questo possiamo essere grati, perché è la differenza tra il bisogno di Lui o il dichiararsi noi stessi autosufficienti senza di Lui. Come un noto teologo, p Alexander Schmemann, una volta pregò, "Grazie, Signore, per le nostre famiglie: mariti, mogli e soprattutto i bambini, che ci insegnano come festeggiare il tuo santo Nome in gioia, movimento e rumore santo".

Tradotto dall'inglese da: PRAVMIR.
originale: http://www.pravmir.com/children-church/
In foto: padre Ioan parla ai bambini - sito ufficiale della Chiesa dell'Annunciazione (http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:http://annunciationjax.org/gallery-items/fr-john-talks-to-children/ )

Aspettando il Salvatore ( S. Ilario di Poitiers)

Noi aspettiamo il Salvatore (Fil 3,20). In verità, l`attesa dei giusti è letizia, dal momento che essi aspettano la beata speranza e l`avvento della gloria del nostro grande Dio e Salvatore nostro Gesú Cristo (cf. Tt 2,13). Ed ora qual è la mia attesa, dice il giusto, se non il Signore? (Sal 38,8). Poi, rivolto al Signore: «Io so - dice - che non sarò confuso nella mia attesa (cf. Sal 118,116). Infatti, è già presso di te la mia sostanza (cf. Sal 38,8), poiché la nostra natura, assunta da te e offerta per noi, è già stata glorificata nella tua personaQuesto ci dà la speranza che ogni carne verrà a te (cf. Sal 64,3), e che le membra seguiranno il loro capo affinché nulla manchi all`olocausto». E perciò con fiducia ancora piú totale - perché con coscienza piú tranquilla - che si può aspettare il Signore quando si è avuta la grazia di poter dire: «Il poco di sostanza che possedevo, Signore, è presso di te, poiché donandoti i miei beni o disprezzandoli per te, io ho accumulato un tesoro nei cieli. Ai tuoi piedi, ho deposto ogni mio bene, perché ti so capace non solo di custodire (cf. 2Tm 1,12) il mio deposito, ma altresí di restituirmelo centuplicato e di aggiungervi la vita eterna». Poveri di spirito, siate felici di esservi accumulati, secondo il consiglio del Consigliere mirabile, dei tesori in cielo (cf. Mt 6,20), per paura che se i vostri tesori restassero sulla terra, i vostri cuori non avessero a conoscere, al pari di loro, la corruzione! Dice infatti il Signore: Là dove è il tuo tesoro, lí sarà anche il tuo cuore (Mt 6,21). I vostri cuori seguano, dunque, i loro tesori! Fissate in alto il vostro pensiero, e la vostra attesa sia sospesa a Dio, perché possiate dire come dice l`Apostolo: La nostra conversazione è nei cieli, ed è di là che noi aspettiamo il Salvatore (Fil 3,20). O attesa delle genti! Non saranno delusi tutti coloro che ti aspettano (cf. Sal 24,3). Ti hanno atteso i nostri padri; tutti i giusti, dall`origine del mondo, hanno sperato in te e non sono stati confusi (cf. Sal 21,6). Già, allorché fu ricevuta la tua misericordia nel cuore del tuo tempio (cf. Sal 47,1), cori gioiosi fecero sentire le loro lodi e cantarono: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore! (Sal 117,26; Mt 21,9). Io ho atteso senza stancarmi il Signore, ed egli ha rivolto verso me il suo sguardo» (cf. Sal 39,2). Poi, riconoscendo nell`umiltà della carne la maestà divina, dissero: «Ecco, è il nostro Dio! Noi l`abbiamo atteso; egli ci salverà! E` lui il Signore; noi l`abbiamo atteso con pazienza, esulteremo e ci rallegreremo nella sua salvezza!» (cf. Is 25,9).
 Ma la Chiesa, che negli antichi giusti attese il primo avvento, attende del pari il secondo nei giusti della Nuova Alleanza. E come era certa di veder saldato con il primo il prezzo della redenzione, cosí è sicura che il secondo le apporterà il frutto della remunerazione. Sospesa da questa attesa e da questa speranza al di sopra delle cose della terra, essa aspira con gioia pari all`ardore ai beni eterni. Mentre altri si affannano a cercare quaggiú la loro felicità e, senza attendere che si adempia il disegno del Signore, si precipitano per accaparrare il bottino che loro offre il mondo, l`uomo beato che ha posto la sua speranza nel Signore e che non ha fissato il suo sguardo sulle vanità e sulle ingannevoli follie (cf. Sal 39,5) si tiene alla larga dalle loro strade, cosí come si evitano le immondizie (cf. Sap 2,16), poiché egli sa che è meglio essere umiliato con il mite piuttosto che condividere le spoglie con i superbi (cf. Pr 16,19). E parlando a se stesso, si consola con queste parole: «Mia eredità è il Signore, ha detto la mia anima; ecco perché io l`aspetterò. Il Signore è buono verso coloro che sperano in lui, per l`anima che lo cerca. E` bene aspettare nel silenzio la salvezza di Dio (cf. Lam 3,24-26). Signore, l`anima mia, in verità, viene meno nell`attesa della tua salvezza, ma io sovrabbondo di speranza nella tua parola (cf. Sal 118,80)».
 Certamente, come sta scritto, una speranza differita affligge l`anima (Pr 13,12). Però, benché stanca di veder ritardato il compiersi del suo desiderio, essa resta in piena fiducia, a causa della promessa. Sperando in Dio e persino sovrabbondando di speranza, aggiungerò speranza a speranza, cosí come si aggiunge senza posa tribolazione a tribolazione, periodo a periodo. Sono certo infatti che egli alla fine apparirà e non ci ingannerà. Ecco perché, anche se si fa aspettare, io l`aspetterò, poiché verrà senza alcun dubbio e non tarderà (cf. Ab 2,3) oltre un tempo determinato e opportuno. Ma qual è il tempo opportuno? Quello in cui sarà completo il numero dei nostri fratelli (cf. Ap 6,11) ; quello in cui sarà esaurito il tempo della misericordia concesso per la penitenza.


  (Ilario di Poitiers, Sermo I in Adv., 1s.)

martedì 9 dicembre 2014

La storia del monaco chiaroveggente

Si racconta che un monaco pregasse sempre Dio di rendergli il male celato in ogni uomo che avrebbe incontrato, per essere così in grado di venirgli in aiuto. Dio esaudì la preghiera, ma questo dono era superiore alle sue forze: perchè egli vedeva sì il male, ma a causa della sua immaturità spirituale lo riempiva di orrore, ne provava disgusto e così finì per allontanarsi dalla gente. Un giorno venne un uomo che chiese di essere ricevuto dallo starec del monastero in cui questo giovane monaco viveva.
Il giovane, potendo vedere quanto questo postulante fosse marcio interiormente e depravato, lo cacciò via, dicendogli "come osa uno come te presentarsi allo starec?". Più tardi, il saggio anziano domandò al giovane monaco: "non è forse venuto un tale per vedermi?" "sì, ma l'ho cacciato via." rispose il monaco. Lo starec lo guardò e gli disse: "non hai riflettuto che forse era la sua ultima possibilità ( di salvezza)?" Il giovane monaco allora supplicò lo starec di pregare Dio perché togliesse a lui quel dono di chiaroveggenza. Ma l'anziano rispose: "no, Dio non riprende mai ciò che ha donato. Ma gli chiederò che d'ora innanzi, quando vedi il male in un uomo, tu ne faccia esperienza personale, come se quel male tu lo avessi compiuto tu, perché sia lui che tu siete membra dello stesso corpo dell'Umanità." 
Si racconta che questo giovane monaco, nel corso delle sue peregrinazioni, fosse giunto dinnanzi ad una casa nella quale chiese di essere alloggiato. Non chiedeva nè letto nè cibo, ma solo di poter eseguire le sue pratiche devozionali. Il padrone di casa rimase sorpreso quando il suo ospite, dopo essersi rintanato in un angoletto, si mise a pregare, e tese l'orecchio. Costui era un uomo molto malvagio e carico di numerosi peccati; d'un tratto, piangente e dolorante, il monaco prese a chiedere perdono a Dio per tutti i peccati compiuti dal padrone di casa, enumerandoli esaurientemente e dettagliatamente, e mentre si rendeva conto di quale peccatore fosse, per mezzo di quel giusto che pregava, la sua condotta lo colmò di orrore e cominciò a pentirsi e a piangere. Quando il giovane monaco ebbe terminato la sua orazione, l'uomo malvagio era guarito.

Da: "Ritornare a Dio" del Metropolita Anthony Bloom

lunedì 8 dicembre 2014

La nascita della Chiesa Autocefala Polacca ( Storia della Chiesa )

La nascita del cristianesimo polacco è da ricercarsi nella spinta missionaria franco-tedesca, la quale, come abbiamo già avuto modo di intravedere, conduceva una sorta di guerra fredda contro l'Impero d'Oriente, il quale a sua volta spingeva i missionari a nord per conquistare culturalmente ( e poi militarmente ) i barbari di confine. La lotta culturale andava ormai avanti dalla fine del IX secolo, quando dalla Boemia partirono i missionari franco-boemi: non si sa nulla di queste spedizioni. Sappiamo solo che quando il condottiero boemo Boleslav I sposò sua figlia Dobrava al capo-tribù Miezko nel 966, quest'ultimo accettò il Battesimo cristiano. Sempre di quest'anno è la chiesa polacca più antica pervenutaci, a Griezno, una piccola cappella in pietra si pensa per l'utilizzo della famiglia regnante. Dobrava, come ogni pia regina cristianizzatrice, condusse con sé un nugolo di preti e libri cristiani. Gli storici si sono domandati a lungo sul perché il capo Miezko, il quale governava a suo modo sulle tribù polacche, abbia scelto la cristianità latina piuttosto che quella orientale. Siamo a conoscenza, ad esempio, di una missione fallita da parte dei circoli culturali bizantini nel 961. Si presume che l'idea di inserirsi nel mondo
latinofono lo allettasse maggiormente per essere poi riconosciuto come Sovrano e incoronato dal vescovo, designandosi come Signore indipendente; situazione politica che sotto l'Impero d'Oriente non avrebbe mai ottenuto, tuttalpiù sarebbe rimasto un debole staterello satellite. Miezko aveva un progetto politico ben delineato, difatti ebbe numerosi problemi a creare il primo vescovato polacco a Poznan, perché tutte le zone di missione latine erano comandate dal vescovo di Maugburg ( Germania )  mentre Miezko voleva subito una realtà autocefala; dovette attendere il pontefice Giovanni XIII il quale riconobbe Poznan come Arcivescovato "in terra di missione straordinaria" creando così una sorta di diocesi stavropighiale, direttamente referente al papa senza alcun intermediario. Nel 992, Miezko attuò la "Donazione della Polonia" alla Santa Sede, bloccando definitivamente ogni pretesa di Maugburg sul suolo diocesano polacco. Nell'anno 1'000 un secondo vescovo fu intronizzato a Griezno sotto il successore di Miezko, Boleslaw "il Coraggioso". Politicamente la Polonia dovette difendersi dalla politica imperialista di Otto III, Imperatore Tedesco, il quale portava avanti l'idea della Restauratio Imperii romani con una politica di creazione di regni satelliti al potere franco-tedesco ( un po' come accadeva in Oriente sotto i bizantini). Il primo vescovo di Griezno fu Gaudenzio, fratellastro di Sant'Adalberto primo vescovo di Praga. Boleslaw il Coraggioso ebbe il merito politico di far diventare la Polonia una sclavinia, ossia un regno barbaro-cristiano riconosciuto politicamente come Regno indipendente, ma Boleslaw era frustrato: non gli fu concesso da nessuno il titolo di Re, ma solo quello di Cesare; questa soluzione politica premette anche culturalmente sulla nascita di una chiesa autocefala polacca; furono edificate chiese e si proseguì nella cristianizzazione del nord del Paese, nel quale le tribù pagane imperversavano con raid ( nota la loro rivolta-incursione del 983). Con una grandiosa processione Gaudenzio traslò parte delle reliquie del fratello fino a Poznan, nella cui cattedrale costruita per l'occasione furono riposte con una cerimonia solenne. Il Cesare Boleslaw ottenne la corona come Re di Polonia solamente nel 1025, ma morì poco dopo e la lotta di successione rovinò il paese; la Polonia perse tutti i territori guadagnati sotto la reggenza del Coraggioso e fu invasa essa stessa.  Nel 1039 i Boemi saccheggiarono brutalmente Griezno. Anche culturalmente si ebbe una involuzione: rivolte pagane portarono alla morte numerosi sacerdoti. Sempre nel 1039 Kazimiro salì al trono e riportò l'ordine in Polonia. La Chiesa Autocefala polacca fu totalmente riorganizzata. Cracovia, la nuova capitale, si innalzò a Metropolia col suo nuovo Arcivescovo, Aaron di Cologne : la nuova cattedrale fu edificata con quello stile popolare in Renania. Monaci e sacerdoti stranieri furono invitati in Polonia, molti fra loro venivano dalla Lorena. Kazimiro ripristinò il regno cristiano dopo questa parentesi barbara e si prodigò per la restaurazione delle chiese e la diffusione dei libri di culto. Nonostante l'impegno di Kazimiro, alla sua morte nel 1059, la Polonia non era ancora completamente cristiana, e ci sarebbero voluti secoli perché la popolazione rurale abbandonasse definitivamente le vecchie usanze pagane.

in foto: la tomba di Re Kazimiro il Cristianizzatore, Cattedrale di San Venceslavo ( XI secolo, Chiesa-Madre di Cracovia) 

bibliografia:
Padre Andrew Louth - "Greek East and Latin West: the Church 681-1071"

lunedì 1 dicembre 2014

Le decorazioni natalizie sono un male? certo che no - riflessioni di un clerical chic

Eccoci ancora una volta con la rubrica del Clericalismo in salsa rosa, stavolta per il tema dei regali, dei cenoni apocalittici coi parenti e le palline glitterate degli alberi di Natale.
In che misura noi ortodossi ci dobbiamo far toccare da queste cose?
Innanzi tutto, dobbiamo riflettere sul fatto che tutte queste usanze sono degenerazioni di simboli cristiani molto antichi, o perlomeno plurisecolari. Il fatto che la non-civiltà dei consumi li abbia rovinati miseramente, non ci deve far dimenticare da dove vengono. Analizziamone alcuni.

La Ghirlanda. Quando arriviamo davanti ad un portone di casa, solitamente ci accoglie la pacioccosa ghirlanda di pungitopo con le bacche rosse. Prima di essere il simbolo dei bacetti degli innamorati - abbiamo visto un Papa e un Patriarca, recentemente, baciarsi sotto il vischio - la Ghirlanda era innanzitutto il simbolo della corona di spine del Cristo, e anche il giogo dei peccati umani che Lui si addossò per distruggerli; il colore rosso delle bacche ci ricorda il martirio dei primi cristiani, "frutti" come le bacche della predicazione degli Apostoli. La Tradizione della Ghirlanda nasce nella Chiesa Anglo-sassone ed era legata anche al culto di Santa Lucia, per la cui festa le ragazze indossavano in tutto il mondo nordico corone di pungitopo cui erano infisse delle candele accese.

Albero. L'Albero di Natale è sovente collegato alla tradizione pre-cristica dei pagani norreni i quali veneravano in particolari alberi, abeti e querce, il dio Wotan, ossia Odino. In realtà, credo ben più semplicemente che i cristiani nordici lo abbiano adottato ricordando il ben noto "Albero della Vita", epiteto di Cristo. 


I Regalini. Il merchandising ha indelebilmente deciso che i regali e l'albero sono una accoppiata ormai

inseparabile; in realtà, le cose anticamente non andavano così. La tradizione di fare regali in questo periodo dell'anno ( Avvento, non tanto Natale) è invece di provenienza greca, per il giorno però di San Nicola di Myra ( 6 dicembre ), per via della sua nota agiografia circa la sua provvidenza nei riguardi di un suo amico. La storia, brevemente, è questa: San Nicola aveva un amico il quale era così povero che meditava di mandare le proprie figlie a prostituirsi. Nicola, sapendo ciò, senza dire nulla al suo amico, depositava in segreto ogni notte una somma di denaro sulla finestra di casa dell'amico, in modo che potesse sostentare la famiglia senza mandare nessuno a peccare.
La tradizione dei regali per San Nicola era molto diffusa anche in Olanda, per il grande influsso che pure là San Nicola aveva ( sic ) nella religiosità locale. Quando gli olandesi emigrarono in America portarono seco, oltre alla riforma luterana, anche quel poco folklore antico loro rimasto, e così si diffuse il Santa (Ni)Klaus che poi la CocaCola ha deciso di far diventare il monello pacioccone amante delle bibite gassate.
Insomma, cari amici ortodossi, un regalino per San Nicola si può fare, ma anche a Natale non guasta ormai: è sempre bello dimostrare l'affetto che si nutre per i propri cari ( aprite i portafogli, genovesi che non siete altro). In foto, un poco ( molto ) noto Santa Klaus.

Il presepio. Inventato da Francesco d'Assisi nel 1200, ormai il Presepe è per noi italiani una attività familiare e anche un simbolo culturale. Statuofobie a parte, i nostri confratelli russi hanno una lunga tradizione in fatto di presepi fin dal 1600. Facciamolo anche noi non per latrìa, ma perchè è carino e coccoloso!

Le mangiate. La mangiata, ormai assurta a riunione del parentado, era in realtà la rottura del digiuno d'Avvento, quindi un "pasto clericale", nel suo senso buono di ekklesìa, di comunità di amici-confratelli che si ritrovavano tutti in parrocchia ( altro che nonni rompiballe: anche i nonni degli altri!). Non c'è niente di male nel condividere un lauto pasto in compagnia dopo la Liturgia di Mezzanotte. E sì, amici vetero-calendaristi, voi siete ancora in digiuno e vi tocca guardare.

Ecco, ora che abbiamo finito le principali note del nostro periodo liturgico viste con occhio clerical, vi lascio agli articoli di fede. Ricordate sempre, in medio stat virtus






Essere degni del Signore ( San Cesario di Arles )

Se un re di questo mondo o un padre di famiglia ti invitasse alla festa del suo natalizio, quali abiti indosseresti se non quelli nuovi, eleganti, splendidi, di cui né la vecchiezza, né lo scarso valore, né altra cosa brutta potesse offendere la vista di colui che ti invita? Perciò con tale cura, per quanto ti è possibile, con l`aiuto di Cristo fa` in modo che la tua anima, composta dei diversi ornamenti delle virtù, adornata dalle gemme della semplicità e dai fiori della temperanza, alla solennità dell`eterno Re, cioè al natale del Signore Salvatore, si prepari con coscienza sicura, bella per castità, splendida per carità, candida per elemosine. Infatti Cristo Signore, se vedrà che tu cosí ben preparato celebri il suo natale, si degnerà di venire non solo a visitare la tua anima, ma anche a riposare e ad abitarvi per sempre, cosí come sta scritto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò (2Cor 6,16); e ancora: Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20). Felice quell`anima che con l`aiuto di Dio desidera guidare la propria vita, cosí da essere degna di ricevere Cristo come ospite e di diventare sua dimora; al contrario come è infelice quella coscienza, degna di essere compianta a calde lacrime, la quale si macchiò di cattive opere, si oscurò del buio dell`avarizia, arse di iracondia, si lordò di continua lussuria, fu distrutta dalla tirannide della superbia, cosí che in essa non Cristo riposerà, ma il diavolo vi stabilirà il suo dominio! Tale anima, infatti, se non ricorrerà subito al rimedio della penitenza, perderà la luce, si coprirà di tenebre; si svuoterà di dolcezza, sarà colmata di amarezza; verrà invasa dalla morte, privata della vita. Tuttavia chi è nel peccato non disperi della bontà del Signore, non si tormenti in una mortale disperazione, ma piuttosto faccia subito penitenza, e finché le ferite dei suoi peccati sono aperte e sanguinanti, le curi con medicine salutari: poiché il nostro medico è onnipotente ed è cosí abituato a curare le nostre piaghe che non fa rimanere traccia di cicatrici... Coloro che sanno di essere restii a fare elemosina, facili all`ira, pronti a darsi alla lussuria, con l`aiuto del Signore si affrettino a rigettare ciò che è male, perché possano essere degni di raggiungere ciò che è bene; e quando verrà il giorno del giudizio, non siano puniti con gli empi e i peccatori, ma siano degni di ottenere il premio eterno insieme con i giusti e i misericordiosi: con la grazia di Nostro Signore Gesú Cristo cui spettano l`onore e la gloria nei secoli dei secoli. Amen. 

di San Cesario di Arles, Vescovo ortodosso-gallicano, Sermone 187, 3.5
immagine: << San Lorenzo Diacono consegna le elemosine >> del Beato Angelico 

venerdì 28 novembre 2014

Purificarsi per Cristo - San Massimo, Vescovo di Torino

(...) Perciò, molti giorni prima purifichiamo i nostri cuori, la nostra coscienza, il nostro spirito e cosí mondi e senza macchia prepariamoci a ricevere l`immacolato Signore che viene, e come egli nacque dalla Vergine immacolata, cosí siano i servi immacolati a celebrare il suo natale! Infatti chiunque quel giorno è sporco e contaminato non si preoccupa del natale di Cristo, né ha desiderio di lui. Partecipi pure corporalmente alla festa del Signore, ma spiritualmente è ben lontano dal Salvatore; né possono stare insieme l`immondo e il santo, l`avaro e il misericordioso, l`uomo corrotto e l`uomo puro, se non quando reca offese mostrandosi tanto piú indegno quanto meno ha conoscenza di sé. Infatti mentre vuol essere cortese, arreca ingiuria, come quegli che, come si legge nel Vangelo (cf. Mt 22,11-13), invitato al banchetto dei santi osò venire alle nozze senza l`abito nuziale, e mentre gli altri risplendevano di giustizia, fede e castità, lui solo con la coscienza sporca veniva disprezzato da tutti gli altri per l`orrore che suscitava; e quanto piú splendeva la santità dei convitati beati, tanto piú si rivelava l`impudenza dei suoi peccati. Egli forse avrebbe potuto arrecare minor dispiacere, se non avesse affatto preso parte al convito dei giusti. Perciò fu legato mani e piedi e gettato fuori nelle tenebre, perché non solo era peccatore, ma perché come peccatore si arrogava il merito della santità.  Dunque, fratelli, noi che siamo in attesa del natale del Signore, ripuliamoci da ogni residuo di colpa! Colmiamo i suoi tesori di doni diversi, perché nel giorno santo si possa accogliere i forestieri, ristorare le vedove, vestire i poveri! Infatti che cosa succederebbe, se in una stessa casa dei servi dello stesso padrone uno vestisse orgoglioso abiti di seta, un altro fosse coperto di stracci; uno fosse rimpinzato di cibo, un altro patisse fame e freddo; quegli fosse tormentato da indigestione per le gozzoviglie del giorno prima, questi invece non riuscisse a placare la fame del giorno prima? Oppure quale sarebbe il valore della nostra preghiera? Chiediamo di essere liberati dal nemico (cf. Mt 6,13) noi che non siamo liberali verso i fratelli. Imitiamo nostro Signore! Se infatti egli vuole che i poveri siano insieme con noi partecipi della grazia celeste, perché non dovrebbero essere con noi partecipi dei beni terreni? E non siano privi di nutrimento quelli che sono fratelli nei sacramenti, se non altro per meglio difendere per mezzo loro la nostra causa davanti a Dio, cosí che noi li manteniamo a nostre spese ed essi rendano grazie a lui. Quanto piú poi il povero benedice il Signore, tanto piú gioverà a chi gli fa benedire il Signore. E come sta scritto: Guai all`uomo per il quale viene bestemmiato il nome del Signore (cf. Gc 2,7), cosí sta scritto: Pace all`uomo per il quale è benedetto il nome del Signore e Salvatore. Ma qual è il merito di colui che dona? Egli fa sí che pur essendo solo ad agire nella casa, la Chiesa attraverso molti possa pregare il Signore, e anche se forse non osa chiedere alla divinità, grazie alle preghiere dei piú che chiedono ripetutamente, riceve anche quello che non sperava. Per questo, ricordando il nostro aiuto, il beato apostolo dice: Affinché siano rese grazie per noi da parte di molti (2Cor 1,11); e ancora: Perché la vostra divenga una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo (cf. Rm 15,16). 

lunedì 24 novembre 2014

La Divina Pedagogia ( Eusebio di Cesarea )

Perché mai nel tempo antico la sua predicazione non fu come è ora, universale e destinata a tutti gli uomini e a tutte le genti? Eccone una chiara risposta. Gli antichi erano incapaci di comprendere la dottrina di Cristo, culmine di saggezza e virtù.  Il primo uomo, subito da principio, dopo il periodo di felicità primordiale, violò il divino comando e precipitò in questa esistenza mortale e caduca, mentre mutava le celesti delizie di prima con l`abitazione su questa terra maledetta. E i suoi discendenti, cosí, tutta la popolarono, e, fatte poche eccezioni, si dimostrarono ancora peggiori del capostipite, abbandonandosi a costumi bestiali e a vita disordinata...
 E` allora che la Sapienza, primogenita figlia, opera primogenita di Dio, il Verbo stesso [a tutto] preesistente, in un impeto di incontenibile amore per l`umanità, si manifesta a quegli esseri inferiori: talvolta servendosi d`apparizioni angeliche, talaltra apparendo di persona quale Potenza di Dio salvatrice, e mostrandosi all`uno o all`altro degli uomini dell`antichità, amici di Dio, sotto forma umana: altra forma non sarebbe stata adatta allo scopo. 
 Questi privilegi gettarono la semente della [vera] religione nella massa degli uomini. Di essa, tutta la nazione discesa dagli antichi Ebrei, divenne sulla terra l`ereditiera devota; ma il popolo era ancora sviato dagli antichi costumi, e Iddio, mediante il profeta Mosè, gli diede le figure, i simboli d`un sabato misterioso, l`istituzione della circoncisione e di altri precetti spirituali, ma non l`intelligenza chiara di tali misteri.  La legge giudaica ebbe risonanza; la sua notizia si diffuse nell`umanità come profumo di soave odore, e ne derivò che la maggior parte delle genti, per opera dei legislatori e dei filosofi, mansuefatta la loro barbarie selvaggia e feroce, addolcirono i propri costumi; e ne nacque una pace profonda, un`amicizia piena di mutue relazioni. E` il momento: e a tutti gli altri uomini, a tutti i popoli della terra già preparati e disposti a ricevere la cognizione del Padre, ecco che il Maestro delle virtù, il Ministro del Padre nella distribuzione d`ogni bene, il Verbo divino e celeste, al principio dell`impero di Roma, apparve per mezzo di un uomo per nulla diverso dalla nostra natura quanto all`essenza del corpo; e fece e patí quello che avevano vaticinato i Profeti. Essi avevano predetto che sarebbe venuto in terra un Uomo-Dio facitore di azioni mirabili e che sarebbe stato per i popoli il Maestro della religione del Padre; avevano preannunziato il prodigio della sua nascita, la novità della sua dottrina, la meraviglia delle opere sue, eppoi la morte che avrebbe subita e la sua risurrezione e il suo divino ritorno ne` cieli.
 Il profeta Daniele, illuminato dallo Spirito Santo, vide il regno finale di lui, e, adattandosi alla capacità del nostro umano intelletto, ne descrisse la divina visione: Io guardai fino a quando furono alzati dei troni, e l`Antico dei giorni vi si assise; le sue vesti erano come neve e i capelli della sua testa come lana lavata; il trono di lui fiamme di fuoco: le sue ruote erano vivo fuoco: scorreva davanti a lui fiume di fuoco. I suoi ministri erano migliaia di migliaia e i suoi assistenti diecimila miliardi. Si stabilí il giudizio e i libri furono aperti (Dn 7,9-10).
 E piú in là: Io stavo dunque guardando, quand`ecco, con le nubi del cielo, venire come figlio dell`uomo; ed ei si avanzò sino all`Antico dei giorni e si presentò al cospetto di lui: a lui fu data potestà, onore e regno, e tutti i popoli, tribú e lingue lo serviranno: la potestà di lui è potestà eterna che non gli sarà tolta, e il regno di lui sarà incorruttibile (Dn 7,13-14).
 E` chiaro che tutto ciò non si può riferire se non al nostro Salvatore, al Dio Verbo ch`era in principio presso Dio (cf. Gv 1,1), e che, per l`Incarnazione avvenuta nei tempi novissimi, si dice anche Figlio dell`uomo.



 (Eusebio di Cesarea, Hist. eccles., I, 2, 17 s., 21-26)

venerdì 21 novembre 2014

La Missione presso gli Slavi di Cirillo e Metodio( Storia della Chiesa)

Premessa 
Il generale rinnovamento nelle chiese romana e costantinopolitana, unito al desiderio di espansione degli imperatori di riferimento, sono le principali cause dell'espansione della Cristianità dal IX all'XI secolo.
Da una parte, abbiamo una Roma collusa col potere franco, legittimato dall'incoronazione di Carlo Magno avvenuta la notte di Natale dell'800 da parte di Leone III pontefice. Dall'altro lato, abbiamo un Patriarcato Ecumenico fortemente legato gli umori del monarca del momento, che si prende il diritto di deporre o innalzare dal trono vescovile chi meglio lo aggradi. In entrambi i casi, dunque, abbiamo una Chiesa fortemente legata al potere laico di riferimento.


La Missione quindi assume un'ottica di conquista culturale, prima ancora che religiosa in senso stretto, in un'epoca che prefigura la successiva divisione piuttosto grezza e inesatta tra "Greci" e "Latini", che avrà conseguenze pesantissime su tutta la Cristianità. Da un lato, il Papato assurge a definitivo rappresentante della civiltà nata dalle ceneri della latinità sposata con la cultura germanica, in questa unione sempre meno netta e sempre più omogenea fino a diventare la Civiltà Medievale; dall'altro lato, abbiamo un Impero  d'Oriente che difende l'ellenismo e una cultura sostanzialmente diversa da quella latina, sebbene l'Imperatore si dica Romano. Mentre il Papato diffonde la lingua latina e la cultura occidentale nelle missioni slave ( Polacchi, Cecoslovacchi, Boemi...) il Patriarcato di Costantinopoli fin da subito comprende che per conquistare culturalmente gli Slavi, è necessario fondare una "ortodossia slava". Questa sarà la carta vincente che legherà il nascente stato bulgaro, la Rus' e i Balcani al mondo greco, per sempre.

Cirillo e Metodio erano due fratelli, figli di un alto funzionario di Salonicco. Dopo alcuni viaggi, iniziarono a trascrivere il Vangelo e i servizi liturgici in alfabeto Glagolitico, che poi evolverà in Slavonico. San Cirillo era essenzialmente un uomo di cultura, un Filosofo, e uno dei pupilli del santo Patriarca Fozio; suo fratello Metodio era un politico, affine alle arti del Diritto. Nel 850 circa si mossero verso la regione occupata dai Khazari, poi passarono per la Crimea, ove ritrovarono i resti mortali di San Clemente, Papa di Roma, mandato là a finire i suoi giorni ad metalla, ossia nelle miniere, dall'Imperatore di allora. Nel corso degli anni 850, Metodio divenne abate del Monastero del Monte Olimpo.  La lingua che scelsero era il dialetto bulgaro parlato a Salonicco, all'epoca una delle lingue veicolari dei popoli slavi. L'occasione fu provvidenziale, poiché il Re Ratislav di Moravia richiese al Patriarcato proprio in quel momento dei dotti per la Missione cristiana nel suo paese: correva l'anno 862.Cirillo e Metodio furono dunque inviati come rappresentanti ufficiali del Patriarca a guidare e migliorare la presenza cristiana nella regione. Ratislav era mosso, in parte, da una preoccupazione politica. I vicini Ungheresi, legandosi alla cristianità latina, si erano fatti amici i potenti Franchi, che avanzavano pretese un po' ovunque; Ratislav sperava che assumendo il cristianesimo nella sua forma bizantina, si sarebbe poi potuto alleare con l'Impero Romano d'Oriente e contrastare così le supposte mire dei nipoti di Carlo Magno. Nell'anno 867 Cirillo, Metodio e i loro discepoli si mossero alla volta di Roma per ottenere la benedizione a continuare la loro opera di evangelizzazione. Non è assolutamente chiaro il perché questi missionari si siano rivolti al Papa piuttosto che al Patriarca Ecumenico, come pare più naturale vista la regione. Taluni pensano che volessero passare per Venezia e studiarne i riti frammisti; altri, più plausibilmente, dicono che essi abbiano risposto ad un invito del Papa il quale voleva benedire la loro opera in Moravia; qualunque sia la ragione, i missionari moravi passarono prima per Venezia e poi giunsero nella Città Eterna. Alle porte dell'Urbe, il Papa Adriano II venne loro incontro in pompa magna, recando con sè accoliti con le candele accese, bandiere da processione, turiferari e un grande seguito di chierici. La ragione era molto semplice: Cirillo e Metodio avevano portato le reliquie di San Clemente Papa a casa. Vennero ricevuti con tutti gli onori. San Metodio fu fatto prete, come alcuni suoi discepoli, e nominato Vescovo della Pannonia e Apocrisario ( rappresentante ) del Papa in quelle regioni. Cirillo si ammalò in quel soggiorno romano, e morì. Prima di raggiungere i Cieli, si fece tonsurare monaco col nome che tutti conosciamo ( da laico, difatti, si chiamava Costantino). Metodio promise al fratello morente di continuare la missione in Moravia e ripartì poco dopo i funerali di Cirillo. Il Papa benedì l'uso della lingua slavonica per le terre morave, ma i missionari franchi disturbavano il lavoro di San Metodio e portavano avanti la teoria del Latino come unica lingua liturgica ammissibile. Fu imprigionato nel 870 dai missionari franchi, i quali erano mossi dall'impronta politica dell'Impero Carolingio il quale, volendo apparire l'Impero Romano restaurato, proponeva l'uniformità dei culti e delle lingue, su modello romano. 
I franchi fecero arrestare Metodio con l'accusa di aver scavalcato il vero titolare della missione slava, il vescovo di Saltzburg. San Metodio fu comunque rilasciato e potè proseguire la sua missione non più come vescovo-missionario, ma come Arcivescovo titolare della Pannonia: Svatopluk, nuovo Re di Moravia, incoraggiò la sua attività missionaria anche fuori dal suo regno nel periodo che va dal 874 all' 885, anno della morte di Metodio. La vicenda dei successori di Metodio, Naum e Clemente, suoi discepoli, è drammatica. Incoraggiati da Svatopluk a continuare la missione, furono disturbati da Stefano V, nuovo pontefice, che voleva la latinizzazione di quelle terre; arrestati e condotti a Venezia per ordine del papa, essi furono venduti ai Giudei e finirono chissà dove; Clemente fu poi ritrovato a Costantinopoli e liberato. Ma ormai la missione slava aveva preso corpo, e sarebbe evoluta nelle future e luminose chiese della Rutenia, della Boemia, della Slovacchia, e della Rus'. 

FONTI:
Padre Andrew Louth, Greek East and Latin West: The Church 861-1071 ( St. Vladimir Seminary Press)
Arciprete Mìlan Radulòvic, The Slavic Mission, in Outlines of 20th Century History, (Derkens edizioni)

Testo tradotto e riadattato nelle sue parti dal blogger.



mercoledì 19 novembre 2014

Brevissima teologia dell'Icona

In primis, avventurandomi in un ambito che conosco poco, chiedo ai gentili lettori che, qualora ravvisino errori di forma o di sostanza, di avvertirmi e correggermi.

La diffusione dell'immagine sacra lo si deve, nei primi secoli, non tanto al devozionismo quanto all'azione pedagogica dell'immagine. San Nilo scrisse a Olimpiodoro, Prefetto di Costantinopoli, il quale voleva erigere una Basilica intitolata ai Santi Martiri, suggerendogli di abbellirla con le immagini dei santi affinché i poveri potessero apprendere le loro gesta. ( Patrologia Greca, 93).

San Gregorio Magno (+604) nelle sue Lettere chiarisce meglio il compito dell'immagine sacra spedendo una missiva a Severo Vescovo di Marsiglia il quale stava distruggendo le immagini che i suoi preti dipingevano nelle chiese della sua giurisdizione.( Patrologia Latina, 77): 
<< proibendo di adorare le immagini, meriti un elogio; distruggendole, un rimprovero. Una cosa è l'adorazione dell'immagine, un'altra l'apprendimento di chi è degno d'essere venerato attraverso di essa.>> 
Nel pensiero di san Gregorio, l'immagine sacra è quindi un "evangelizzatore silente", una predicazione muta per i cristiani e per i pagani  che si avvicinano al mondo della Chiesa. 

Gregorio II Papa ( +731) proclama di diffondere il Vangelo con la parola, con lo scritto e coi colori ( Mansi, 13,46) , intendendo ovviamente di usare le immagini.
Il concilio di Trullano ( 692) promuove definitivamente l'immagine, avversata inizialmente perfino da alcuni teologi e scrittori cristiani, al rango di pedagogia d'eccellenza. ( canone 82).

Il Concilio di Nicea II convocato nel 797 proprio per porre fine alla controversia sulla liceità del culto delle immagini sacre, proclama quanto segue ( COD. 136):

Le venerande e sante immagini, sia dipinte, che in mosaico, che in qualsiasi altro materiale adatto, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, sulle sacre suppellettili e sui santi paramenti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie: siano esse l'immagine del Signore Iddio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quelle della purissima Madre di Dio, dei santi angeli, e di tutti i santi e giusti. Infatti quanto più queste immagini frequentemente vengono contemplate, più i contemplatori sono portati al ricordo e al desiderio dei modelli originali e a tributare loro, baciandole, rispetto e venerazione. Non si tratta, invero, di latrìa ( adorazione) riservata per fede solamente alla Divina Natura, ma di un culto simile a quello che riserviamo alla Santa Croce, agli Evangeli e agli altri oggetti di culto, e difatti offriamo per essi incenso e lumi come gli antichi padri ci hanno insegnato. L'onore reso all'immagine in realtà appartiene a colui che vi è rappresentato e chi venera l'immagine venera invero colui che vi è riprodotto.






lunedì 17 novembre 2014

La "Nuova Identità" Russa - Discorso del Patriarca Kirill

Il meeting "Riunione del Mondo Russo", nel quale Kirill ha espresso quanto segue, è avvenuto il giorno 11 Novembre 2014, a Mosca
fonte e traduzione del discorso del Patriarca dall'articolo di PRAVMIR:
 http://www.pravmir.com/patriarch-kirill-suggests-new-formula-russian-identity/


L'Agenzia di informazione RIA ha riportato che il Primate della Chiesa Ortodossa Russa, Sua Santità il Patriarca Kirill, crede che la Russia moderna richiede una << grande sintesi >> dei suoi periodi storici, la quale può essere descritta con la formula "fede, giustizia, solidarietà, onore, e uno status di grande potere". Al contrario di un imperialismo selvatico e anarchico, occorrerebbe, " Ortodossia, Monarchia e Comunitarismo". 



<<Dovremmo prendere tutto ciò che è veramente importante e prezioso dalle varie epoche storiche. Abbiamo bisogno di una grande sintesi degli ideali della primigenia Rus'. delle realizzazioni culturali e governative dell'Impero Russo, obiettivi sociali di solidarietà e sforzi collettivi per i grandi impegni comuni, che hanno determinato la vita della nostra società per la maggior parte del secolo XX, e anche le eque aspirazioni dei residenti in Russia nell'Era post-sovietica. Questa sintesi supera la dicotomia Destra-Sinistra di gran lunga. Questa sintesi può raccogliersi nella formula "fede, giustizia, solidarietà, onore, e lo stato di grande potenza">> - ha osservato il Patriarca Kirill. Il Primate ha sottolineato che << Qualora il Governo si poggiasse su tali basi, esso rappresenterebbe pienamente gli ideali espressi nei comandamenti biblici, i quali sono la premessa di base della vera moralità, propriamente o meno.>>

Oltretutto, Sua Santità ha anche denunciato coloro che si impegnano a dividere e soppesare i vari periodi storici, ha difatti affermato: << Oggi si sente spesso qualche voce che ci spinge ad accettare un periodo della nostra storia come un certo modello, ma per poi denigrare, sminuire e criticare altre epoche in ogni modo. Difatti, la descrizione del passato russo necessita di un quadro colorato, uno schema in bianco e nero è del tutto insufficiente.>> Il Primate della Chiesa Russa inoltre ha espresso la sua opinione circa questi storici, le cui semplificazioni possono solamente... << creare un quadro storico dismesso e travisato, che si rompe in pezzi diversi, come uno specchio rotto.>> 
(...)
<< Nonostante tutti i mutamenti e le rivoluzioni e le controrivoluzioni, la Russia ha conservato tutta la base della Civiltà in ogni momento storico. Molte cose sono cambiate, compresi i modelli, i titoli dei governanti, le abitudini e le classi dominanti, ma la società russa e i russi si sono mantenuti nella loro identità nazionale. L'Amore per la Patria, il senso di fraternità e del dovere, la volontà di dare la propria vita per i propri amici, queste sono state le caratteristiche tanto di Borodino, quando di Campo Kolikovo o di Stalingrado.>>

Il Patriarca ha concluso il suo intervento al Meeting con queste parole: << In particolare grazie a loro ( i guerrieri di cui sopra, ndt), il popolo russo è riuscito a proteggere se stesso, la sua indipendenza, la libertà e gli altri grandi valori.>>

COMMENTO DEL BLOGGER

Invero, questa è la prima volta che mi separo dalla linea di pensiero del Patriarca Kirill. La Chiesa di Cristo non può e non deve essere "politica". Qualora la Chiesa operi in una società cristiana, allora essa vive nella società, non nella politica di questa società. Proclamare come desiderabile l'imperialismo è, a mio avviso, fuorviante e oltretutto è un chiaro sintomo di cesaropapismo, dottrina che mi risulta stomachevole e inadatta a qualsiasi forma genuina di spiritualità: la Chiesa non può essere succube di alcun potere laico, e nemmeno può lasciarsi plasmare da esso o adagiarsi su di esso. Le chiese locali che nei secoli hanno lottato per rimanere diverse e giustamente indipendenti nella loro forma ( artistica, culturale, linguistica, liturgica) meritano di essere qui ricordate. Gli errori del Cesaropapismo produssero lo Scisma di Roma: Roma Antica e Roma Nuova, difatti, sono due versioni del medesimo errore. Il Papa si proclamò Re, il Patriarca costantinopolitano si abbassò a essere lo sgabello del proprio monarca. 
Credo che questo discorso, che sicuramente ha un sentore panslavista e imperiale, sia un buco nell'acqua del magistero kirilliano, finora splendente per i suoi discorsi molto importanti sul digiuno, la penitenza e la società ispirata all'Ortodossia, discorsi che ho sempre letto e consiglio sempre di leggere per la loro portata attuale.
Ma questo preciso discorso no, non mi piace. 

mercoledì 12 novembre 2014

Cristo nell'Uomo - di S. Justin Popovic

Se non c‟è il Cristo nell‟uomo, questi è nulla, un cadavere, un non essere. Se non c‟è nell‟universo, quest‟ultimo è un cadavere, è il nulla, è il non essere. Il Cristo è l‟essere assoluto e l‟unità assoluta. Egli riempie di sé tutto e tutto unisce; senza di lui tutto è vuoto, abbandonato e slegato. Se si ritira dall‟uomo, dal sole, dall‟universo, dall‟ape, tutto precipita nel caos, nel non essere, nel nulla, nella morte. Egli solo con il suo corpo divino-umano, la Chiesa, unisce tutti e tutto, riempie tutto e tutti e tutti in tutti i mondi [32]. Da lui continuamente promana un‟energia che tutto riempie, che tutto unisce, un‟energia divina e piena di grazia, che tutti e tutto riempie ed unisce con il Logos. Se l‟uomo diventa membro del corpo divino-umano del Cristo, egli si riempie del senso dell‟essere assoluto, dell‟unità assoluta; per lui non c‟è più la morte, ma dappertutto una pienezza assoluta propria della Buona Notizia: l‟immortalità e l‟eternità. In questa ricchezza ci introduce il Battesimo, con il quale diventeremo membri del vivo corpo della Chiesa. In essa scompaiono tutte le differenze, poiché il Cristo è “tutto in tutto”. “Quanti vi siete battezzati nel Cristo, vi siete rivestiti del Cristo. In lui non c‟è né Ebreo né Greco, né servo né padrone, né maschio né femmina, poiché tutti siete una sola cosa nel Cristo Gesù”[33]. “Il Cristo sia per voi tutto ed ogni cosa, valore e stirpe ed in tutti voi sia lui. Poiché tutti siete divenuti un solo Cristo, poiché siete il suo corpo”[34]. “Tutto ed in tutto il Cristo”, poiché tutti siamo un solo corpo, che ha per capo il Cristo. Perciò giustamente il Cristo è per noi tutto ed ogni cosa: Salvatore, Signore, Dio, Capo, Sommo Sacerdote e Vittima.
(...)
La fede nel Signore Gesù Cristo e la sua conoscenza rappresentano un'unità sostanziale e indistruttibile. Questi due elementi costituiscono un'unità nella Chiesa. E come tali esse sono date dal Santo Spirito in cambio dell‟umiltà delle nostre opere ed in primo luogo per l‟umiltà della mente. “L'unità nella fede” consiste nel non differire riguardo ai dogmi, mentre “l'unità nella conoscenza del Figlio di Dio” significa non differire nel concetto che si ha di Lui. “L'unità nella fede” si riferisce a quando tutti avremo una stessa fede, cioè quando tutti intenderemo nello stesso modo questo vincolo. E fino allora dovremo affaticarci, se abbiamo ottenuto il dono di edificare (oikodomein) gli altri… l'unità nella fede vuol dire che tutti abbiamo una sola fede, non differendo nei dogmi e non dissentendo tra noi nella vita. Vera è l'unità nella fede e nella conoscenza del Figlio di Dio quando professiamo i dogmi nell'Ortodossia e viviamo nell'amore. Infatti Cristo è Amore.

Scritti di S. Justin Popovic, "Macchia Albanese".

Note
32] Cfr. Efesini 1, 20-23; Colossesi 1, 16-20; 3, 15.
[33] Galati 3, 27-28.
[34] San Giovanni Crisostomo, Hom. VIII, 2.

lunedì 3 novembre 2014

Roma dopo la "Crisi Foziana" ( Storia della Chiesa)

Tratto da: "Il Primato di Roma per l'Oriente Ortodosso del primo millennio" del prof. Enrico Morini. 


Immagine: l'antica Basilica di S. Pietro prima della sua distruzione per sostituirla con l'attuale.

La "crisi foziana" ci testimonia l'iniziale coesistenza di posizioni minimaliste e massimaliste in ordine al ruolo di Roma nella Pentarchia. Nelle due sinodi costantinopolitane dell'869-70 e del 879-80, esse continuano ad integrarsi vicendevolmente in una dinamica che non segue necessariamente i "partiti" ecclesiastici, ma divide trasversalmente gli schieramenti. Si potrebbe anzi aggiungere che al concilio dell'879-80 - come hanno intravvisto sia il cattolico Peri sia l’ortodosso Pheidas - le due sensibilità ecclesiologiche furono in grado di raggiungere un precario equilibrio, anche se la ratifica conciliare di una sostanziale diarchia tra le sedi delle due Rome avrebbe segnato inesorabilmente la fine della Pentarchia anche nella sua dimensione virtuale. Nell'assise dell'869-70 il patrikios Baanes, rappresentante imperiale al concilio, ripropone fedelmente la dottrina sull'origine divina della Pentarchia ed applica a tutti e cinque i patriarchi la qualifica di "capo della Chiesa" (altrimenti riservata al papa), nonché la promessa di indefettibilità della Chiesa contenuta nel loghion mattaico, interpretandola nel senso che alcuni resteranno comunque fedeli alla fede ortodossa (tre o almeno due su cinque). 
Ravvisa anche la possibilità che la retta fede sopravviva in uno soltanto, ma evita significativamente di precisare che questo sarebbe comunque quello romano, "città di rifugio" dell'ortodossia perseguitata, come avevano teorizzato i teologi iconofili. Per converso il patriarca Ignazio - nella sua lettera scritta al papa
Nicola I nell'868 e letta alla terza sessione del concilio - enfatizzava proprio quest'ultimo aspetto, coniando per il papa di Roma una nuova metafora, quella di medico («unum et singularem praecellentem atque catholicissimum medicum») per il corpo divino-umano di Cristo, che è la Chiesa, in preda alla febbre dell'eresia ed al disordine canonico-disciplinare.
 Al concilio, riunitosi esattamente dieci anni dopo, si trovano a confronto non già due ecclesiologie costantinopolitane, rispettivamente minimalista e massimalista per quanto riguarda il primato romano, bensì quella più gelosa delle prerogative patriarcali, ora propria dell'ambiente foziano, e l'ecclesiologia romana, esposta però dai legati papali in termini comparativamente misurati. Il successo di questo concilio d'unione è probabilmente dovuto all'incontro di due diverse forme di moderatismo. L'approccio moderato di Fozio al problema del primato romano è stato individuato da Frantisek Dvornik attraverso l'analisi delle modifiche apportate - o meglio, non apportate - dalla cancelleria patriarcale alle lettere papali arrivate in oriente, al momento della loro traduzione in greco. Tale indagine, anche se condotta per via indiretta - in quanto considera non già ciò che il patriarca dice, bensì ciò che lascia dire al papa - consente di pervenire a conclusioni significative. Mentre infatti vengono puntualmente espunte le censure papali nei confronti di Fozio, non altrettanto avviene per l'enfasi posta dal papa, nella lettera all'imperatore, sulle prerogative della propria sede. Quella di essere "a capo di tutte le Chiese" viene sì trasferita, nell'adattamento foziano, dal papa a Pietro, ma nondimeno è conservata la rivendicazione, per il trono apostolico romano, del potere petrino di legare e sciogliere, nonché l'universalità dell'estensione del suo diritto d'intervento, «fin dove può senza incorrere nel biasimo e nella condanna», in tutte le Chiese.
La lettura sostanzialmente minimalista del primato romano, affermatasi nella pars Orientis dopo la vittoria di Fozio, emerge piuttosto dalla reazione negativa dei primi metropoliti del trono ecumenico all’affermazione dei legati che la Chiesa della Nuova Roma era stata pacificata dall’intervento dell'Antica. Anche in questo contraddittorio si percepisce tuttavia come i legati romani, rivendicando il primato della propria sede in termini inaspettatamente "pentarchici", abbiano ripreso, in questo scorcio finale della fase da me definita della "pentarchia virtuale", la prospettiva ecclesiologica tipicamente orientale al tempo della "pentarchia reale". Questo revival pentarchico comporta una ripresa, anche da parte dei legati romani, di un linguaggio arcaico, testimoniato dall’espressione papa ecumenico, già caratteristico del sentire pentarchico dell'oriente pre iconoclastico e del tutto inconsueto su labbra occidentali. La "restaurazione pentarchica" formalmente promossa da questo concilio è tuttavia espressione di un modello di Chiesa sostanzialmente incompatibile con i presupposti teorici e le modalità pratiche di questa istituzione. 

La pentarchia delineata dal concilio dell'879-80 si regge infatti sul principio dell'isotimia, cioè della parità nelle prerogative, tra la due Rome, almeno come linea di tendenza in via teorica e come dato di fatto nel concreto della dinamica ecclesiale. Fozio non esita a definire il papa, nell'accogliere i legati romani, suo "padre spirituale", secondo una terminologia ancora una volta pentarchica e riservata protocollarmente al rapporto tra il rappresentante della regalità (l'imperatore) ed il vertice del sacerdozio (il papa), ma nondimeno viene acclamato dai suoi vescovi, con l'esplicito assenso dei legati romani, «sorvegliante del mondo intero, a immagine del Cristo, arcipastore», con la sorprendente appropriazione di attributi imperiali.
Questa tendenza all'isotimia tra Roma e Costantinopoli ha la sua più autorevole ratifica nel primo canone promulgato da questo concilio che prescrive il reciproco riconoscimento, da parte dei titolari delle due Rome, delle misure canonico-disciplinari da essi deliberate nei confronti di chierici e laici della propria giurisdizione, dovunque si trovino. I legati di Roma, in una dichiarazione fatta nel corso della quinta sessione dal cardinale Pietro, affermano che il papa Giovanni VIII ha conferito il potere di legare e di sciogliere, ereditato dall'apostolo Pietro, al patriarca Fozio.
Proprio uno dei principali convincimenti a cui siamo pervenuti nella nostra analisi è che, sia nella prassi sia nella teoria pentarchica, le prerogative anche più esclusive della sede romana prendono le mosse da un potere condiviso. Ciò viene esemplarmente espresso, quasi ai limiti del paradosso, nella già ricordata locuzione dell'imperatore Costantino IV, contenuta nella sua lettera al papa del  dicembre 681, dove la posizione rispetto a Roma dei restanti patriarchi è definita, con un'unica formula, come quella di consedenti insieme alla maestà papale e, nel contempo, di sedenti dopo di essa. La compresenza delle due particelle, insieme e dopo, oggettivamente in contraddizione, fornisce a questa relazione una coloritura per così dire "antinomica", precisabile con difficoltà già in via teorica e pertanto ancora di più nel concreto della dinamica dei rapporti ecclesiali. Nel contempo, nella Chiesa "imperiale" si registra una prolungata continuità, dagli imperatori Giustiniano e Foca, a Costante II ed a Giustiniano II, nel riconoscimento alla sede romana della prerogativa di "capo di tutte le Chiese".
La valenza "filo-romana" di questa definizione, costantemente ribadita, viene oggettivamente ridimensionata non solo dalla sua stretta correlazione con la qualifica papale - assai più pentarchica - di "capo del sacerdozio", ma soprattutto dal fatto che la fondazione petrina della Chiesa di Roma non è che uno dei
fattori determinanti la sua posizione particolare nell'ambito della Pentarchia. Tale prerogativa pare infatti in sinergia, quando non apertamente sostituita, con altri fattori, come la normativa canonica, nonché la motivazione, tipicamente giustinianea, che, come Roma è patria legum, allo stesso titolo essa è anche fons
sacerdotii. A sua volta il carattere normativo della fede di Roma - scoperto nel pieno della crisi iconoclastica - non è mai isolabile dalla struttura pentarchica della Chiesa: come ogni patriarca non è isolabile dal corpo episcopale della sua giurisdizione - e ne esprime il punto di vista collettivo normalmente in sede
conciliare - così Roma non è isolabile dagli altri quattro patriarchi, ed anche in questo caso dà voce all'intero collegio pentarchico.