giovedì 17 agosto 2017

Dove si trovano Enoch ed Elia?

Nella Sacra Bibbia leggiamo che i beati profeti Enoch ed Elia non sono morti, ma hanno subìto un destino piuttosto singolare, oseremmo dire unico: sono stati tratti nei Cieli e non hanno assaggiato la morte. Si desume chiaramente dai passi biblici che riguardano la loro fine:

Ed Enoch camminò con Dio, e poi disparve, poiché Iddio lo prese. [Genesi, 5:24] e anche: Enoch piacque a Dio, e fu rapito [Siracide, 44:16].

Mentre camminavano conversando [Eliseo ed Elia], ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. [4Re 2:10]


Icona dei santi profeti Enoch ed Elia

Ma non si capisce bene se essi siano in un luogo oppure se hanno cambiato stato di esistenza. La Chiesa Ortodossa insegna che i beati Enoch ed Elia vivono una specialissima condizione accordata loro dalla Provvidenza e dimorano nell'Eden, aspettando la fine dei tempi per compiere la loro ultima missione in accordo coi loro carismi. Il profeta Enoch tornerà per condurre le nazioni al pentimento, insegnando la vera Fede alla maggior parte del mondo, mentre Elia tornerà per istruire gli ebrei sulla verità suprema e sul Cristo. Nell'Apocalisse (cfr. Apocalisse, 11) ci sono Due Testimoni della gloria divina che, "vestiti di sacco", profetizzeranno: alcuni Padri della Chiesa li interpretano come Enoch ed Elia. 

San Giovanni Battista è detto "lo spirito di Elia" in base al Vangelo di Matteo (Mt 11:14). In che senso? 

Come spiega bene lo stesso Vangelo, Giovanni il Precursore agisce come un novello Elia, preparando la strada a Gesù Cristo, secondo un carisma missionario specifico, che la Bibbia non esita a paragonare allo zelo di Elia. San Gabriele Arcangelo parla di Giovanni a suo padre Zaccaria, dicendo: Ed andrà davanti a lui nello spirito e potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti, per preparare al Signore un popolo ben disposto.  [Luca 1:17]

Questo non significa che Elia non tornerà fisicamente nel futuro, o che Giovanni Battista era "posseduto" da Elia. Questo è assolutamente fuori questione. San Giovanni Crisostomo, nella sua Omelia quarta sulla seconda lettera ai Tessalonicesi,  espone chiaramente il concetto che san Giovanni ha agito in vita come avrebbe agito Elia, e in questo senso "possiede il suo spirito". San Giovanni Crisostomo, sempre nella stessa omelia, dice che così come san Giovanni Battista fu precursore di Cristo, così Elia tornerà dopo l'Apocalisse ad annunciare la gloria del Regno. Anche sant'Agostino d'Ippona, nella Città di Dio (Libro XX, cap. 29) espone i medesimi concetti. 

Secondo una tradizione diffusa principalmente a Creta, anche san Giovanni Evangelista avrebbe guadagnato la vita nell'Eden, asceso al Cielo direttamente senza passare per la morte, in virtù delle parole di Cristo: Se voglio che rimanga finché io venga, che t'importa? [Giovanni 21:20-24]. 


Ascensione di Giovanni Evangelista, Giotto (Chiesa della Santa Croce, Firenze).

Omelia per la Trasfigurazione (san Beda il Venerabile)

San Beda il Venerabile (+735), monaco e sacerdote anglosassone, commentatore della Sacra Scrittura, ci ha lasciato una bella omelia per la festa della Trasfigurazione (6/19 agosto)

Apparvero Mosè ed Elia nella loro maestà e parlavano della sua dipartita che si sarebbe realizzata a Gerusalemme. Perciò Mosè ed Elia che sul monte parlarono col Signore della sua passione e risurrezione significano le predizioni della Legge e dei profeti che si sono realizzate nel Signore, come ora è evidente a ogni persona dotta e ancora più evidente risulterà in futuro a tutti gli eletti. E giustamente Luca dice che quelli apparvero nella loro maestà, poiché allora si vedrà più apertamente con quanto decoro di verità siano stati proferiti i discorsi divini, non solo quanto al senso ma anche quanto alla forma. In Mosé ed Elia si possono anche comprendere tutti quelli che regneranno col Signore ... Concorda anche il fatto che essi parlavano della dipartita di Gesù, che si sarebbe realizzata a Gerusalemme, perché unica materia di lode per i fedeli diventa la passione del Redentore, e quanto più essi tengono a mente che non si possono salvare senza la sua grazia, tanto più forte conservano sempre in petto la memoria di questa grazia e l’attestano con devota confessione.
Ma quanto più ciascuno di noi gusta la dolcezza della vita celeste, tanto più prova disgusto di tutto ciò che di terreno ci dilettava: perciò giustamente Pietro, vista la maestà del Signore e dei suoi santi, dimentica subito tutto ciò che di terreno aveva appreso, e gode di aderire per sempre alla sola realtà che vede, dicendo: Signore è bene che noi stiamo qui; se vuoi innalziamo qui tre tende, una per te, una per Mosè, e una per Elia

Certo Pietro non sapeva quello che diceva quando nel mezzo della conversazione celeste pensò di fare delle tende. Infatti non sarà necessaria alcuna casa nella gloria della vita celeste, dove nella completa pace, nella luce della contemplazione celeste non resterà da temere alcuna avversità, come testimonia l’apostolo Giovanni che descrivendo lo splendore di questa città superna, dice tra l’altro: Non ho visto tempio in essa perché sono tempio il Signore onnipotente e l’Agnello (Ap 21, 22). 
Ma Pietro ben sapeva che cosa diceva quando disse: Signore, è bene che noi stiamo qui, perché in realtà per l’uomo il solo bene è entrare nel gaudio del Signore e stargli vicino contemplandolo in eterno. Perciò a ragione riteniamo che non abbia goduto mai di un vero bene chi, a causa della sua colpa, non ha mai potuto contemplare il volto del suo Creatore. Che se Pietro, contemplata l’umanità glorificata di Cristo, è preso da tanta gioia da non voler più essere distolto da tale visione, quale beatitudine pensiamo, fratelli carissimi, che abbiano raggiunto coloro che hanno meritato di contemplare l’eccellenza della sua divinità? E se quello considerò sommo bene contemplarne l’aspetto trasfigurato sul monte insieme soltanto con Mosè ed Elia, quale parola può spiegare, quale concetto comprendere quale sarà la gioia dei giusti quando si avvicineranno al monte Sion, alla città del Dio vivente, Gerusalemme, e alla moltitudine degli angeli (cfr. Eb 12, 22), e quando contempleranno Dio, creatore di questa città non attraverso uno specchio, per enigma, ma a faccia a faccia (1 Cor 13, 12)? Di questa visione proprio Pietro parla ai fedeli a proposito del Signore: Nel quale ora credete pur non vedendolo; e quando lo vedrete esulterete di letizia inenarrabile e glorificata (1 Pt 1, 8)


Il mosaico della Trasfigurazione al monastero di Santa Caterina sul Sinai (VI secolo)

Segue: Mentre egli ancora parlava ecco una nube lucente li adombrò, ed ecco dalla nube una voce che disse: "Questo è il Figlio mio diletto nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo". Poiché chiedevano di innalzare le tende, vengono ammoniti dalla copertura della nube splendente che non sono necessarie case nella dimora celeste, dove il Signore protegge tutto con l’ombra eterna della sua luce. Colui infatti che per quaranta anni stese una nube a loro protezione perché il sole o la luna non scottassero né di giorno né di notte il popolo che marciava nel deserto, quanto più protegge nei secoli col velo delle sue ali quelli che dimorano nelle tende del regno celeste? Sappiamo infatti, per insegnamento dell’apostolo che se la nostra casa in cui abitiamo sulla terra viene distrutta, noi abbiamo un altro edificio che è opera di Dio, una dimora eterna, che non è stata costruita dalla mano dell’uomo e che si trova in cielo.

Poiché desideravano contemplare il volto risplendente del Figlio dell’uomo, venne il Padre ad affermare con la sua voce che quello era il suo Figlio diletto nel quale si era compiaciuto, perché dalla gloria della sua umanità, che vedevano, imparassero a sospirare di contemplare la presenza della divinità, che è uguale a quella del Padre. Ciò poi che la voce del Padre dice del Figlio: Nel quale mi sono compiaciuto, lo attesta altrove anche il Figlio: Colui che mi ha mandato è con me e non mi lascerà solo, perché io faccio sempre quello che gli è gradito (Gv 8, 29). E aggiungendo ascoltatelo, il Padre ha manifestato che quello era proprio colui del quale Mosè parlava al popolo al quale aveva dato la legge: Il vostro Dio vi susciterà un profeta dai vostri fratelli, che ascolterete come me stesso, secondo tutto quanto vi avrà detto (Dt 18, 15). Non vieta infatti di ascoltare Mosè ed Elia, cioè la Legge e le profezie, ma fa capire a tutti costoro che si deve preferire l’ascolto del Figlio che è venuto ad adempiere la Legge e i Profeti, e comanda di anteporre la luce della verità del Vangelo a tutti i simboli e all’oscurità dell’Antico Testamento. Con provvidenziale disposizione viene rafforzata la fede dei discepoli perché non vacilli, a causa della crocifissione del Signore, perché nell’imminenza della croce si dimostra come la sua umanità sarebbe stata sublimata dalla luce celeste in virtù della risurrezione; e la voce del Padre attesta che il Figlio è per divinità coeterno a lui, perché al sopraggiungere dell’ora della passione quelli si dolessero meno della sua morte, ricordando che era sempre stato glorificato da Dio Padre nella divinità colui che, subito dopo la morte, sarebbe stato glorificato nell’umanità. 

Ma i discepoli che, in quanto carnali, erano ancora di debole consistenza, udita la voce di Dio, per timore caddero faccia a terra. Il Signore perciò, autorevole maestro in tutto, li consola parlando loro e toccandoli li fa alzare.

------------------------------------------------------------------------------
Il testo è tratto dall’Omelia I, 24 passim

mercoledì 16 agosto 2017

Chiaro e scuro nell'Iconografia ortodossa

Nel simbolismo della Chiesa Ortodossa, come si legge bene dalla stessa Scrittura, Dio  è luminoso e illuminante, mentre l'assenza di Dio e la malvagità sono sempre oscuri: questi tratti sono stati trasposti sull'iconografia e si può dire che siano la regola dell'arte iconografica. 

Nelle icone, infatti, i demoni, l'Inferno, l'Ade, le tombe sono figurate come luoghi scuri, colorati con colori forti e sfumature di nero. Cristo, la Madre di Dio, i santi e gli angeli sono dipinti con colori tenui o di bianco, a simboleggiare la purezza delle loro esistenze. Dal momento che è molto difficile proporre un bianco tale da vagamente somigliare alla purezza divina, si è scelto di utilizzare varie sfumature di bianco e l'oro, al fine di rendere al meglio la gloria di Dio e di coloro che nella vita sono stati divinizzati, i santi. 


Icona che mostra la Scala del Paradiso: i demoni sono dipinti di nero e anche lo sfondo è più luminoso verso l'alto (luogo di Dio) che verso il basso


L'oro in particolare viene utilizzato come base per l'icona (se non si usano altri colori tenui, come l'azzurro) e quasi sempre per colorare le aureole dei Santi, degli Angeli e di Cristo. L'uso di altri colori varia nel tempo e nello spazio perché i colori sono assunti in base al significato che la società dà di un certo colore. Ad esempio nel VI secolo il Cristo era spesso vestito di rosso o di porpora  o di viola, colori della corte imperiale, per simboleggiare la sua potestà e il suo imperium su tutto l'Universo. Adesso, il Cristo è solitamente dipinto con abiti bianchi, dorati, o verdi, o una combinazione di questi colori. Non c'è un vero e proprio principio per l'utilizzo dei colori in sé, ribadendo che ovviamente i colori troppo vicini al nero non devono essere assunti per le raffigurazioni di santità. 

In foto, un Cristo Maestro dipinto con l'abito in porpora e oro

Nelle icone della Pentecoste, ad esempio, gli Apostoli sono dipinti ognuno coi vestito di un colore diverso, non per esprimere dissenso o lontananza, ma piuttosto per rappresentare la pluralità di aspetti della Chiesa, la presenza di molti carismi differenti e di visioni diverse che, tuttavia, hanno come base la stessa Fede e camminano verso il medesimo scopo.


L'icona di Pentecoste 

Ogni maestro iconografo e ogni scuola ha il suo modo di intendere la relazione fra colore e immagine, ed è davvero arduo cercare di campionare qualcosa che, piuttosto, viene dalla spiritualità personale e dalla pratica storica di centinaia di anni, la quale è tuttavia viva, perché vivi sono i soggetti figurati nell'icona, segni della santità e della gloria del Signore, cui noi tendiamo e che, tramite le icone, contempliamo già da adesso. 

------------------------------------------------------------

lunedì 14 agosto 2017

San Sergio di Radonez e l'apparizione della Madre di Dio

San Sergio di Radonez (+1392) è forse il più grande monaco russo che abbia mai camminato sulla terra, un uomo trasfigurato dalla grazia di Dio e autore di numerosi miracoli. Grazie alla Vita scritta dal suo discepolo Epifanio, possiamo contemplare un dono meraviglioso che ricevette, ormai anziano, lo stesso Sergio: la visione della Madre di Dio.


Un giorno il beato padre [san Sergio] stava pregando, come era suo bisogno, davanti all'immagine della Madre del nostro Signor Gesù Cristo. Avendo cantato il Magnificat della Beata Vergine si sedette per riposare un poco, dicendo al suo discepolo Micah: “Figliuolo, sii calmo e coraggioso, perché stanno per succedere cose meravigliose e terribili”. Nell'istante si udì una voce: “La Beata Vergine viene”. Udendo ciò, il santo si affrettò a uscir dalla sua cella nel corridoio. Un abbagliante splendore brillò al disopra del santo, più lucente del sole, ed egli vide la Beata Vergine, coi due Apostoli Pietro e Giovanni, in una gloria ineffabile. Incapace di sopportare così risplendente visione, il santo cadde a terra. La Beata Vergine, toccando il santo con la mano, disse: “Non aver paura, o mio eletto, sono venuta a trovarti. Le tue preghiere per i discepoli, per i quali tu preghi, e per il monastero sono state esaudite. Non turbarti; da ora in avanti esso fiorirà, non soltanto durante il tempo della tua vita, ma quando tu sarai dal Signore io sarò col tuo monastero, supplendo largamente ai suoi bisogni con la mia protezione”. Detto questo svanì. Il santo, in estasi, rimase tremante di stupore e di meraviglia. Ritornando adagio adagio ai sensi vide il suo discepolo preso dal terrore, steso sul pavimento, finché si alzò, si gettò allora ai piedi dello staretz dicendo: “Ditemi, o padre, per l'amor di Dio, quale meravigliosa visione fu questa, poiché il mio spirito quasi sciolse i suoi legami con la carne, a motivo di essa”. Il santo era così colmo di estasi che la sua faccia era infuocata e inoltre era incapace di rispondere se non poche parole: “Aspetta un poco, figliolo, perché anch'io sono tremante di terrore e meraviglia”. Continuarono in silenziosa adorazione finché finalmente il santo disse al suo discepolo: “Figliuolo, fai venir qui Isacco e Simone”. Quando questi due vennero, raccontò loro tutto quanto era successo, come egli vide la Beata Vergine con gli Apostoli e quale meravigliosa promessa gli era stata fatta. Udendo ciò il loro cuore si riempì di indescrivibile gioia e tutti cantarono il Magnificat e glorificarono Dio. Tutta la notte il santo meditò su questa ineffabile visione. 

-----------------------------------------------------------------------------
TRATTO DA
Vita di san Sergio di Radonez, monaco Epifanio il Saggio, ed. Paoline, 2013 

venerdì 11 agosto 2017

L'iconografia latina del XI secolo nella chiesa dei santi Pietro e Paolo

La Chiesa dei santi Pietro e Paolo in Baviera (Germania) è una pieve rurale che ha mantenuto intatto l'impianto iconografico della sua fondazione, avvenuta nei primi anni del XI secolo, quindi prima dello Scisma. E' molto interessante conoscere i dettagli iconografici di questa chiesa poiché gettano un po' di luce sul passato sepolto delle nostre chiese e della nostra identità latino-ortodossa, andata perduta con la sempre maggior evoluzione della Chiesa romana, la quale ha preferito distruggere ciò che era antico per rimpiazzarlo con la nuova arte barocca e rinascimentale. Di seguito sono riportate delle foto e, quando possibile, l'identificazione di un motivo iconografico e la sua spiegazione. 


Il Cristo prende la porzione più ampia dell'abside centrale e governa al figura con sublime maestà. Il Cristo è figurato assiso nella gloria e circondato dalle energie increate (l'uovo dorato) tipico dell'iconografia tradizionale.


La scena illustra la consacrazione dell'altare.



Un esorcismo.


Sotto la grande figura dell'abside si nota l'iscrizione Salve Regina Mater Misericordiae (...), noto inno latino che fu composto nel X secolo nell'abbazia di Reichnau e che trovò rapidissima applicazione in tutta la Chiesa latina. 


Colpisce molto la tenerezza generale dell'insieme nonché l'uso di colori morbidi e tenui, mai immagini forti o scioccanti: tutto dà l'impressione di grande tranquillità e grazia anche se le scene sono, per certi versi, molto evocative, si pensi all'esorcismo o alla consacrazione dell'altare, viste tuttavia con una certa esichia

giovedì 10 agosto 2017

La Luce del Tabor (archimandrita Sofronio Sakharov)

Vi è una fame insaziabile e una sete inestinguibile di conoscenza di Dio (di teognosia): la nostra tensione è tutta orientata a raggiungere l’Irraggiungibile, a vedere l’Invisibile, a conoscere Colui che è al di là di ogni conoscenza. Questo desiderio ardente cresce incessantemente in ciascun uomo allorché la Luce della Divinità si compiace di illuminarlo, sia pure accostandosi a lui debolmente, poiché in quel momento si rivela ai nostri occhi spirituali in quale abisso ci troviamo. Tale visione riempie di sbigottimento tutto l’uomo; la sua anima, allora, non conosce riposo né può trovarlo finché non venga completamente liberata dalle tenebre che hanno pieno potere su di lei, finché non sia riempita del “Cibo che mai sazia”, finché questa Luce abbondi nell’anima e si unisca talmente ad essa che Luce e anima diventano una cosa sola, annunciando la nostra deificazione nella gloria divina.
La Trasfigurazione del Signore costituisce un solido fondamento per la speranza di una trasfigurazione dell’intera nostra vita — tutta contrassegnata, ora, da tenti, debolezze, e paure — in una vita incorruttibile e deiforme. Questa salita, tuttavia, sull’ “alto monte” della Trasfigurazione è congiunta a una grande lotta. Non di rado ci stanchiamo sin dall’inizio, mentre una certa disperazione sembra dominare l’anima. In simili ore in cui, soffrendo le pene del martirio, restiamo ai confini tra la Luce inaccessibile della Divinità che ci attrae a sé e il minaccioso abisso delle tenebre, dobbiamo richiamare alla mente gli insegnamenti dei nostri Padri, i quali hanno percorso questa stessa via seguendo Cristo… Ricordiamoci [che] nella nostra vita si deve ripetere tutto ciò che si è compiuto nella vita del Figlio dell’uomo. [...] Se il Signore «fu tentato», anche noi dobbiamo attraversare il fuoco delle tentazioni. Se il Signore fu perseguitato, anche noi saremo perseguitati da quelle stesse potenze che perseguitavano Cristo. Se il Signore patì e fu crocifisso, anche noi, inevitabilmente, dobbiamo patire ed essere crocifissi sia pure, forse, su croci invisibili, se realmente seguiamo Lui nelle vie del nostro cuore. Se il Signore fu trasfigurato, anche noi lo saremo fin da quaggiù, sulla terra, se ci rendiamo simili a Lui nei nostri desideri interiori. Se il Signore morì e risorse, anche tutti coloro che credono in Lui passeranno attraverso la morte, saranno deposti in sepolcri e dopo risorgeranno a somiglianza di Lui, perché a somiglianza di Lui sono morti… Se il Signore dopo la sua risurrezione in una carne glorificata salì al cielo e si assise alla destra di Dio, anche noi, con i nostri corpi glorificati, per la potenza dello Spirito santo, saremo assunti in cielo e diventeremo «coeredi di Cristo» e «partecipi della Divinità» (1Pt 4,13). 
Gli eventi che abbiamo appena elencati sono stati attuati dal Signore non nella sua Divinità, ma nella sua umanità, cioè a quel livello in cui il Signore è ‘consustanziale’ a noi: «Figlio dell’uomo».
…Non appena gli Apostoli iniziarono a comprendere la perfezione del loro Maestro e con la bocca di Pietro lo confessarono come «Cristo, il Figlio del Dio vivente», il Signore desiderò consolidarli maggiormente in tale conoscenza attraverso la testimonianza del Padre. Ciò era assolutamente necessario, in quanto Egli ormai si preparava “all’esodo che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme”, ossia al sacrificio sul Golgota. Dietro le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo» (Mc 8,29), si celava in quel momento la conoscenza imperfetta in ordine a chi fosse realmente questo Cristo.
… [Il Signore] presi cin sé i “prescelti”, Pietro, Giacomo e Giovanni, li condusse “sull’alto monte della contemplazione della sua gloria divina, “la gloria che egli aveva presso il Padre prima che il mondo fosse”. Sempre e immutabilmente il Signore portava in sé la Luce — essendo, nella sua Divinità, Luce senza-principio —, ma essa in Lui dimorava in un modo che risultava invisibile a coloro che ancora non l’avevano accolta in se stessi.
Sul Tabor il Signore pregava. Niente ci vieta di ipotizzare che, nel suo contenuto, tale preghiera fosse simile a quella del Getsemani: “è giunta — infatti — la sua ora”. Abbracciando tutto nell’orazione, “dalla creazione del modo” sino alla fine di questo eone, il Signore pregava anche per gli Apostoli, perché fosse loro manifestato il Nome del Padre e l’amore con il quale il Padre ha amato il Figlio rimanesse in loro (cfr. Gv 17,26).
Questi tre testimoni scelti, partecipi della straordinaria preghiera di Cristo, si consumarono in essa. Combattendo asceticamente contro la debolezza della carne, per breve tempo furono oppressi dal sonno; tuttavia, in virtù della forza dell’orazione interiore che in essi operava, ritornarono a uno stato di vigilanza e allora, forti nello spirito, questi vincitori della debolezza della carne videro Cristo nella Luce ed Elia e Mosè conversare con Lui. Poterono vedere perché essi stessi, in quell’ora, furono riempiti di Luce. L’eccezionalità e la magnificenza della contemplazione sprofondarono gli Apostoli in uno stupore inesprimibile e in una beata incertezza. Lo sappiamo dall’espressione usata dall’evangelista per Pietro: “Non sapeva quel che diceva”, e dalle parole di Pietro stesso: “Maestro, è bello per noi stare qui”. Quella nuvola luminosa — essa non era che Luce e Soffio dello Spirito Santo il quale, con la sua venuta insostenibile, ha introdotto gli Apostoli nell’universo della Luce increata, immutabile, senza tramonto, invariabile, infinita, sovraceleste — ha a tal punto fatto sparire le rappresentazioni delle forme transeunti del mondo di quaggiù che essi nemmeno Cristo vedevano più secondo la carne (cfr. 2Cor 5,16). Introdotti dallo Spirito Santo nella contemplazione dell’incircoscrivibile Divinità di Gesù Cristo, udirono in quell’occasione la voce immateriale e inaccessibile del Padre: «Questi è il Figlio mio prediletto». Fu questo l’istante supremo dell’intero avvenimento compiutosi sul Tabor. 


[...] Rimanendo fedeli alla narrazione evangelica e all’esperienza dei Padri della Chiesa, possiamo affermare quanto segue:
Somma ed eccelsa fu la visione degli Apostoli sul monte della Trasfigurazione, e tuttavia non era ancora perfetta, perché non ancora essi erano in grado di accogliere tutta la pienezza e la perfezione della Luce che a loro appariva. Per questo la Chiesa canta: “Hai mostrato ai discepoli la tua gloria, nella misura della loro possibilità” o, in un altro inno: “nella misura della loro capacità ricettiva”.
Somma ed eccelsa fu la visione degli Apostoli, ma in quel momento fu da essi assimilata in maniera ancora imperfetta; per questo rimanevano possibili quei tentennamenti cui furono soggetti nei giorni del Golgota; solo più tardi Pietro si riferisce ad essa come a una testimonianza della verità (cfr. 2Pt 1,17-18).
Imperfetta era ancora la visione degli Apostoli sul Tabor e tuttavia era così grande e autentica la contemplazione della “bellezza sovraessenziale” e del “mistero nascosto da secoli”, che né la visione di Mosè sul Sinai (cfr. Es 19-20; 23-24) né quella analoga di Elia sull’Oreb (cfr. 1Re 19) hanno attinto la sua altezza e la sua perfezione… Rigettate l’ingiusto pensiero secondo cui si tratterebbe di una sorte riservata soltanto agli eletti, pensiero che può uccidere dentro di voi la santa speranza… Noi tutti, senza eccezione…, siamo stati chiamati alla stessa perfezione cui il Signore ha chiamato gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni che da Lui sono stati portati sul Tabor: anche noi, infatti, abbiamo ricevuto i loro stessi comandamenti e non altri e, di conseguenza, la stessa dignità di vocazione — una dignità uguale alla loro e non una inferiore… Non solo agli Apostoli è piaciuto al Signore manifestare il “fulgore” della sua Divinità, ma anche nel corso di tutti i secoli, e fino ai giorni nostri, non ha cessato né mai cesserà, secondo la sua promessa, di riversare quel medesimo dono su quanti lo seguono con tutto il cuore.
Oltre alla falsa umiltà…, ostacolo alla contemplazione della Luce increata è ancora la temeraria propensione a “vedere Dio” e ad abbracciarlo con il nostro pensiero, come se volessimo penetrare a viva forza nei misteri e nelle viscere dell’Essere divino e dominarlo con la mente, quasi si trattasse di un oggetto della nostra conoscenza.
[...]Quando fissiamo gli occhi dell’intelletto direttamente sul Sole dell’Essere eterno per vederlo così com’è, i nostri occhi vengono bruciati e accecati dalla Luce inaccessibile e abbacinante della Divinità, come si accecano e bruciano i nostri occhi naturali allorché nudi, senza alcuna protezione, si volgono direttamente al sole. [...] Il Dio conosciuto e visto rimane invariabilmente al di sopra di ogni conoscenza e visione. [... ] Quando si presentano i filosofi e gli eretici a sostenere la possibilità di una piena conoscenza di Dio, i santi Padri, al fine di sradicare quest’idea insensata, hanno ripreso le immagini e il linguaggio veterotestamentari: «Poi il Signore disse a Mosè: “Scendi, scongiura il popolo di non accostarsi a Dio per vedere…”. Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè entrò nella caligine, ove era Dio» (Es 19,21; 20,21). Così… i Padri hanno fatto ricorso alla nozione di “caligine”, con la quale il saggio legislatore Mosè tratteneva il popolo, ancora inesperto nella conoscenza di Dio, dalla stolta esaltazione dell’idea di “capire” Dio; per non deviare, però, dalla rivelazione neotestamentaria, essi hanno chiamato “supremamente luminosa” una tale caligine. La vera via che porta alla contemplazione della Luce divina passa attraverso l’uomo interiore. Chiesi dunque: «Che debbo fare per ereditare la vita eterna? Mi fu data questa risposta: “Prega come san Gregorio Palamas, che per anni gridò: ‘Signore, illumina le mie tenebre!’ e fu ascoltato”».
«Una volta che ha conosciuto la Luce, la tua anima, quando ne verrà privata, si infiammerà per essa; imitando allora san Simeone il Nuovo Teologo, la cercherà e le griderà: 
Vieni, Luce vera.
Vieni, Vita eterna.
Vieni, Rialzarsi dei caduti.
Vieni, Raddrizzarsi di chi giace.
Vieni, Risurrezione dei morti.
Vieni, Re santissimo.
Vieni e abita in noi,
in noi rimani senza interruzione,
in noi Tu solo regna, indivisibilmente,
per i secoli dei secoli. Amìn».

--------------------------------------------------------------------------
TRATTO DA
Archimandrita Sofronio Sakharov, Ascesi e contemplazione, Interlogos edizioni, 1998

domenica 6 agosto 2017

Siamo la candela o la fiamma? (padre Janes Guirguis)

Traduzione da Pravoslavie.ru. Il padre James Guirguis, attraverso una metafora presa dalle candele, ci spiega il nostro rapporto con la divinità in un'interessante allegoria della vita spirituale in una bella omelia.


Dal Vangelo secondo Matteo (5:14-19)

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Nulla attrae le persone a Dio quanto coloro che genuinamente venerano Dio e seguono i suoi comandamenti. Infatti, alle volte sentiamo le persone dire che non ci sono problemi con Gesù, quanto piuttosto con le persone che lo seguono e che vengono incontrate. In questo passo evangelico di oggi, il Signore Gesù, la Luce dell'Universo, dice ai suoi discepoli d'essere chiamati a diventare la luce del mondo. Egli comanda di non nascondere questa luce, e di non allontanarla dagli uomini.

Come obbediamo noi discepoli di Gesù a questo comandamento? Iniziamo obbedendo agli insegnamenti e alle leggi di Gesù Cristo. Il Signore ci dice: "se mi ami, osserverai i miei comandamenti". E nel processo di fiducia e di obbedienza dimostriamo il nostro amore per Lui. Il vero amore non è semplicemente tramite la bocca, ma col cuore. Senza obbedienza ai comandamenti di Dio, e agli insegnamenti del Figlio di Dio, ci saranno pochi progressi nella nostra vita spirituale. E' un pre-requisito della Fede.

Quando obbediamo al Signore, ci sorprendiamo di quanto ci siamo avvicinati al Signore stesso e alla sua natura divina. Nel senso che, se ci avviciniamo a Dio, diventiamo più simili a Dio. Ci avviciniamo alla Luce e prendiamo questa Luce che mai si spegne. Ogni cristiano è come una candela, ed è quindi inutile se non brucia per Dio. Se la candela è senza fiamma, è totalmente inutile. Quando al candela si avvicina al fuoco diventa viva, e non solo trova il senso della propria esistenza, ma diventa utile anche per tutto ciò che gli è intorno. I Padri del Deserto raccontano questa storia:

Padre Lot andò a incontrare abba Giuseppe e gli disse: "padre, per quel che posso dire, io recito il mio ufficio, digiuno un po', faccio le mie preghiere, leggo i miei salmi, prego e medito, vivo in pace, e quando posso purifico i miei pensieri. Cosa mi manca?" e il saggio rispose: "se tu lo desideri, puoi diventare solo fuoco".

Cari fratelli e sorelle, noi siamo candele!  Tutti siamo eccitati quando il Santo Fuoco viene nella nostra chiesa, e ce lo passiamo l'un l'altro con attenzione. Ma il Signore ci chiede molto di più, ci chiede di passare agli altri il fuoco e la luce del suo insegnamento, il modo di vivere cristiano. E non dobbiamo farlo facendo predicozzi a chi ci circonda. La gente non ama le prediche, la gente si muove per l'amore e il calore genuino. Questo amore viene dallo Spirito Santo e dalla grazia di Dio che agisce nelle nostre vite, quando ci impegniamo nella lotta e decidiamo di vivere una vita santa. Quando lottiamo per obbedire a Cristo per diventare santi, lo Spirito Santo ci visita e ci trasforma in modo che possiamo diventare portatori di luce. Quando accade, chi ci p intorno è colpito e trasformato da noi perché siamo contenitori dello Spirito Santo. Ciò non solo ci salva, ma ci rende strumenti utili per la salvezza altrui. Questo permette agli altri di conoscere Dio usando noi come tramite.

Veniamo a Dio e sforziamoci di conoscerlo, non per ottenere da Lui doni speciali o perché gli altri ci ritengano speciali. Noi dobbiamo lottare perché amiamo Dio e per conoscerLo in pieno, così come ogni marito cerca di conoscere sempre più profondamente la propria sposa. In un matrimonio sano, un marito non si annoia della moglie, e viceversa. Ognuno corteggia l'altro sempre e gli sta più vicino. Il matrimonio è profondo anche quando i due sono semplicemente vicini. Questa è, in ultima analisi, la preghiera, quando siamo in presenza di Dio: uniti con Dio attraverso l'amore che proviamo per Lui. Il prerequisito per unirci con Dio è una vita di obbedienza ai comandamenti di Gesù Cristo, e questo ci permette di mutare la nostra vita, di essere trasfigurati dallo Spirito Santo, e di diventare come una città edificata su una collina. Come disse san Serafino di Sarov: salva te stesso, e mille intorno a te troveranno la salvezza. Amen! 

sabato 5 agosto 2017

Vita di san Bogolep il Monaco Bambino

La Chiesa Russa il giorno 8 agosto commemora un santo speciale sotto molti aspetti. Si tratta di un bambino che ha ricevuto i voti monastici all'età di sette anni: scopriamo insieme la vita di san Bogolep lo Schimamonaco Fanciullo

Il giovanissimo Boris, futuro Bogolep (1660-1667), è forse uno dei santi più inusuali di tutti i tempi. Vissuto appena 7 anni di vita, fin dal seno di sua madre mostrava un carattere del tutto particolare: di mercoledì e di venerdì si rifiutava di succhiare il latte dal seno, seguendo così il digiuno ortodosso fin dalla culla. Quando sentiva le campane, Boris iniziava a piangere finché non veniva portato in chiesa, e solo allora si acquietava. Il padre, generale in una fortezza nei pressi di Astrachan, era molto in pena per questo figlio così strano, che non sapeva cosa fare. Il bambino dimostrò incredibile rapidità di apprendimento, a due anni sapeva già parlare ed essere autonomo in tutto. Nel 1662 una epidemia di peste scoppiò in Russia e colpì Boris alle gambe: dopo che ebbero pregato per lui, la peste lasciò le gambe ma una malattia misteriosa colpì il volto il quale fu riempito di bolle, croste e liquami: rimase malato per molti anni, fino al 1667. Durante una delle visite al suo letto di malattia venne a casa un anziano starez, uno schimamonaco vestito con tutto l'Abito Angelico al completo. Il bambino, colpito profondamente dai paramenti del sacerdote, disse ad alta voce: "se mi farete tonsurare monaco, la mia malattia se ne andrà". I genitori, disperati per la salute del figlio, acconsentirono alla sua bizzarra richiesta. Lo schimamonaco vestì dunque il bambino del megaloschima chiamandolo Bogolep (che si traduce con "Teoprepio", nome greco il cui senso è <<(colui) che è a somiglianza di Dio>>). Il giorno seguente il santo bambino era completamente guarito e il suo volto non mostrava alcun segno di malattia. Tuttavia, appena tre giorni dopo, Bogolep cadde di nuovo malato sotto una potente febbre, e morì. Il bambino morì all'età di sette anni il 1 agosto 1667 e fu inumato presso la chiesa di Chernoyarsk. Già sul finire del secolo XVII sono noti molti miracoli operati per mano di san Bogolep, il quale fu canonizzato dal popolo in via non ufficiale. Già attorno al 1750 esistevano il tropario e il contacio di Bogolep il Monaco Bambino, cantati in tutte le chiese di Astrachan.
Sebbene la sua vita sia stata brevissima, e non sia ancora stata tradotta per intero, giacché molti miracoli hanno reso famoso questo bambino fin da quando era in vita, noi non sappiamo in che modo misterioso opera Iddio, e non ci resta che ammirare come il famoso detto evangelico sia divenuto realtà nella sua forma più alta: "lasciate che i bambini vengano a me".

L'Arca dell'Alleanza NON è stata trafugata

Per molti questo articolo può sembrare sciocco o inutile, ma è invece doverosa una chiarificazione: il sito world daily news report è pieno di fake-news, fra le quali ogni anno viene riproposta la stessa. L'Arca dell'Alleanza, protetta ad Axum in Etiopia dai monaci e dalle guardie armate del patriarcato, sarebbe stata trafugata (vedi la fake-news qui). Invece, come riporta Tigrai Online, un giornale etiope, l'Arca dell'Alleanza è al suo posto, al sicuro, e nessuno l'ha rubata. La riprova che questa è una notizia falsa si ha dalla quantità di link e siti con date discordanti su quando sia avvenuta, ci sono post del 2016, del 2014 e del 2011 che parlano del trafugamento dell'Arca, ogni volta con gli stessi particolari. Chissà per quale motivo si cerca di scandalizzare il mondo con questa notizia... ma l'importante è sapere che l'Arca è al sicuro.

L'Arca dell'Alleanza è un gioiello, una reliquia dell'Antico Testamento, presente in Etiopia fin dal tempo di Menelik I, sovrano figlio di Salomone e della Regina di Saba, portata in Etiopia da un gruppo di nobili ebrei come dono per il sovrano di Axum. La città santa degli etiopi conserva ancora oggi questo santo sigillo dell'Alleanza fra gli antichi ebrei e il Signore, e viene ogni anno portata in processione nel giorno della Teofania per essere venerata dai fedeli che accorrono in massa. Per tutto il resto dell'anno, solamente ai Guardiani dell'Arca - pochi monaci scelti fra i più casti e puri del monastero - è permesso vederla e prendersene cura. Nemmeno il Patriarca etiope può visitare il santuario. 


La chiesa di Nostra Signora di Sion, ove è custodita l'Arca dell'Alleanza

La Chiesa dell'Arca è protetta da un muro di cinta, da 11 guardie armate e dai monaci stessi, oltreché dal sistema di allarme. 

giovedì 3 agosto 2017

I Vecchi Credenti in Uganda

Interessandomi dell'evangelizzazione ortodossa, non potevo non arrivare a loro. Ebbene sì, i Vecchi Credenti stupiscono sempre per la loro attualità sebbene siano visti come ossessivamente conservatori. Questi "conservatorissimi" tuttavia sono stati molto capaci di adattarsi in un campo di lotta tremendo, in un luogo di missione totalmente inusuale e totalmente distante dalla Russia: l'Uganda. L'Africa, il Continente Nuovo, lascia spazio all'evangelizzazione nella sua forma più radicale, partire dal paganesimo e crescere nella vita in Cristo.

A Kampala, in Uganda, un gruppo di fedeli di varie denominazioni (ortodossi di Alessandria, pagani, ex-protestanti, ex cattolici) si è convertito in massa all'Ortodossia di Vecchio Rito russo, destando vivo interesse in Russia, tant'è che sono partiti perfino due ricercatori dall'Accademia delle Scienze di Mosca - l'antropologo D.M. Bondarenko e la dottoressa A.O. Lapushkina - per studiare come l'Ortodossia vetero-ritualista si è innestata nella cultura ugandese. I risultati sono sorprendenti.




Padre Ioakim (ugandese) e padre Nikolaj Bobkov (missionario in Uganda) insieme dopo una celebrazione alla cattedrale di san Nicola a Mosca


La Chiesa Russa Vecchio Credente ha perfino un vescovo africano in Uganda, vladica Iona, che amministra già diverse parrocchie: quella di Kampala (già costruita) e altre due in formazione, a Mubende e a Dinzhizha, oltre al monastero di Namungoona ove risiede. In Uganda, molti staroveri russi sono giunti come medici, professionisti e insegnanti, al fine di migliorare le condizioni di vita dei loro correligionari sul Lago Vittoria. 







Come si nota, i Vecchi Credenti ugandesi hanno fin da subito accesso ai riti nella loro lingua natia

La missione dei Vecchi Credenti sembra crescere a ritmo rapidissimo: pochi mesi fa erano solamente cento individui, adesso i battezzati sono più di quattrocento. Seguiremo con interesse la missione di padre Ioakim e del suo entourage, vivida immagine di come l'Ortodossia possa essere portata ovunque, quando c'è la pazienza, l'impegno e la forza di costruire per Cristo. 

----------------------------------------------------------
INFORMAZIONI

In lingua russa è disponibile l'articolo dettagliato dal sito vecchio credente "Missione Vetero-ritualista". 

mercoledì 2 agosto 2017

Come preparare un libretto commemorativo personale

La preghiera della Chiesa è comunitaria ma anche personale. Dopo aver visto come preparare le commemorazioni liturgiche, adesso vediamo come preparare adeguatamente un libretto commemorativo domestico per la nostra preghiera privata

Innanzi tutto, occorre dire che la preghiera nominale è una delle prassi preferite della Chiesa. Quando ci comunichiamo ai santi Misteri dell'Eucarestia, diciamo ad alta voce il nostro nome. Quando ci sposiamo, quando battezziamo, quando si ricordano i defunti e perfino quando siamo malati e riceviamo il sacramento dell'Olio viene detto il nostro nome. La Chiesa Ortodossa vede infatti nel rapporto fra individuo - dotato di personalità, caratteristiche, e del suo proprio nome - e Dio il cardine della stessa ecclesialità. Per questo, pregare "con i nomi" è molto importante: chiediamo a Dio di concedere la grazia, la salute, la salvezza, e qualsiasi altra cosa materiale o spirituale ad una certa persona, piuttosto che ad un'altra, secondo i suoi bisogni specifici. Quando si prega per gli altri? oserei dire sempre, ma visto che non è possibile, la Chiesa ha stabilito due momenti quotidiani per la recita delle preghiere rivolte verso gli altri: dopo le preghiere del mattino e dopo le preghiere della sera. In altre parole, dopo aver pregato per noi, è bene pregare anche per gli altri. Nei libri devozionali sono presenti quasi sempre delle preghiere per i vivi e per i morti, poste prima della conclusione della sessione di preghiera stessa. Tuttavia, se non si dispone di un libro di preghiere, di un horologhion o di altre stampe ecclesiastiche, possiamo fare in casa un libretto di commemorazioni ad uso privato, seguendo pochi e semplici passi. 


Un classico "libro dei nomi" che si trova nelle chiese russe

Prendete un quaderno o un libretto con le pagine totalmente bianche (per esempio, un moleskine), e scrivete subito il titolo: libro dei nomi. Dopodiché, disegnate la croce della vittoria: 


Il monogramma attorno alla croce è l'abbreviazione di Isus Hristos Nika, ovvero Gesù Cristo vince. Dopodiché, inserite questa breve preghiera cui seguiranno i nomi.

Per i vivi:
Salva o Signore Dio e abbi pietà dei tuoi servi (si leggono i nomi), liberali da ogni tribolazione, necessità e sofferenza; Da ogni malattia del corpo e dello spirito salvali, e perdona loro ogni trasgressione, volontaria e involontaria, e concedi loro quanto è profittevole per le loro anime. Amen. 

Per i non ortodossi, si aggiunge anche: ...e sia fatta con loro la Tua volontà. Conducili nel recinto della Tua Chiesa e sia tu glorificato in tutti e in tutto. Amen. 

Per i defunti:
Concedi, o Dio, il riposo eterno ai tuoi servi defunti (si leggono i nomi), perdona loro ogni peccato commesso con coscienza o per ignoranza, abbi pietà di loro perché sei Buono e filantropo, e liberali dall'eterno tormento; e mostra loro la  Luce del Regno del Cielo. Amen. 

Per i defunti non ortodossi: Se tu lo vuoi, Signore, abbi misericordia dei tuoi servi (si leggono i nomi), che si sono addormentati fuori dalla tua santa Chiesa: insondabili sono i tuoi voleri. Non vedere questa mia preghiera come un peccato, perché per pietà l'ho recitata. Sia fatta con i tuoi servi defunti la tua volontà. Amen. 

Per una donna che ha abortito: Abbi misericordia, o Dio, della tua serva (nome), concedile la remissione delle sue colpe. Abbi pietà di lei anche se ha tolto la vita ad una vittima innocente. Perdonale ogni peccato, volontario e involontario, dalle i mezzi per far penitenza, e salva la sua anima. Amen. 

Per i bambini abortiti: Ricordati, Signore, dei bambini non nati a causa della crudeltà degli uomini e delle leggi inique di questo mondo decaduto. Salvali dal buio e illumina anche coloro che stanno per uccidere altri innocenti, addolcendo i loro cuori con la tua Grazia. Amen. 

Ricordiamoci di pregare sempre per i nostri familiari, i nostri padri spirituali, il nostro vescovo, i sacerdoti che conosciamo, perché la Grazia di Dio non ci abbandoni mai, e ci permetta di passare il tempo che rimane in questo mondo, riempiti del suo Spirito Santo. 

martedì 1 agosto 2017

Ponzio Pilato e sua moglie

I pareri sul governatore Ponzio Pilato furono e sono contrastanti. La tradizione degli Apocrifi vorrebbe Pilato come un convertito al Cristianesimo e seriamente pentito della morte di Cristo, in particolare secondo gli Atti di Pilato, redatti fra II e III secolo d.C. Eusebio di Cesarea scrisse che Pilato fu esiliato in Gallia e lì trovò il suicidio, mentre altri autori lo vorrebbero condannato a morte dall'imperatore Nerone. I copti (e solo gli egiziani) ritengono Ponzio Pilato santo e ne dipingono le icone senza alcun remore.

Mentre cosa dice la Chiesa Ortodossa su Claudia Procula (detta Procla), la moglie di Ponzio Pilato? La Sacra Scrittura le dedica un brevissimo quanto intenso passaggio: 

Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: non avere nulla a che fare con quel giusto, perché fui molto turbata in sogno a causa sua. [Matteo 27:19]

Secondo molti autori cristiani, Claudia si sarebbe convertita al Cristianesimo e avrebbe patito la morte come martire poco dopo. La Chiesa Ortodossa greca, la Chiesa Etiope e la Chiesa di Siria la riconoscono come santa e come martire, festeggiandola il 27 ottobre. 


Antonio Ciseri (1821-1891), Ecce Homo. La moglie di Pilato si trova a destra ed è velata.

Una delle fonti che abbiamo in nostro possesso circa Pilato, Procla e la loro conversione è il Vangelo Apocrifo di Nicodemo. Ma, basandosi unicamente sulla Scrittura riconosciuta e accettata da tutta la Chiesa, viene da domandarsi se in effetti per passaggio... ho molto sofferto a causa sua, sia da interpretarsi come "ho sofferto per colpa sua" oppure "ho sofferto per lui" nel senso che ha provato compassione. 

Qui, una icona greca di santa Procla

Come non diventare accidentalmente iconoclasti

Il blog del Monastero di Santa Elisabetta di Minsk ci offre una lezione importante del ruolo delle icone nella vita dei cristiani ortodossi, focalizzandosi su tutte quelle possibili distorsioni o errori che possiamo incidentalmente compiere nei riguardi delle sante immagini

Le icone non sono mai "solo un quadro". Noi dedichiamo grande cura e rispetto alle icone quando le troviamo in posti particolari, come ad esempio in chiesa o nel nostro angolo delle icone domestico. Questi luoghi ci predispongono alla preghiera e guardare il volto di Cristo, ad esempio, ci rende più facile rivolgersi a Lui. Le icone possono essere disposte anche in altri posti, non solo in un luogo della casa o in chiesa. E' costume dei pii ortodossi avere una icona in ogni stanza della casa, e perfino sul luogo di lavoro, se possibile. Tuttavia, non dobbiamo dimenticarci che le icone non sono semplicemente quadri o immagini messe lì per bellezza, ma piuttosto sono una costante sollecitudine alla preghiera. 
Inoltre, ricordiamoci che anche le "icone di carta", cioè stampate, sono icone vere e proprie, e meritano lo stesso rispetto che diamo per le icone dipinte. Infatti, anche le icone stampate in fabbrica e prodotte a migliaia di esemplari sono state miracolose, e Dio ne ha benedette molte con teofanie più o meno conosciute. La santità dell'immagine deriva dal prototipo raffiguratovi sopra, e non dal materiale o dalla forma (altrimenti, sarebbe idolatria). 

Cosa fare quando una icona si rompe? se è di materiale combustibile, bruciarla interamente. Le ceneri vanno sepolte. Se l'icona è prodotta in vetro, in ceramica, in altri materiali, è bene portarla in un fiume e gettarla nell'acqua corrente. 

N.B. L'articolo è stato ritagliato e accorciato

martedì 25 luglio 2017

Lo Stato Greco è contro l'Ortodossia (S.E.R. Ambrogio di Kalavryta)

Il metropolita Ambrogio di Kalavyta (Grecia) ha pubblicato sul suo blog una lettera aperta, disponibile in greco, nella quale dichiara che le autorità governative greche hanno un programma politico e sociale volto alla distruzione della Chiesa Ortodossa

"Siamo silenti come pesci! tutto va in rovina e si distrugge. Stiamo crocefiggendo Cristo! I greci sono scristianizzati!" così inizia il messaggio del metropolita Ambrogio, il quale continua con una accusa: "il partito SYRIZA [1] e i suoi sostenitori vogliono distruggere tutto ciò che è cristiano, sacro e nazionale. Stanno cercando di annullare l'ortodossia e lo spirito nazionale dei greci. Ogni giorno il paese perde sempre di più la sua identità." Perfino il politico di destra  Kyriakos Mitsotakis (Nuova Democrazia) ha ospitato una rappresentanza LGBT presso la sua sede di partito. "La voce della Chiesa non è ascoltata oggi: i muri cadono uno dopo uno senza alcuna resistenza". Il vescovo ha poi chiamato una vera e propria resistenza attiva, dicendo: "Io vi chiamo alla battaglia per la nostra fede! ricordiamo le parole del ministro dell'Istruzione, il quale ha promesso di chiudere le ore di religione entro l'anno. Trasformeranno l'educazione scolastica religiosa in un modello in cui Cristo è equiparato a Budda e Maometto. Possiamo forse permettere un crimine simile? Alla battaglia!". Il metropolita Ambrogio ritiene il presidente Tsipras come un pericoloso distruttore dei valori tradizionali  dello stesso Stato greco, ed è stato anche uno degli episcopi che si è dimostrato più scettico nei riguardi del Concilio di Creta del 2016.

-------------------------------------------------------------------------
NOTE

1) Coalizione di Sinistra Radicale, il partito attualmente al governo in Grecia. 

L'Uomo contemporaneo - faccia a faccia con la reazione (S.E.R. Avondios)

S.E.R. Avondios, arcivescovo vicario di Milano per la Metropolia di Milano e Aquileia, Metropolita di Brescia, ha scritto questo bel sermone riflettendo principalmente sui recentissimi attacchi mediatici contro la Chiesa Ortodossa Romena. Pur condannando gli atti immorali di alcuni rappresentanti della Chiesa, monsignore Avondios ha ritenuto pertinente e doveroso scrivere queste parole su quanti, con la scusa delle cadute umane, in realtà non fanno altro che denigrare la Chiesa di per sé stessa. Il testo è disponibile in lingua originale (romeno) e in italiano, che seguirà il testo romeno


VERSIONE ROMENA

Omul contemporan „față în față cu reacțiunea”

România anilor 2017 devine pe zi ce trece o Românie a Evului Mediu, cu uzurpări de tronuri , intrigi și scandaluri de palat. Lumea devine din ce în ce mai mult interesată să cunoască și să descopere, singurele metehne ale acestor „patimi” fiind acelea că nu au un temei științific, teologic sau istoric , ci sunt manifestări ale grotescului în locul cel sfânt, adică țara noastră, România, numită și „grădina Maicii Domnului”. Păcat de această grădină, odinioară împodobită cu florile frumos mirositoare ale „mărețelor umbre, Mihai, Ștefan, Corvine, romana națiune ai vostri strănepoți” . Da, ai vostri strănepoți, adică noi, oamenii cultivați ai secolului al XXI-lea care am lăsat în paragină această frumoasă grădină, pentru a ne ocupa de buna creștere a buruienilor din curțile vecinilor. 
Se poate observa cum, în ultima perioadă, temperaturile ridicate au contribuit la redeșteptarea unei conștiințe aparent adormite.
Devenirăm parcă peste noapte, fie analiști, fie sociologi, fie filozofi, cu pretenții de repere morale ce își arogă dreptul îndreptării celorlalți. Păcat ca majoritatea celor ce vorbesc de moralitate au „schelete” uitate prin dulapuri, mai ceva ca la muzeul Antipa... măcar acestea au un scop bine definit. Ce ne facem însă cu cei care se chinuie din răsputeri să încapă în televizor, cu telespectatorul înrăit al canalelor TV, cu analiștii vigilenți școliți în dughene și birturi, care arată cu degetul spre cazurile izolate, urâcioase ce e drept, ale Bisericii Ortodoxe Române.
Din nou moralitatea, bat-o vina, din vina căreia se mai declanșează câte un scandal, parcă programat. Păcat ca cele 23 de milioane de romani, sau mai puțini conform ultimului recensământ, au uitat ca din anii 2000 pana acum, au contribuit la decimarea viitorului României, și aici mă refer la milioanele de copii avortați și aruncați pe geamul instituțiilor sanitare, acele spitalele atât de susținute de „stradă” prin vestitul slogan, „vrem spitale și nu catedrale”.
Păcat ca românii acestor vremuri privesc cu balele la gura spre Occidentul mereu deschis noului, încercând sa imite precum maimuța lui Darwin păcatele și apucăturile „așa zișilor” moderniști occidentali . Suntem vrăjiți de mirajul oferit de „lumea nouă”, care așteaptă cu satisfacție și nerăbdare apusul soarelui creștinătății, de Occidentul secat de seva cunoașterii lui Dumnezeu, a cărui credință a fost mutată din suflete în muzeele și bibliotecile prăfiuite ale orașelor din Europa. Am devenit peste noapte instanțe morale și iubitori de adevăr, vrem o Biserică curată și preoți sfinți, dar uităm însă că Biserica, această instituție divino-umană, este alcătuită din oameni, din rândul cărora sunt aleși preoții și episcopii ce o slujesc. 

Mă întreb și eu, ca simplu slujitor al altarului, câți dintre cei care calcă preșul prăfuit al bisericii din satul natal, s-au rugat ori se roagă pentru preotul duhovnic, pentru conducerea Bisericii, pentru episcopul locului? Câți dinte cei care vin de 2 ori pe an la Biserica, de Sf. Paști și de Nașterea Domnului, dar care se declară credincioși autentici, au aprins o lumânare pentru sănătatea și luminarea cugetelor acestor preoți asupra cărora se năpustesc cu vorbe de ocară? Nu spune, oare, Sf. Apostol Pavel „purtați-vă sarcinile voastre unii altora și așa veți împlini legea lui Hristos” (Galateni 6, 2). Oare doar noi preoții suntem datori să ne rugăm, oare doar noi suntem datori să urmăm legea lui Hristos? Nu cumva Mântuitorul Hristos se adresează nouă astăzi, așa cum s-a adresat și mulțimilor acum două mii de ani, și ne îndeamnă la sfințenie? Rămân uimit de zelul pe care îl arată fiecare atunci când trebuie să critice, să judece, sa bârfească, să osândească, însă ne ascundem cât mai bine atunci când păcătuim sau săvârșim mizerii nenumărate. Când căutăm doar îndreptățirea de sine și hrănirea propriului ego, ne salvăm cu „nu judecați, ca sa nu fiți judecati”, dar apoi ne îndreptăm pornirile atavice asupra „popilor”, la care totuși, mergem ca la niște mijlocitori, pentru că ne cuprinde frica de „bătaia lui Dumnezeu”. Încercăm să scăpăm de putegraiul ce ne cuprinde inimile, arătăm pocăință, dam acatiste, aprindem lumânări, apoi uităm, rămânând nepăsători față de cea mai mare poruncă din Lege: „să iubești pe apropale ca pe tine însuți”.

Aceasta este criza morală pe care Occidentul a cunoscut-o cu mult timp înainte, dar care se dorește extinsă pe întreg pământul. Oare România noastră se caracterizează numai sărăcie, incultură, mercantilism, scandaluri, hoții, avorturi, adultere, perversiuni, show-uri, revolte, ordonanțe de urgență, înmormântări, cununii și botezuri celebre? Greșit! Am uitat de Romania autentică și riscăm să o și pierdem dacă nu ne vom întoarce către valorile strămoșești. 

Adevărata Românie trebuie căutată și o vom găsi în cele mai „banale” lucruri: în vorba dulce românească, în straiele populare, în frumusețea satelor, în simplitatea și în credința de neclintit a țăranului, în cântatul cocoșului, în înțelepciunea bătrânească care îl vede și îl găsește pe Dumnezeu în durere și sărăcie. România o putem găsi dacă ne vom îndrepta pașii și inimile spre pustnicii ascunși prin munți care se roagă fără încetare pentru noi, în miile de călugări și maici curați la suflet și cu cuget nepătat.

Acolo trebuie căutată adevărata Românie, în adâncul sufletului curat! 

Cu respect Arhiereul Avondios 
Milano 25 luglio 2017

VERSIONE ITALIANA


La Romania del 2017 pare la Romania medievale, con troni usurpati, congiure di palazzo, tradimenti e scandali. Tutti si interessano sempre di più a scoprire e conoscere le cattive abitudini e le passioni senza alcuna base teologica, scientifica o storica, ma solamente una grottesca manifestazione del luogo sacro, il Giardino della Madonna, come è chiamato il nostro paese, la Romania. Peccato che questo giardino, una volta ombrato da grandi figure come Stefano [il Grande], Mihai, [Matteo] Corvino, la nazione romena, fino ai pronipoti. Sì, i nostri pronipoti, i quali sono stati ignorati da noi uomini cresciuti nel XXI secolo, abbandonando questo giardino preferendo coltivare le erbacce dei campi vicini. E, ultimamente, notiamo anche come le alte temperature hanno risvegliato una coscienza che pareva addormentata. 

Di notte, tutti diventano filosofi, analisti o sociologi, con pretese moralistiche di poter giudicare gli altri. Peccato che la maggior parte di questi moralisti possiede parecchi scheletri dimenticati nell'armadio, peggio del museo Antipa... e credo che abbiano uno scopo ben preciso. Cosa dobbiamo fare con quanti stanno lottando per avere i canali tv hardcore, e poi sparlano anche dei casi isolati, giustamente e odiosamente, della Chiesa Ortodossa Romena. Anche in questo la morale è come programmata, scatta con uno scandalo. Peccato che i 23 milioni di romeni, più o meno, si dimenticano che dagli anni Duemila a oggi essi stessi hanno contribuito alla distruzione della nazione, abortendo milioni di bambini, in quegli ospedali e cliniche che tanto furono sostenute in strada al grido di "più ospedali e meno cattedrali". 

Peccato che i romeni di oggi sbavano verso l'Occidente, sempre aperti a nuove teorie, a copiare lo stile di vita modernista e i peccati degli occidentali come la scimmia di Darwin. Siamo incantati dalla promessa del "nuovo mondo", il quale guarda con letizia al tramonto del Cristianesimo, alla linfa sena Dio della conoscenza occidentale, visto che la religione è stata spostata dalle anime alle biblioteche e ai musei delle città europee. Questi moralisti notturni e questi amanti della verità dicono "vogliamo sacerdoti santi e una Chiesa pura", ma essi dimenticano che la Chiesa, quale istituzione divino-umana, è fatta da uomini che vengono eletti al ministero sacerdotale o episcopale. 

Come umile servitore dell'altare, mi domando quanti fra coloro che camminano sui tappeti polverosi delle chiese rurali, pregano per i loro sacerdoti confessori e i loro vescovi? Quanti fra quelli che vanno in chiesa a Pasqua e a Natale ma si professano veri credenti hanno mai acceso una candela per l'illuminazione dell'intelletto dei loro sacerdoti o per la salute dei loro preti? Lo dice l'Apostolo Paolo: portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete alla legge di Cristo (Galati 6:2). Forse solamente noi sacerdoti dobbiamo pregare? e solo noi abbiamo il dovere di seguire la legge di Cristo? Forse che il Salvatore Gesù Cristo ci parla oggi così come parlava duemila anni fa, e ci chiama alla santità? Rimango stupito dallo zelo che c'è per giudicare, spettegolare, condannare il prossimo, e al contempo per nascondere i propri peccati e commettere tutte le proprie miserie. Quando alimentiamo il nostro ego e siamo ipocriti diciamo "non giudicare per non essere giudicati", ma questa regola scompare quando puntiamo il dito sui preti, però con una sorta di moderazione, perché abbiamo "paura di offendere Dio". Poi per fuggire a questo marciume mostriamo pentimento, leggiamo un acatisto, accendiamo candele, ma rimaniamo indifferenti dinnanzi al grande comandamento: ama il prossimo tuo come te stesso

Questa crisi l'Occidente la conosce da molto tempo, ma si diffonde su tutta la Terra. Adesso la nostra Romania è caratterizzata da povertà, analfabetismo, mercantilismo, scandali, ladrocinii, adulterio, aborti, perversioni, spettacoli, ignoranza, rivolte, battesimi e funerali famosi... ma è sbagliato! Perderemo la Romania autentica se non torneremo ai nostri valori ancestrali. La vera Romania va ricercata nelle piccole cose: nella nostra lingua, nei villaggi, nei vestiti tradizionali, nella fede incrollabile dei contadini, nel canto del gallo, nella saggezza degli anziani che vede e trova Dio nella povertà e nella sofferenza. Troveremo la Romania rivolgendo i nostri cuori agli eremiti che popolano le montagne e che, nascosti, pregano incessantemente per noi, nelle migliaia di monaci e monache puri di cuore e dalla anima senza macchia. 

Lì va cercata la Romania, in un cuore più santo!

Con tutto il rispetto,
+ Avondios, pontefice

in Milano, 25 luglio 2017

Prosegue la costruzione della cattedrale ortodossa di Varsavia

Il sito ufficiale della Chiesa Autocefala Polacca ci informa del progresso nella costruzione della basilica della Divina Sapienza a Varsavia, un grande progetto per la piccola Chiesa di Polonia. 


Le fotografie, inserite nel sito ufficiale, sono state scattate dal fotografo Michal Tymoszewicz, il quale ha immortalato l'incastonatura della cupola nel corpo principale della costruzione, la quale è ancora ben lontana dal suo completamento. La Chiesa Ortodossa Polacca ringrazia tutti i benefattori per il grande sforzo compiuto affinché Varsavia potesse ottenere la sua cattedrale. 

lunedì 24 luglio 2017

La Genesi: una esegesi breve

Questo piccolo saggio sulla lettura biblica della prima parte della Genesi non vuole essere un riferimento dogmatico certo, ma solamente una sorta di esegesi, dato che molti corrispondenti mi hanno domandato il senso della Genesi, ho voluto scrivere questo testo per dare una risposta più dettagliata a ciascuna delle domande, creando un documento che fosse globale, in modo che ognuno possa vedere l'insieme.

Il testo della Genesi principia, obiettivamente, con la Creazione, con l’ordinamento del cosmo. Dal caos primordiale si eleva una Voce, un Verbo, il quale, posto se stesso al centro, esclama: “sia luce” e luce fu. ( Gen. 1.2) La Terra viene plasmata, divisa dal cielo e il Verbo creatore genera i mari, le piante,  ordina il Tempo e poi continua, crea gli animali del mare, dell’aria e della terra. Infine, vide che tutto era cosa buona. Dio, nella Genesi, si manifesta come pluralità, mostrandosi come un Dio dalle molte ( ma non ancora definite ) Ipostasi, ossia aspetti di sé stesso. Difatti dice << facciamo l’Uomo a nostra immagine.>> ( Gen. 1.26) Il Dio ebraico, ancora non manifestatosi nella sua interezza perché non era la pienezza del tempo, era un Essere agli ebrei ignoto, invisibile, ma sicuramente unico. Negli altri libri vetero-testamentari, Dio infatti si presenta come “Io” mentre nella Genesi frequentemente preferisce la forma plurale noi. Il Dio che formerà Il Patto Ancestrale era ed è il Dio uno e trino, consustanziale e indivisa Trinità; l’uomo ebreo decaduto della Prima Alleanza non conosceva che un Dio nascosto e non completamente rivelato; con la Nuova ed Eterna Alleanza e l’inizio della Chiesa, si compie anche il ciclo dell’oblio e Dio si rivela in tutto sé stesso; e così come il velo tra Dio e l’Uomo si rompe, iniziando la Comunione perfetta della razza umana con il suo Creatore e Salvatore, così il velo del tempio, che significava il divario incolmabile tra il Signore Dio e il suo popolo adorante, si squarcia dinnanzi agli occhi dei sacerdoti giudei e degli scribi ( Matteo 27:51-66). La barriera invalicabile fra Dio e l’Uomo, la morte e il peccato, è stata annientata. 

Una lettura rapida e incompleta, o separata, non ci darebbe il segnale che forse l’interpretazione unicamente letterale è fallace. Difatti nel primo atto della Genesi abbiamo Dio che plasma una moltitudine di uomini e donne, dicendo “andate, moltiplicatevi, e dominate la terra” ( Genesi 1:27-28) ma subito dopo, nel secondo capitolo ( Genesi 2,18 e seguenti ) abbiamo un unico Uomo, Adamo, il quale è solo e non ha alcuna donna accanto a sé, ed è per questo che Dio estrae da lui la costola per plasmare attraverso di essa la compagna di Adamo. Apparentemente questo verrebbe relegato nel mito oppure preso alla lettera; Eppure, l’Umanità già era stata fatta di molti uomini e donne nel primo capitolo. Quindi, la dimensione scritturale qui muta verso un altro tipo di forma, quella spirituale. Da racconto della nascita fisica del mondo, si passa alla nascita della condizione meta-temporale umana. Il nostro Maestro e Salvatore, Gesù Cristo, infatti disse <<Non di solo pane vive l’Uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio >> ( Matteo, 4:4) e difatti Adamo e il suo Signore e Dio avevano un dialogo perfetto, e il Signore, che conosce e scruta i cuori, sapeva di cosa Adamo necessitasse. Seppe che era solo, e disse: << Non è bene che l’Uomo sia solo.>> e gli fece un aiuto che gli fosse simile. (Genesi 2, 18).L’Uomo, quindi, diventa il punto focale del Libro. La Scrittura ci mostra anche qual è il fine della creazione ( o esistenza ) della Donna, ossia di un essere complementare, che risponda alla necessità dell’Uomo di avere “un sostegno che gli fosse simile”. Un sostegno in cosa, se nel paradiso terrestre non vi era lavoro, tristezza e morte? Un aiuto nella salvaguardia del Creato, cui Dio aveva posto l’Uomo più in alto degli stessi Angeli,e per il mutuo soccorso spirituale. Nel mondo decaduto, la qualità della complementarietà non sarà più la grande forza della razza umana: la donna partorirà dolorosamente e l’uomo lavorerà la terra per il pane, e i due soffriranno della loro condizione in eterno. La Legge mosaica, data da Dio all’uomo decaduto, permetteva il ripudio e il divorzio ( Dt. 24, 1-4) ma Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, riportò la condizione del rapporto uomo-donna al suo scopo originario complementare, quando disse << Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne.>>( Marco 10:2-12) Il Matrimonio cristiano, nella pienezza della Verità, ci ricorda che le anime dei coniugi non vivranno separate neppure in Paradiso e dopo l’Apocalisse vivranno legate nei secoli. 

Il serpente, che personifica l’essenza del maligno, era “il più astuto degli animali selvatici” ( Genesi 3,1) e con questo particolare si intuisce fin dall’immediato quale sia la natura del Male: la malizia, l’inganno, ma non privo di una certa scaltrezza. Nella Genesi, nella formazione dell’Uomo si inserisce quindi il Male, i cui figli sono la Morte, il Peccato, e i vizi, e si insinua appunto come una serpe, viscida e subdola. Il serpente va da Eva, la Donna, e la tenta. Il Signore Dio aveva posto un limite all’Uomo, sua creatura, e aveva comandato di custodire il Giardino; eppure, di tutte le piante, gliene aveva proibita solamente una. Questo aspetto, l’Obbedienza, è di primaria importanza per comprendere l’Economia della Salvezza e anche il rapporto che vi è fra padre spirituale e allievo, fra sacerdote e fedeli, fra governo e cittadini. Dio aveva “ordinato”, ossia aveva creato ordine e armonia, e aveva posto come limite dell’Armonia questo comando, unico e solenne, a fondamento di questa stessa armonia cosmica. Il Frutto raffigura quindi il confine fra il lecito e l’illecito, fra l’ubbidienza seguita dalla saggezza generata dall’obbedienza stessa, oppure la disobbedienza e la relativa distruzione dell’armonia, a seguito della tracotanza  che porta ad una conoscenza senza sbocchi, ad una scienza fine a se stessa, come sarà poi la conseguenza dell’avere mangiato il frutto. Il diavolo stesso, secondo la consuetudine, divenne ribelle a Dio a seguito della sua volontà, che non rispecchiava il Disegno del Creatore. 


Una icona che raffigura i primi giorni della Genesi

Eva quindi scopre la disobbedienza e l’ebbrezza diabolica del tradimento ( Genesi 3,6) e consegna anche ad Adamo il frutto, affinché se ne cibi. Essi, tradita la fiducia di Dio, e distrutta così l’Armonia del creato, scoprono di essere nudi, ossia “impotenti” dinnanzi a Dio: la nudità simboleggia così la propria pochezza dinnanzi all’Onnipotente, pochezza che essi scoprono di avere dopo aver peccato contro il comando di Dio. Essi subiscono così il castigo divino, e vengono maledetti ( Genesi 3:14-24) e buttati fuori dal Paradiso Terrestre. La Morte entra così nel circolo della vita umana, che avrà fine. Cristo viene anche chiamato metaforicamente Albero della Vita, chiaramente legato alla Sua preziosa Croce vivificante, proprio perché Cristo è il Nuovo Albero da cui l’umanità può trarre la Salvezza: il frutto dell’Albero Nuovo, dell’Albero della Vita, del quale Dio proibì che Adamo ed Eva si cibassero nell'Eden, perché il tempo non era maturo. 
La cronaca della caduta umana prosegue: Caino, figlio di Adamo ed Eva, uccide Abele suo fratello per gelosia ( Genesi 4:1-16) e così nell’umanità si instaura il peccato di sangue. Cristo, per redimere l’umanità dal peccato, perisce anche lui attraverso l’uccisione, la quale è il peccato di sangue per eccellenza. Caino fugge nel paese di Nod ( Genesi 4,16): Cristo invece non fugge innanzi alla morte, ma domanda al Padre << Padre mio, se è possibile, allontana da me questo calice; tuttavia, non come io voglio, ma come vuoi tu >>( Matteo, 26:42) per poi consegnarsi ai suoi nemici. La codardia e la supina accettazione del castigo di Caino sono superate e distrutte dal sacrificio cristico, il quale tutto rinnova con la sua consegna volontaria e l’obbedienza suprema al Padre; mentre al primo venne detto “non uccidere” ed egli uccise, nel Cristo vi fu un “muori per l’Umanità” ed Egli, obbediente come l’ultimo dei servi, obbedì morendo.  

Le Genealogie (Genesi 4:17-5:32) sono la manifestazione letteraria del proseguire dell’Umanità decaduta e dell’andamento della Storia. Viene detto << A quel tempo si cominciò ad invocare il Nome del Signore.>> ( Genesi 4,26). L’Uomo prende coscienza di non dover dimenticare il suo Creatore, e si dà al culto di Dio. I secoli passano, l’Umanità si diffonde su tutta la Terra. 
L’Umanità dunque si corrompe definitivamente, e Dio vuole distruggerla; le figlie degli uomini avevano corrotto perfino gli Angeli, i quali si uniscono ad esse; Eppure, Dio che è Buono, nonostante si sia stancato dell’Umanità ( Genesi 6,6) trova un uomo retto, Noè, e gli concede di salvare l’umanità attraverso la propria famiglia. Noè costruisce un’arca, una grande nave, vi ripone dentro le provviste, le piante, gli animali della Terra e i propri congiunti, supera la tempesta divina e scampa così all’eccidio che ha sterminato il resto dell’umanità iniqua ( Genesi 7-8). Il Signore, accolto il sacrificio di Noé ( Genesi 8,20) dà avvio ad una seconda creazione, nella quale, di fatto, ripropone le stesse promesse della prima creazione, mentre nel capitolo Nono della Genesi il Signore fonda la sua Alleanza con Noé. Questo episodio vetero-testamentario non è di poca importanza: è anch'esso un simbolo del rapporto fra l'Uomo e Dio. L'uomo ogni volta che commette ingiustizia distrugge il rapporto sereno col Creatore, ma il sacrificio personale per la salvezza genera la salvezza stessa; è la spinta che l'Uomo dà alla propria azione a renderla vivificante, o distruttrice. Le alleanze fatte con Noé sono le medesime dell'alleanza ancestrale perché il Signore Dio non cambia mai la propria disposizione verso l'umanità, poiché è un Dio d'Amore e per noi si è fatto uccidere, abbassandosi al livello dell'Uomo; In un mondo iniquo è nel cuore del singolo la scelta di adempiere o meno al Patto teantropico, di seguire il disegno di Dio per Adamo, oppure seguire Adamo nella sua caduta. 

L’episodio della Torre di Babele è un altro racconto che ci presenta l’Umanità atta a voler superare i limiti divini, a vivere in tracotanza: Dio non si compiace dei progetti umani e li disperde, confondendo l’antica lingua e creando nuovi idiomi, affinché l’umanità non si comprenda più (Genesi 11,9). Nella Nuova ed Eterna Alleanza, il Signore, a sigillo della propria approvazione, dona agli Apostoli radunati il Santo Spirito nel giorno di Pentecoste, e permette loro di operare in tutte le lingue e di parlare in tutti gli idiomi conosciuti, cosa che meravigliò molto i pagani colà radunati ( Atti 2:1-11) Le lingue, le quali prima creavano divisione e attrito ed erano occasione di violenza ( le lingue significano anche differenza di popoli ) adesso invece sono tutte concentrate nel magnificare la Gloria di Dio, il Cristo morto e Risorto, glorificato e Asceso al Cielo. La differenza non è più un problema, bensì una semplice esistenza: non vi è più greco né giudeo, schiavo o libero, poiché tutti saranno concentrati in Dio e per Dio, e la maledizione di Babele cessa il suo effetto. 

Abramo rappresenta la fedeltà e la vita per Dio. Il Signore sceglie con Abramo una discendenza che gli sia fedele nei secoli, mentre prepara la venuta del Suo Figlio Unigenito, il Verbo Incarnato, sé stesso che viene sulla Terra per riportare tutte le genti all’adorazione dell’unica realtà sovratemporale, l’Indivisa Trinità. Ma poiché servivano le condizioni terrene per la diffusione del Messaggio ultimo, la pienezza dei tempi che si manifesterà nella Giudea romana, Dio prepara le condizioni per questo messaggio e lo fa serbandosi un popolo che gli sia devoto, in preparazione al rendere nuovamente tutta l’umanità conscia della Divina benevolenza. Per questo Abramo, e altri giusti dopo di lui, saranno chiamati Patriarchi, ossia Padri del Popolo, per questa loro missione temporale e mistica allo stesso tempo; ed è per questo che la Santa Chiesa chiamerà nuovamente Patriarchi i suoi vescovi più importanti.