mercoledì 18 ottobre 2017

Che cos'è la Lestovka

La Lestovka, dett anche Scala, è un tipo di corda di preghiera utilizzata in Russia prima del XVIII secolo, quando fu soppiantata a livello ufficiale dal noto komboskini, sebbene molti russi di oggi e di ieri abbiano continuato ad utilizzare questo stile per la produzione delle proprie corde di preghiera. E' rimasta molto popolare fra i Vecchi Credenti, anche se molti russi cosiddetti "novo-ritualisti" ne fanno uso. 

Secondo la tradizione, le quattro facce delle due estremità rappresentano i quattro Evangelisti, e nella lunghezza tradizionale di una corda vi sono sette grani grandi, disposti a eguali intervalli fra quelli piccoli, che rappresenterebbero i sette Misteri maggiori della Chiesa, ovvero i sacramenti. Vi sono poi tre grandi divisori, che sommati ai sette di cui sopra, ammontano a nove intervalli, simbolo (secondo i Vecchi Credenti) dei Novi Cori Angelici. 


Due lestovka molto elaborate 

La lestovka si utilizza così come si utilizza il komboskini, ripetendo ovvero la formula: "Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore".  E' prassi che, qualora non si possa attendere ad un servizio divino, un numero variabile di ripetizioni possa sostituirlo: 700 per i vespri,  500 per la compieta, 1500 per il mattutino, 3000 per la liturgia, sommati ad un numero di prostrazioni secondo le proprie capacità. 

lunedì 16 ottobre 2017

Le "stazioni di preghiera" in Etiopia


In Etiopia il Cristianesimo è molto radicato. Per secoli, gli etiopi sono stati l'unica forza in grado di fermare l'Islam. Mentre i potentati cristiani del Mahgreb, l'Egitto, la Persia e l'Impero Bizantino vedevano i propri territori sempre più assottigliarsi a causa della minaccia musulmana, i regni di Axum e di Abissinia resistevano coraggiosamente alle ondate di conquista arabe. 

Il popolo cristiano dell'Etiopia si è fortificato molto nella sua ortoprassi: circondato da potenti vicini non cristiani da un lato, dal selvaggio deserto dall'altra parte, gli etiopi hanno mostrato un saldo attaccamento alla fede in ogni aspetto della loro vita, comprendendo la caducità della vita umana. Il monachesimo egiziano ha influenzato notevolmente la cristianità etiope, tra l'altro. Per questo, la pratica delle sette ore canoniche è rimasta salda anche fra i laici praticanti, i quali sono soliti pregare sette volte al giorno, memori del Salmo: sette volte al giorno canto le tue lodi (salmo 117:164). 



A cagione di questa grande pietà popolare, poiché il popolo non lesina certo la partecipazione liturgica - a differenza degli ortodossi occidentali, gli etiopi con grande gioia frequentano in massa i Vespri e i Mattutini, la Chiesa Etiope iniziò già dal Medioevo la pratica di costruire piccoli santuari lungo la strada, noti come stazioni di preghiera

In queste piccole cappelle senza altare, su un tavolo appoggiato al muro vi è tutto l'occorrente per recitare le Ore: l'Orologio, la Bibbia, una croce benedizionale, delle candele, un braciere per l'incenso, e le icone principali. In questo modo, ogni credente che si ferma - anche in piccoli gruppi - durante un viaggio, può trovare un luogo conveniente dove recitare le sue preghiere in pace. 



Nessuno si azzarda a rubare gli oggetti di culto, ma anzi, pii fedeli arricchiscono il mobilio e gli strumenti di preghiera donandoli in modo anonimo a questi piccoli spazi, lasciandoli lì. Quanta fede in questo popolo! Non c'è da stupirsi che, nonostante più di mille anni di tentativi di conquista, l'Etiopia non sia mai caduta in mano musulmana. Dovevano arrivare i fucili e i cannoni degli europei - nello specifico, i nostri italiani... - affinché l'Etiopia chinasse il capo. Impariamo a pregare con questo zelo, e Dio ci ricompenserà. 

venerdì 13 ottobre 2017

I bambini e la Confessione

Portare i bambini a confessarsi: una faccenda seria! Quando? Come? A che età? 

La Chiesa Ortodossa ha fissato l'età della prima confessione generalmente intorno a dieci anni, anche se per i bambini di oggi, bombardati dalla pessima cultura contemporanea, potrebbero affacciarsi al vizio e al peccato prima dei dieci anni. In alcune chiese si portano a confessare i bambini a sette anni. Questo comporta che i bambini non siano certamente in grado di affrontare una confessione come un adulto, tuttavia può essere per loro un momento molto formativo. 

Nella prima chiesa ortodossa presso la quale ho frequentato il culto divino, a Firenze, il sacerdote era un anziano padre della diaspora russa, un uomo dalla formazione antica. Sebbene avessi diciassette anni, mi trattò come un bambino, perché spiritualmente lo ero. Il suo esempio è per me emblematico di come un bambino o un adolescente deve essere indirizzato alla confessione.

Prima di tutto, il genitore non deve spingerlo in modo brutale a confessarsi, ma piuttosto presentare la cosa per quello che è: un Mistero. Ai genitori spetta l'arduo compito di dare una base teologica all'atto che il bambino sta per compiere, senza tuttavia essere prolissi o pesanti nei propri discorsi. Il bambino deve comprendere che la confessione è un incontro, principalmente, fra lui e Cristo. Il sacerdote cui esponiamo i peccati o i problemi che ci affliggono è un testimone e un amico prezioso che ci guida e ci aiuta, ma non è lui il nostro centro. Banalmente, "non vado a raccontargli i fatti miei". Piuttosto, vado a incontrare la Misericordia di Dio che mi attende, e il sacerdote è quella persona che mi aiuta a passare questa frontiera. 



Il sacerdote, invece, deve insegnare al bambino come trarre profitto da una confessione. L'esempio del mio primo confessore è di grande aiuto: io non ero ortodosso quando mi avvicinai per confessarmi. Ingenuamente, pensavo mi avrebbe assolto anche se non ero ancora parte della comunità. Mi ascoltò, poi mi disse: "mentre ti prepari per l'ingresso nella Chiesa, ti farebbe bene leggere questo" e mi diede un titolo di un libro spirituale che ho ancora nella mia libreria e che ogni tanto rileggo. Sarebbe utile dare delle letture (e, visti i tempi, link per siti web o titoli di film) dai quai i ragazzi e i bambini, in accordo alla loro età, possono imparare qualcosa riguardo i problemi e i peccati affrontati in confessione. 

Tanto i genitori che il sacerdote dovrebbero far avvicinare i bambini alla confessione senza traumatizzarli, ma piuttosto con dolcezza. Se un bambino ha paura di confessarsi e si rifiuta, non importa impuntarsi affinché si avvicini al sacerdote: lo farà la prossima volta. E' essenziale che il bambino non sia traumatizzato dalla Chiesa e dai suoi ministri, lo stesso vale per la Comunione. Se il bambino ha timore di prendere la Comunione, può essere accompagnato da un genitore fino al calice, non c'è alcun problema in questo. 

Sicuramente, per le prime volte, i bambini non avranno chiari quali siano i peccati da confessare, e potrebbero arrivare con delle idee confuse. Compito del confessore è dare chiarezza e prendere quei momenti come un attimo d'insegnamento, che può lasciare buoni semi per il futuro. Un esempio? un bambino che viene e dice "ho avuto fame" e lo ritiene un peccato. Direi piuttosto che si può approfondire un discorso col bambino, dicendogli: "cerchiamo di avere fame di Dio". Non temete, i bambini capiscono la poesia e la profondità di certe parole molto più degli adulti: questo semino crescerà. 





Aiutare i poveri è rendere onore al Cristo (San Giovanni Crisostomo)

In una delle sue omelie, san Giovanni Crisostomo ci istruisce sul vero senso dell'elemosina e della virtù sociale.


Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.

Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.

Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.

Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?

Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello.

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Tratto da: san Giovanni Crisostomo, Omelie., In Matth. h. 50, 3-4

mercoledì 11 ottobre 2017

Stato Greco e Chiesa Ortodossa sulla recente legge pro fluidità gender (news)

Riporta AgionOros che ieri, 10 ottobre 2017, il Parlamento greco ha votato una legge che permette ai ragazzi dai 15 ai 18 anni di cambiare genere sessuale senza alcun esame medico, semplicemente mandando una lettera di richiesta alla autorità competente. La sessione di voto ha visto i seguenti risultati: 

Su 300 deputati, 13 si sono astenuti. 148 deputati hanno votato a favore della legge in questione, 124 deputati hanno votato contro. Non è una maggioranza schiacciante, anzi, dimostra che il Parlamento era molto diviso, ma il provvedimento è comunque passato.

La legge ha scatenato una ondata di indignazione e di sconvolgimento sociale in tutto il paese. La legge sulla fluidità gender rappresenta la prima vittoria politica del partito di Syriza, poiché 140 dei suoi 144 deputati hanno votato a favore. La legge è stata osteggiata dalla maggior parte dei partiti d'opposizione, per la verità molto eterogenei fra loro, come Alba Dorata (estrema destra), Nuova Democrazia (destra), il Partito Comunista di Grecia (sinistra estrema), Unione di Centro (centristi). Vassilis Leventis, leader della Unione di Centro, ha dichiarato che "la Grecia sta attraversando un periodo anormale, e Tsipras sta mandando avanti gli interessi di un piccolo gruppo, mentalmente malato". 


Il parlamento greco ad Atene 

I Padri dell'Athos, secondo l'agenzia di stampa, hanno commentato con parole molto dure, dicendo che, se continueranno così, i deputati greci chiameranno sul Paese l'ira divina. Il Sinodo della Chiesa Autocefala di Grecia ha commentato dicendo che "il progetto di Legge rappresenta una blasfemia contro la condizione umana e questa legge è un attacco diretto contro la famiglia e l'istituzione tradizionale". 

martedì 10 ottobre 2017

I nomi dei Sette Arcangeli, i loro compiti e il loro significato

Il sito Doxologia.ro ci insegna un dato poco noto, ma di enorme importanza per la vita cristiana: i nomi dei sette Arcangeli e il loro significato, nonché i loro compiti


Icona russa dei Sette Arcangeli

I sette Arcangeli che stanno dinnanzi al trono di Dio sono Michele, Gabriele, Raffaele, Varachiele, Gudiele, Salatiele e Uriele. Tutti i nomi degli arcangeli finiscono in "-ele" (in ebraico: il): perché? Nella lingua ebraica, questi nomi sono dei composti che contengono tutti la parola "Dio" (-Il). 

Michele in Italiano  viene erroneamente tradotto come interrogativo "chi è come Dio?" mentre in ebraico Miha significa "forza": il suo vero significato è "Potenza di Dio". Quando preghiamo san Michele Arcangelo? Per tutte le battaglie del corpo e dello spirito, per rimanere saldi nelle tentazioni e nei digiuni. 

Gabriele significa "Uomo di Dio" e non è un caso che l'Arcangelo Gabriele fu mandato da Dio alla santissima Vergine Maria per annunciare il suo parto: il nome era indicativo della sua missione. L'Arcangelo Gabriele aveva inoltre già svolto la funzione di messaggero presso altri grandi personaggi della storia biblica, come al profeta Daniele e a Zaccaria. Viene dunque pregato per i viaggi (in quanto messaggero). 

Raffaele significa "Comandante Divino" ed è famoso per aver protetto Tobia e Sara nella loro notte di nozze, e per aver guarito il padre di Tobia dalla cecità: viene invocato per la guarigione dell'anima e del corpo. 

Varachiele significa "Benedizione Divina" e nel Terzo Libro di Enoch viene descritto come comandante di 496'000 angeli e appartiene al coro dei Serafini. Viene ritenuto dalla Tradizione ortodossa come comandante degli Angeli delle case, coloro che proteggono le nostre abitazioni. 

Gudiele è l'Angelo del Pentimento, colui che motiva gli esseri umani a pentirsi e a cercare Dio. Sebbene non sia molto conosciuto, la tradizione lo identifica come uno degli Arcangeli più potenti, con miriadi di angeli al suo comando. 

Salatiele significa "Il più alto servo divino" ed è l'Arcangelo responsabile di raccogliere le preghiere degli uomini e portarle a Dio. E' quindi un arcangelo dal ruolo importantissimo: ricordiamocelo quando preghiamo. Viene menzionato nel Libro di Ezdra. 

Uriele, il cui nome significa "Luce divina", è l'angelo che spiegò al profeta Ezdra i misteri di Dio, ed è responsabile di gestire la luce e le energie create da Dio, secondo la Tradizione ortodossa. 

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N.B. Rispetto all'articolo originale in romeno, l'articolo presente è stato ampliato

venerdì 6 ottobre 2017

L'istruzione religiosa secondo la Chiesa Etiope

Poiché sono affascinato dalla civiltà abissina, mi sono più volte dedicato allo studio della civiltà ortodossa etiope, e trovo estremamente interessante - nonché utile per noi ortodossi in Occidente - il modello d'istruzione religiosa che gli etiopi riservano ai loro bambini e ai ragazzi desiderosi di diventare sacerdoti. A mio avviso, la struttura scolastica della Chiesa Etiope può essere un modello per noi: scopriamola insieme.

La Casa delle Letture, ovvero l'istruzione primaria

La Casa delle Letture (Nebab Bet) è presente in tutte le chiese e parrocchie, ed è, per certi versi, una sorta di scuola domenicale molto avanzata. Nelle zone rurali e nei villaggi senza scuola, è l'unica fonte d'apprendimento per i bambini ancora oggi. Nella Casa delle Letture, tolte le materie come i rudimenti della matematica e della lingua etiope corrente, si impara principalmente a comprendere e leggere il Ge'ez, che è l'antica lingua liturgica di questo paese. I bambini imparano il catechismo e le nozioni fondamentali del Cristianesimo. La classe si può frequentare quando si raggiungono i cinque anni di età. Quel che è interessante è il materiale utilizzato per l'apprendimento: per leggere si comincia dal Vangelo di Giovanni o dalle Lettere di Paolo. Nelle classi più avanzate della Nebab Bet, i ragazzini iniziano a recitare i Salmi di Davide e si imparano a memoria i principali, come il salmo 1,  o il salmo 50 (51). Non si affrontano altri brani della Sacra Scrittura.  Nelle nostre scuole domenicali, per i bambini e i ragazzi più grandicelli, si potrebbe impostare il sistema di letture-commento seguendo lo schema etiope, da affiancare alle nozioni di catechismo:

Prima classe: Vangelo di Giovanni e Lettere di Paolo
Seconda classe: Lettere dette Cattoliche e Salmi di Davide

In questo modo, i nostri bambini imparerebbero non solo le semplici didascalie della fede "Dio è così e così, Gesù è così e così etc" ma potrebbero toccare con mano alcuni dei testi fondamentali e iniziare a vedere la grande realtà della Rivelazione senza un eccessivo peso dogmatico, ma al contempo senza lassismo. Inoltre, la recita e l'apprendimento dei Salmi sono molto utili per iniziare i bambini alla realtà liturgica e alla pratica della preghiera personale e comunitaria.

Nei villaggi, l'allievo migliore della Casa delle Letture viene proposto come Lettore ufficiale della parrocchia, rivestendo quindi un certo peso nella "scala sociale" della comunità rurale. Una ragazza di buona famiglia è considerata "sposabile" solo se ha completato il ciclo di studi della Casa delle Letture.


Un gruppo di studenti ortodossi etiopi e il loro maestro (con il mantello arancione)

La Casa della Liturgia

Coloro che desiderano continuare gli studi religiosi vengono poi mandati alla Qedasse Bet, ovvero la "Casa della Liturgia", una scuola secondaria il cui compito fondamentale - lo dice il nome - è formare gli studenti all'arte liturgica.  Questo tipo di scuole si trova solamente nelle grandi pievi rurali (chiese che sovrintendono ad una certa area) oppure presso le grandi chiese urbane. Il maestro insegna ai ragazzi esclusivamente le funzioni del sacerdote e del diacono, gli inni che canta il clero - il coro e i cantori hanno delle classi apposite - e le funzioni liturgiche, in modo che il futuro ordinando sia in grado di compiere autonomamente tutti i riti previsti dal Tipico etiope. La Tradizione, specialmente quella orale, si impara frequentando la Casa e la vita di parrocchia, e non vi sono libri specifici in merito. Una pratica molto diffusa in Etiopia al fine di impartire una istruzione liturgica consiste nel condurre un piccolo gruppo di studenti (o anche studenti singoli) assieme ad un prete anziano e aiutarlo così a benedire case, campi, persone, o a celebrare in luoghi in cui, usualmente, non vi è prete, in modo tale che i ragazzi possano praticare l'arte liturgica. Per diventare sacerdote di una zona rurale non è richiesto un esame di sacra Scrittura o di Patristica, ed è sufficiente venire riconosciuti "abili" a celebrare in modo autonomo da parte del Maestro della Qedasse Bet. Questo fa sì che il percorso scolastico intermedio sia piuttosto breve. Al termine della Casa della Liturgia, il ragazzo degno si sposa e viene ordinato e diventa un diacono: inizia a percepire lo stipendio.

Come ortodossi della Diaspora, potremmo prendere questo sistema per l'insegnamento ai novizi e agli ordinandi, giacché è molto semplice e intuitivo, basato sulla pratica: nelle chiese con l'altare sufficientemente spazioso per tutti c'è possibilità di imparare davvero molto. Inoltre, la lettura meditata delle Scritture o della Patristica può essere impartita tramite lezioni settimanali o regolari, senza che vi sia bisogno di classi rigidamente strutturate come un'aula universitaria. 

La Zema Bet, ovvero la scuola del canto

La Casa del Canto (Zema Bet) è il luogo dove si formano i cantori. Spesso sono i ragazzi migliori delle Case delle Letture che vengono poi selezionati e istruiti, poiché essere cantore ordinato, specialmente nelle zone più povere del Paese, garantisce uno stipendio ecclesiastico, ed è una occupazione considerata molto nobile. I ragazzi studiano in piccoli gruppi, presso i quali il maestro si trova nel mezzo, e gli alunni intorno. Egli stesso o uno degli studenti più anziani impartisce le lezioni di canto e tutti ripetono gli inni. Quando un alunno si sente pronto, si alza in piedi e recita dinnanzi al maestro tutto l'inno: se l'ha memorizzato completamente, l'alunno riceve una promozione, altrimenti deve ripete il corso. Quando un alunno ha memorizzato tutti gli inni principali della Chiesa, è considerato Cantore e riceve la tonsura. 

La Qeme Bet, ovvero il Conservatorio

Come ramo parallelo alla Qedasse Bet, esiste la Qeme Bet, ovvero la Casa dei Poemi. Di fatto, è un conservatorio ecclesiastico. In questa scuola, l'alunno impara non solo ad utilizzare tutti i libri corali e a celebrare da cantore professionista, ma impara anche a comporre musica liturgica secondo i dettami della tradizione etiope. Come esame finale, è richiesto che lo studente scriva, componga e canti un inno da lui inventato dinnanzi alla commissione: se i maestri approvano la composizione, l'alunno è considerato diplomato. 

Metsehaf Bet: La Scuola Alta

L'ultimo grado dell'istruzione ortodossa etiope è rappresentato dalla Scuola Alta, la quale ti dà il titolo di Debtera ("dottore" in teologia). I migliori e più perspicaci alunni della Qedasse o della Qeme vengono inviati a studiare presso le cosiddette Scuole Alte (Metsehaf Bet), perlopiù situate presso grandi monasteri o alla cattedrale delle grandi città. Qui la scuola diventa più simile al sistema occidentale: le classi studiano i Padri della Chiesa (specialmente egiziani e locali), nonché approfondimenti sulla Bibbia e sulla Storia ecclesiastica, oltreché Diritto Canonico, così come il computo del calendario: è richiesto che ogni studente sappia costruire il calendario liturgico e calcolare la data della Pasqua. Una branca speciale della Scuola Alta è chiamata Menekosat, ovvero "(Casa) dei Commenti", e vi si studia generalmente la letteratura monastica. In queste classi il metodo di studio è interessante. Gli studenti si recano in piccolissimi gruppi di quattro o cinque individui presso il maestro, il quale recita un brano delle Scritture o di un trattato patristico. Dopodiché, gli studenti escono e un secondo gruppo di alunni entra in aula. Dopo poco, i due gruppi di studenti si incontrano e devono recitare esattamente le parole che hanno udito: dopodiché, si crea un dibattito su quel brano, guidato dal maestro. Il primo stadio della Menekosat prevede l'apprendimento, la meditazione e la memorizzazione dei Proverbi, e solamente dopo lo studio della letteratura monastica. Generalmente, gli abati e i vescovi sono selezionati fra i debtera della Menekosat

Potremmo adottare questo sistema d'istruzione per le Chiese della diaspora? Io credo che sarebbe un buon metodo non l'esatta copia (improponibile nella nostra civiltà) ma piuttosto il modello può essere la base per un tipo di insegnamento-apprendimento diverso, meno nozionistico e scolastico, e più patristico, nel senso di ricalcare l'antico modello duale di discepoli-maestri, capace di formare nel profondo la coscienza di un futuro ordinato.

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Tutte le informazioni sul sito ufficiale della Chiesa Ortodossa Etiope

Un caso iconografico: La Madre di Dio di Chenstokhova

La << Madre di Dio di Chenstokhova >> (Ченстоховская икона Божьей Матери) è una icona molto particolare e molto discussa. In grafia polacca, è conosciuta come Madre di Czestochowa. Ebbene sì: pare che gli ortodossi venerino l'immagine del famoso santuario cattolico di Jesna Gora. 


Una moderna icona russa della Madre di Dio Di Chenstokhova e, qui sotto, una copia più fedele all'originale:



Secondo la Tradizione, questa icona fu donata alla santa imperatrice Elena Isoapostola nel 326, quando ella visitò Gerusalemme alla ricerca della santa Croce. L'icona fu portata a Costantinopoli e adornò la cappella privata degli imperatori per circa cinque secoli, poi se ne perse traccia. Il fatto straordinario è che l'originale, secondo l'agiografia, è dipinta sulla tavola da pranzo della sacra Famiglia, ovvero la mensa su cui mangiavano il Gesù bambino, san Giuseppe e la santissima Vergine Maria. 

La prima apparizione nella Storia moderna di questa icona è del XIII secolo, quando il principe ortodosso di Galizia, Lev Danilovic, collocò l'icona nella cappella del suo castello di Belz "in pompa magna" come dicono le Cronache. La fortezza fu poi conquistata dal principe polacco Vladislav Opolski, il quale ebbe cura che l'icona venisse tutelata e lasciata al suo posto. Poco dopo, i tartari assediarono Belz di nuovo. Il principe polacco decise di esporre l'icona sulle mura del castello, e i turchi ne colpirono una parte con una freccia. L'icona iniziò a sanguinare e, contemporaneamente, sull'esercito tartaro si manifestò una nebbia oscura, la quale spaventò i tartari che fuggirono lasciando l'assedio. Il principe Vladislav decise dunque di dare all'immagine miracolosa un degno luogo di culto e fece costruire nel 1352 il monastero cattolico di Jesna Gora, sulla montagna di Czestochowa, guidato dall'Ordine Paolino. 

Una copia dell'icona Chenstokhovskaja apparve a Pietroburgo nel 1711 insieme ad una immagine della "Madonna delle Sette Spade" (ovvero dei Sette Dolori), di chiara ispirazione cattolica. In quegli anni, con la riforma ecclesiastica di Pietro I il Grande, la Russia si stava occidentalizzando. Le due immagini ebbero una enorme diffusione fra XVIII e XIX secolo, e furono presentate in numerosi cataloghi iconografici russi. Negli anni 1840, alla Lavra delle Grotte a Kiev, veniva cantato un Acatisto alla Madonna di Czestochowa dallo ieroschimamonaco Teofilo, al cui rito partecipavano moltissimi fedeli, e anche molti malati.  

Attualmente, l'icona in questione è la protettrice ufficiale dell'Aviazione della Federazione Russa. 

L'icona di Czestochowa non è l'unico caso di "icona condivisa" fra cattolici e ortodossi: sono molte le icone o le immagini cattoliche che vengono venerate dagli ortodossi, specialmente nelle regioni di confine. 

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Le informazioni e l'icona contemporanea sono prese dal sito russo Miloserdie.ru.  

giovedì 5 ottobre 2017

Dogma, Teologumeno e Parere teologico: fondamenti della Dogmatica

Qual è la differenza fra un dogma, un teologumeno e un parere teologico? Risponde il manuale per il seminario Dogmatica Ortodoxa.

Il Dogma

I dogmi, (dal greco δόγμα, dógma; essa deriva dal verbo δοκέω, dokéo, ossia "ritenere" e imparentato col latino doceo, "insegnare") sono, nel linguaggio teologico cristiano e ortodosso, le verità di Fede, verità rivelate e intangibili, sicure e perfette, imprescindibili per la corretta espressione della fede, del culto e dell'essere credenti, giacché furono formulati dalla Chiesa per la difesa stessa del Cristianesimo nella sua forma dottrinalmente pura (in greco ὀρϑοδοξία, orthodoxìa, "retta opinione"). I dogmi sono compresi nella Rivelazione di Dio, nella Santa Scrittura e nella Santa Tradizione, secondo l'insegnamento dei Padri. 

I dogmi, benché implicitamente contenuti nella Rivelazione di Dio a opera del nostro Signore Gesù Cristo e nei testi biblici, sono stati spesso formulati dai Concili della Chiesa lungo la Storia per controbattere eresie e mostrare la retta via agli erranti. Il Concilio è la riunione di tutti i vescovi, prelati, sacerdoti e intellettuali cristiani, benedetta dallo Spirito Santo, per discutere di grandi problemi teologici che minano la salute e l'unità della Chiesa di Dio. I Concili ritenuti Ecumenici, ossia Universali, sono sette, e in questi sette Concili fu formulata la Fede Ortodossa. Il carattere indelebile e sacro del dogma si manifesta nel totale accordo fra i Padri e la Tradizione, nonché l'esperienza viva della Chiesa, nella predicazione del dogma stesso. Il Cristiano è considerato tale quando crede e professa tutti i dogmi della Chiesa Una, Santa, Universale e Apostolica nella sua fede Ortodossa.


Chiesa cattedrale della Santa Trinità alla Lavra di Pochaev (Ucraina)

Il Teologumeno

Per teologumeno si intende una un parere teologico che può essere base per un futuro dogma, giacché è contenuto in molti scritti patristici lontani nei tempi e nei luoghi, manifestandosi dunque come opinione diffusa. Molti teologumeni sono concezioni dei Misteri o dell'esistenza umana formulate dai grandi Maestri come san Basilio Magno, san Gregorio Magno, o san Giovanni Crisostomo: i teologumeni generalmente sono ritenuti validi e corretti dalla maggior parte dei teologi e dei Padri che ci hanno preceduti, con dunque consenso unanime della Chiesa circa l'espressione teologica posta in essere. Il teologumeno, a differenza del dogma, non è correlato all'obbedienza allo stesso, ossia, in altre parole, non è necessario credere al teologumeno per considerarsi ortodossi, essendo una scelta soggettiva, e appunto non dogmatica, prestare fede al teologumeno. 

L'opinione teologica

L'opinione teologica è una convinzione o idea particolare di un teologo o di un Padre della Chiesa che è considerata assolutamente soggettiva e parziale, sebbene sia rispettata, giacché non è presente nella Rivelazione. 

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TRADOTTO DA: Dogmatica Ortodoxa, manual pentru seminarile teologice, Editura Renasterea - Cluj Napoca, 2005, AA.VV.

Come una Chiesa Locale diventa Autocefala

La domanda "come una Chiesa Locale diventa Autocefala" che mi è stata posta in questi giorni necessita di un approfondimento molto serio e bilanciato. L'articolo che segue non vuole essere in alcun modo un documento di valore dogmatico, ma piuttosto una risposta semplice ad un tema complesso

Per Chiesa Locale si intende un insieme di parrocchie, rette da un vescovo (quindi di una diocesi), almeno nell'epoca antica. Con la nascita del sistema pentarchico nel 325 a Nicea, il rapporto fra diocesi e patriarchi muta sensibilmente: nascono raggruppamenti macroscopici (i patriarcati), dei raggruppamenti mediani (le metropolie) e rimangono invariate le Chiese Locali, ovvero le diocesi: la struttura intende modellarsi sulle Province dell'Impero Romano per snellire le difficoltà burocratiche e amministrative. 

Con il passare del tempo, alla necessità amministrativa si aggiungono ben presto pretese culturali, del tutto legittime: un insieme di diocesi decide che, per il benessere del popolo locale, la Chiesa deve dirsi autocefala, ovvero indipendente dalla Chiesa Madre cui fa riferimento. Le motivazioni possono essere molteplici, che più avanti analizzeremo. 

Dal punto di vista del Diritto Canonico, non esiste un "rito di Autocefalia", ovvero un sistema preciso e univoco col quale chiamare l'Autocefalia all'esistenza. Piuttosto, sono le singole situazioni storiche e temporali a determinare l'assetto, la nascita e infine la proclamazione di una realtà autocefala. 

Perché una Chiesa Locale possa pretendere l'Autocefalia, devono tuttavia sussistere certi elementi, come ad esempio:

a) Una certa Autonomia amministrativa rispetto alla Chiesa Madre di riferimento.

b) una cultura, lingua, tradizioni diverse da quelle della Chiesa Madre.

c) Necessità pastorali, amministrative ed economiche. 

d) La presenza di almeno tre vescovi nel territorio che vuole proclamarsi Autocefalo, affinché non ci sia necessità di chiamare vescovi esterni per ordinare un nuovo vescovo al momento del decesso di uno dei membri del Sinodo.

e) Un numero sufficiente di parrocchie, enti morali, chiese, monasteri e associazioni religiose che possano mantenere la Chiesa Locale nell'espletamento di tutte le sue funzioni.

f) Lo Stato Nazionale in cui la Chiesa Locale opera deve essere indipendente e sovrano. 

g) Il riconoscimento da parte dello Stato nel quale la Chiesa Locale opera come Chiesa. 


Come si domanda e si ottiene l'Autocefalia

L'Autocefalia non può mai essere "autoproclamata" per essere ritenuta valida. I membri della Chiesa Locale si riuniscono e scrivono un documento formale nel quale domandano la costituzione della Chiesa Autocefala, inoltrandolo poi non solo alla Chiesa Madre, ma a tutte le Chiese Autocefale esistenti, domandando che la Chiesa Locale venga accettata come autocefala e adducendo argomenti convincenti sul perché una data Chiesa deve essere indipendente. Occorre ricordare che, ad ogni modo, la decisione finale se accordare o meno l'indipendenza spetta alla Chiesa Madre di riferimento.

Se la Chiesa Madre decide di accordare l'Autocefalia, essa stessa chiama un Sinodo al quale parteciperanno anche i gerarchi della Chiesa Locale "in evoluzione". Durante il Sinodo viene preparato un Tomo Sinodale, ovvero un documento che attesta la nascita e la benedizione della nuova Chiesa come autonoma e autocefala, coi suoi statuti e il suo Tipico. Sempre durante il Sinodo viene inviata una lettera a tutte le Chiese Ortodosse nella quale si domanda di riconoscere la presenza di una nuova realtà autocefala: è il consensus Ecclesiae dispersae senza il quale è impossibile procedere. Se la risposta dei patriarchi e dei metropoliti autocefali è affermativa, si procede al riconoscimento ufficiale della Chiesa Autocefala. 

La Chiesa Madre utilizza per l'ultima volta il suo potere indicando chi sarà il Primate della Chiesa neo-autocefala: dopodiché, il suo nome viene inserito nei Dittici, ovvero nell'elenco delle autorità ecclesiastiche, e sarà ricordato ad ogni divina liturgia patriarcale o metropolitana. 

Casi moderni di autocefalie respinte o in discussione:

- L'OCA (Orthodox Church of America) è una giurisdizione che fa capo al Patriarcato di Mosca, ma che non ha ricevuto l'approvazione ad essere autocefala da parte del Patriarcato Ecumenico e dalle Chiese della sua orbita. In questo caso, la Chiesa di Mosca ha preferito dichiararla comunque autocefala, destando un dibattito attivo ancora oggi. I sacerdoti del Patriarcato Ecumenico possono difatti rifiutarsi, canonicamente, di concelebrare coi membri dell'OCA. 

- Finlandia. In Finlandia, attualmente, esistono due chiese ortodosse autocefale, non in comunione fra loro, ma entrambe in comunione col resto del mondo ortodosso! sembra stranissimo, ma questo ha origine da chi ha concesso l'autocefalia e come. Difatti, la Chiesa Ortodossa di Finlandia ottenne l'Autocefalia dal Patriarcato Ecumenico, mentre una porzione della stessa rimase sotto il Patriarcato di Mosca. 

- Ucraina. La situazione è veramente complessa e sono stati sparsi fiumi d'inchiostro sullo stato ecclesiastico dell'Ucraina. Non è mia intenzione affrontare il dramma politico e religioso del popolo ucraino oggi, ma occorre semplicemente, ai fini del nostro studio, conoscere la situazione fondamentale del Paese. L'Ucraina al momento vanta numerosi gruppi "autocefali" senza riconoscimento ufficiale da alcun patriarcato, mentre la Chiesa Ucraina ufficiale è sotto la giurisdizione di Mosca con uno status di autonomia (ma non di autocefalia). Il patriarcato di Costantinopoli, al contrario, ha inviato numerose delegazioni al Patriarcato di Kev guidato da Filarete, le quali hanno destato scandalo nell'opinione pubblica [La notizia qui]. Allo stato attuale delle cose, nessuna Chiesa che si dice autocefala è stata riconosciuta tale sul suolo di questo paese. 

Abkhazia. Dopo la guerra dei primi anni Duemila, la regione separata dell'Abkhazia ha creato la sua Chiesa Autocefala senza il consenso delle altre: ne parlai in un articolo di poco tempo fa.

VEDI ANCHE:

L'Autonomia secondo il Concilio di Creta (2016) - in italiano. 




lunedì 2 ottobre 2017

Antico canto russo "Anima mia peccatrice"

Presentiamo in italiano la traduzione di una cortissima canzone popolare medievale russa, Душа моя прегрешная, ovvero "anima mia peccatrice". Nei tempi passati questo inno al pentimento si cantava nei giorni di digiuno in chiesa, aspettando l'Eucarestia (fra i vecchi credenti ancora si canta), e veniva comunemente cantato anche fuori dalla liturgia, come canzone per le feste di paese, per i raccolti, per i viaggi. 


Un villaggio russo 

Versione italiana

O anima mia, peccatrice, perché non piangi?
Piangi, anima mia, piangi!
Nelle lacrime troverai consolazione

Perché se non sarai in grado di piangere nel giorno della morte,
i tuoi peccati ti tormenteranno nel sonno eterno.
Rifiuta l'abito peccaminoso col pentimento,
perché se non abbandonerai i tuoi peccati,
certamente dall'inferno non potrai scappare.

I sofferenti indossano corone cantando l'angelico inno:
Alleluia, Alleluia, Alleluia.

Sotto è offerto un video con la melodia in lingua originale




Testo originale in russo:

Душа моя прегрешная,
что не плачешься?!
Ты плачь, душа, рыдай всегда,
тем утешишься.
Не сможешь ты тогда плакати,
когда приидет смерть.
А по смерти грехи твои
обличат тебя.
Скинь одежду ты греховную
в покаянии.
А не скинешь ты грехи свои -
Ада не минешь.
Страдалицы венцы носят
на главах своих.
Они песни поют архангельские:
Аллилуйя, Аллилуйя, Аллилуйя!


Come dedicare la settimana a Dio


Come sappiamo, la settimana cristiana conserva una memoria liturgica fissa: il lunedì è dedicato agli Angeli, il martedì a Giovanni Battista, il mercoledì al tradimento di Cristo da parte di Giuda Iscariota (si venera la Croce), il giovedì è dedicato ai santi apostoli, il venerdì è dedicato alla Santa e preziosa Croce, il sabato è dedicato alla Madre di Dio, ai santi e ai defunti, e la domenica è dedicata alla Resurrezione di Cristo. 

Se comprendiamo il senso di queste commemorazioni fisse, possiamo "farle nostre", come si dice, e impostare una vita di preghiera in sintonia con le dedicazioni ecclesiastiche.



Prendiamo ad esempio il Lunedì. Il lunedì è il giorno che la Chiesa ha consacrato alle Potenze incorporee, agli Angeli. Gli Angeli sono i servitori di Dio e sostegno degli uomini. Dedicare il lunedì agli Angeli significa pregare le sante Potenze che ci siano di sostegno nelle nostre attività, e, in ossequio al significato del servizio, compiere un'opera di carità per la nostra famiglia o per i vicini. Nei monasteri si digiuna anche di lunedì, visto come un servizio a Dio. Nelle famiglie, per qualche necessità, potremmo dedicare il giorno al digiuno, in ispecie se cerchiamo il favore divino per qualche nostra incombenza. 

Il martedì è invece dedicato a San Giovanni il Precursore, colui che battezzò il Signore Gesù Cristo nel Giordano. San Giovanni fu un grande asceta, ed è la vetta più alta della profezia dell'Antico Testamento: l'ultimo dei Profeti. In lui si sommò tutta la sapienza e la corretta visione degli antichi, e aprì le porte alla Salvezza. Il ricordo del Battista dovrebbe spingerci a considerare il martedì come un giorno di preparazione spirituale: dedichiamolo alla lettura e alla meditazione delle Scritture. 

Il mercoledì è il giorno in cui si serba memoria del tradimento di Giuda e delle sofferenze del Salvatore. E' un giorno di digiuno e di penitenza. Dedichiamo il digiuno del mercoledì alle nostre passioni, ai nostri errori, alle nostre mancanze, chiedendo a Dio di perdonarcele e di ottenere la virtù dell'obbedienza al comandamento di Cristo, memori del suo esempio: "passi da me questo calice, ma non come voglio io, bensì come vuoi Tu". 

Il giovedì è dedicato ai santi Apostoli, maestri del mondo: tramite il loro sforzo, il Vangelo è stato portato nell'Impero Romano e da questi si è diffuso poi in tutto il mondo. E' un giorno di festa, nel quale celebriamo la potenza della grazia nella Chiesa, ma possiamo dedicarlo a compiere un'opera di bene nel mondo: elemosine, offerte, visita ad un parente o un vicino bisognoso, in memoria della predicazione degli Apostoli e delle loro oblazioni. 

Il venerdì è il giorno della Santa Croce. Anche di venerdì, teniamo un giorno di digiuno, commemorando il sacrificio di Cristo per redimere l'umanità intera. Dedichiamo il digiuno del venerdì chiedendo a Dio di avere misericordia del mondo intero, del nostro Paese, e dei poveri e dei miseri. 

Il sabato è un giorno di grande cura spirituale. Vengono commemorati tutti i santi, fra i quali spicca la Madre di Dio, ed è il giorno della memoria dei defunti. E' buon costume recarsi al cimitero per salutare i propri cari, e portare una offerta alla chiesa per la loro memoria (parastasi  o panichida). Prepariamoci degnamente alla domenica andando ai Vespri serali, unendoci così al coro dei santi e degli angeli che, insieme con tutti i vivi e gli addormentati, aspettano l'alba senza fine dell'Apocalisse.

La domenica è una festa. E' il trionfo di Cristo sulla morte, sul peccato e sul vecchio uomo, e la costituzione della Nuova Israele, la Chiesa. La domenica celebriamo la Resurrezione dai morti del nostro Salvatore, Gesù Cristo, e l'inizio dell'era della salvezza per la razza umana. In questo giorno, andiamo dunque in chiesa e comunichiamoci a divini Misteri di Cristo, con gioia e letizia. Dedichiamo il tempo dopo l'officio domenicale all'amore per il prossimo, in primo luogo per la nostra famiglia. 

La settimana viene così trasfigurata, insieme con noi, se digiuniamo, preghiamo e frequentiamo la chiesa, tramite piccoli e frequenti gesti di fede, di amore, di carità, e di rispetto per Dio. 

domenica 1 ottobre 2017

L'iconostasi domestica: il cuore della casa

La casa è lo spazio più intimo e personale di ogni uomo e donna sulla Terra. Abbiamo i nostri spazi notturni, dove dormiamo, i nostri spazi giornalieri, dove mangiamo, leggiamo, studiamo, guardiamo la televisione, e i luoghi dove lavoriamo (se lavoriamo in casa). La casa è parte di noi: possiamo immaginarci senza un luogo dove tornare? Non credo proprio: per questo la casa cristiana deve essere addobbata con cura perché è un riflesso della nostra vita. 


Non può mancare, nella casa ortodossa, l'angolo delle icone. L'angolo delle icone, detto anche iconostasi domestica, non deve essere per forza grande e coprire un'intera stanza. Se lo spazio è angusto, è sufficiente una piccola porzione di muro o un tavolino. Idealmente, l'iconostasi domestica è orientata, ovvero rivolta a oriente. Cosa deve essere presente in ogni casa cristiana? una immagine di Cristo, una della sua santa Madre, e idealmente l'icona del santo protettore della famiglia, se ce ne è uno. Altrimenti, i santi di tutti i membri della famiglia, o una immagine dell'Angelo Custode. Dopodiché, la pietà popolare insegna che le immagini possono avere qualsiasi soggetto religioso o liturgico: la santa Croce, il ciclo delle feste, l'icona della Trinità, della Resurrezione e così via.

E' importante che ci sia una lampada o una candela a illuminare se non tutte le icone, almeno l'angolo di per sé. L'angolo delle icone in una casa cristiana non è un mero riempitivo decorativo e neppure un "obbligo" ma è parte integrante della preghiera personale e familiare: è il punto di ristoro spirituale della casa. Quando preghiamo, ci poniamo in piedi o in ginocchio dinnanzi alle icone radunate sull'iconostasi domestica. Quando leggiamo la Bibbia, il Salterio, o ci poniamo in qualche opera spirituale, è bene sempre prima pregare dinnanzi alle icone. Prima di uscire di casa, baciamo sempre le nostre icone e domandiamo la benedizione del nostro viaggio. Come? lo dice il santo Teofane il Recluso:

Salutate le icone della vostra stanza con alcune prostrazioni chiedendo in umiltà al Signore di passare devotamente la vostra giornata. [Teofane il Recluso, Lettere, lettera XXXIII]

L'iconostasi domestica può essere anche fonte di pedagogia per i nostri figli. In che modo? senza molta speculazione - inutile per i bambini, possiamo semplicemente mostrare loro le icone, spiegare in modo semplice chi sono i soggetti riportati, insegnare loro gli elementari gesti di preghiera facendoli pregare insieme con gli adulti. Inoltre, tenere pulita e in ordine l'iconostasi domestica, così come riempire l'olio delle lampade e usare i libri devozionali, da al bambino una idea generale di ordine e pulizia personale, utile per la vita, nonché un certo tipo di impegno. 

Un vecchio adagio monastico dice che così come è la nostra cella, così è il nostro cuore. Lo stesso può dirsi per la casa: una casa senza un angolo di preghiera è una casa dal cuore freddo. A costo di essere noioso, ripeto che non è importante avere chissà quante icone, importante è l'attitudine di preghiera domestica che non va mai dimenticata. 

Antica preghiera anglosassone per la Comunione

Dal Libro di Cerne, presentiamo in lingua italiana una semplice e meravigliosa pregare che il santo asceta Alchfrith di Lindisfarne (+780) usava per prepararsi alla Comunione


Preghiera di san Alchfrith di Lindisfarne per l'Eucarestia

Padre Santo, Onnipotente e Onnipresente, io ti supplico, per il Tuo Nome e per il tuo Spirito Paraclito, imponi la tua mano maestosa, vieni in mio aiuto, soccorrimi affinché possa diventare degno di ricevere i divini Misteri del Figlio Tuo Gesù Cristo, il santissimo suo Corpo e il suo prezioso Sangue. Concedimi il perdono dei peccati e la protezione della mia anima e del mio corpo da ogni influenza dell'antico nemico e dai pericoli di questo mondo; salvami dai pensieri disordinati degli spiriti impuri affinché non mi tentino con la loro superbia, ma piuttosto allontanali da me, o Dio, per mezzo della tua Maestà, Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen. 

venerdì 29 settembre 2017

Icona miracolosa del santo zar Nicola II in processione per la Serbia (news)

Una delegazione di cosacchi sta conducendo, secondo RIA-Novosti, una icona miracolosa del santo imperatore Nicola II in Serbia. Dalla domenica scorsa, infatti, l'icona e i suoi protettori si sono presentati a Belgrado dove l'icona è stata oggetto di culto pubblico. Dopo la liturgia, è principata una lunga processione per la Serbia orientale, alla quale si sono aggregati vari gruppi di serbi provenienti dai villaggi e dalle cittadine rurali nelle quali l'icona ha sostato. 


La processione. Si noti la bandiera imperiale portata dai cosacchi

L'icona è diventata miracolosa il 17 luglio di quest'anno, anniversario del martirio della famiglia Romanov, nonché giorno della loro commemorazione liturgica. L'icona fu dipinta nel 2003 per ordine dell'atamano (comandante) cosacco Sergej Crystal, ed è per questo che il popolo cosacco vi è molto affezionato. 

L'icona vista da vicino.

San Nicola II Romanov ha anche il suo Acatisto, qui scaricabile in bilingue (slavo / italiano). 

Santo zar Nicola, prega per noi! 

Aiutare i propri sacerdoti: la comunità cristiana

I parroci subiscono la pressione più di ogni altro lavoro. Il tipo di uomo che solitamente viene designato al santo sacerdozio è un uomo dal cuore aperto al servizio per gli altri, e spesso ci si aspetta che sia capace di sforzi impressionanti. I vescovi, come pastori del gregge, ci sia spetta siano dei superuomini.

Ho spesso sentito di orribili situazioni, come ad esempio di parroci costretti a cancellare le vacanze familiari all'ultimo minuto poiché c'era un funerale da officiare, pazienti dall'ospedale che chiedevano la comunione, e così via. Anche se spesso il sacerdote pretende per sé il Lunedì come giorno di riposo, c'è sempre qualche chiamata dell'ultimo minuto. Specialmente nelle parrocchie grandi, i doveri dei sacerdoti sono grandissimi.

Cosa possiamo fare per aiutare i nostri preti? non lasciarli soli, innanzi tutto. Domandare cosa possiamo fare di utile per la parrocchia: alcune incombenze e ruoli importanti possono, e forse dovrebbero, essere ricoperti dai laici: catechismo ai bambini, ordine e decoro degli ambienti ecclesiastici, aiuto nella preparazione della chiesa per le feste, e così via. Possiamo tutti partecipare alle riunioni periodiche della parrocchia nelle quali si discutono i problemi della chiesa e si cercano le soluzioni. Tutti, attraverso una cosciente formazione religiosa, possiamo diventare degli insegnanti per i catecumeni, soprattutto tramite il nostro esempio di vita.

Se vogliamo un sacerdote sempre attento ai nostri bisogni spirituali - come è giusto che sia - non possiamo però pretendere che egli prenda carico anche dei nostri bisogni materiali. Come cristiani, piuttosto, possiamo organizzare in parrocchia raccolte di vestiti, di cibo, e anche di soldi, per un fratello o una sorella bisognosi. In questo modo, la comunità si rinforza nella carità e nell'amore fraterno. E' sempre più presente anche nella Diaspora la pratica delle cosiddette agapi, ovvero delle mense parrocchiali in cui, almeno la domenica, si mangia tutti assieme parlando e discutendo delle necessità della parrocchia e anche di spiritualità: un ottimo momento per magari accantonare le frivolezze e discutere di cose importanti che riguardano la nostra chiesa.

Leggendo le abitudini parrocchiali dei Vetero-Ritualisti russi, non possiamo che rimanere affascinati dal funzionamento di una buona parrocchia di vecchio stile. Ideale sarebbe emulare lo spirito dei vecchi-credenti in questo: la parrocchia è un essere vivo, perché composto da tutti noi. La parrocchia ha bisogno di ognuno di noi come membro attivo. Inutile chiudersi in un comodo clericalismo laico, nel quale "la gestione della chiesa spetta ai preti", quando invero siamo tutti noi chiamati a dare la nostra parte.  A cosa siamo chiamati? a seguire le virtù cristiane di pazienza, di carità, di istruzione degli ignoranti nella fede, nell'amore. Le virtù della carità verso i vicini, dell'istruzione religiosa e dell'amore verso il prossimo si vivono e si consumano principalmente proprio nella nostra comunità parrocchiale.

Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. (Gv 15:13). Diamo la vita  alla nostra parrocchia, rendiamo vivo il nostro Cristianesimo così moscio e spento. Perché chi ha dato, sarà nell'abbondanza (Mt 13:12). 

lunedì 25 settembre 2017

Inno a san Michele Arcangelo di Alcuino di York (IX secolo)

Il testo è stato trovato nella libreria online della Fordham University, ne propongo una traduzione.

INNO A SAN MICHELE ARCANGELO
di Alcuino di York, composto nei primi anni del IX secolo


(L'inno a San Michele, che Alcuino all'Imperatore Carlo scrisse, per il supremo re degli Arcangeli, Michele: cantiamo ad una sola voce):

A te ci rivolgiamo, o Principe di ogni città, o Michele.
A Te, o Dio, gli angeli portano
del genere umano orante
ogni preghiera.

Con te gli uomini esausti ritrovano vigore,
e il nemico non ha più potere.
In te la potenza del Paradiso ha forza
e nel giardino divino i santi angeli governi.

Nel tempio del nostro Dio
l'incensiere spirituale tieni,
e incenso e profumi conduci
sull'altare celeste di Dio.

Hai schiacciato il drago malvagio con la tua mano possente,
salvando molti cui era giunta sentenza di morte.
Il silenzio fu dunque squarciato, e le bocche di tanti
con voce possente dissero: gloria a Te, o Signore.

Ascoltaci o Michele,
Altissimo fra gli angeli,
non abbandonarci nella prova
ma vieni in nostro soccorso
sollevaci dalla morte
e dacci letizia e perdono.
Salvaci dalla malattia
portaci la Gioia del Cielo, il banchetto dei beati.

Amen.

domenica 24 settembre 2017

Il Patriarca di Alessandria Teodoro in visita in Serbia (news)

Dal Sito ufficiale della Chiesa Ortodossa Serba, nonché da numerosi contatti Facebook, veniamo a sapere che sua santità Teodoro, patriarca di Alessandria, ha reso visita al suo confratello il patriarca Ireneo di Serbia. Ieri, 23 settembre 2017, i due patriarchi si sono incontrati e hanno concelebrato i Grandi Vespri alla Cattedrale di san Sava (Belgrado). Il patriarca di Alessandria rimarrà in Serbia fino al 29 settembre. 


Dal sito della Chiesa Serba, la foto che immortala i due patriarchi


In questi giorni, i due patriarchi visiteranno la città e le sue meraviglie teologiche, e si intratterranno con colloqui privati  - uno di questi è già avvenuto. 


Un video con l'ingresso di sua santità Teodoro alla cattedrale di San Sava

sabato 23 settembre 2017

Inginocchiarsi nella Chiesa Ortodossa

L'atto di inginocchiarsi e di stare proni alla Divina e Sacra Liturgia è un atto fisico e metafisico che deriva dai tempi antichi e che è passato nell'ortoprassi. L'atto di inginocchiarsi in alcuni momenti specifici del culto è un segno di umiltà dinnanzi a Dio ed è una delle posizioni privilegiate per la preghiera personale. La postura più corretta e comune per i servizi divini è, comunque, la postura eretta. La postura eretta, infatti, ci permette di ascoltare meglio e rimanere più vigili e attenti a ciò che accade durante il rito. Tuttavia, inginocchiarsi e prostrarsi è un atto di fede nobile ed è, se non previsto, quantomeno considerato edificante in certi momenti della sinassi. In particolar modo, durante l'Ingresso del Vangelo, durante la recita del Padre nostro, e specialmente durante le preghiere di consacrazione dei Doni. Molti si inginocchiano anche durante l'ascolto del santo Vangelo. Sembra, apparentemente, che inginocchiarsi durante la recita del Vangelo sia in contrasto con l'esortazione sacerdotale: sapienza, in piedi! ascoltiamo il santo Vangelo! che precede la lettura. Secondo il padre prof. Ene Branişte, [1], però, il gesto di stare in ginocchio o prostrati durante le Letture non significa essere in contrasto con l'esortazione liturgica, perché il gesto di stare in ginocchio è stato trasformato in un momento di grande concentrazione e attenzione. Con lo stesso senso è possibile, a questo punto, giustificare l'uso di inginocchiarsi al momento del Grande Ingresso coi Doni, il quale simboleggia il Cristo defunto portato al suo sepolcro. 

In generale, non vi sono posture obbligatorie nella Chiesa Ortodossa. Tutto quello che viene fatto a livello cultuale viene proposto come atto di amore verso Dio. Le prostrazioni quaresimali, lo stare in ginocchio o in piedi, ogni manifestazione fisica di rispetto e devozione per Dio e per i Santi è un atto di pietà e di devozione che non può essere misurato. Quel che conta è la consapevolezza del Mistero che stiamo vivendo in quel momento, offrendo noi stessi al meglio delle nostre capacità, senza perdere la concentrazione del servizio e del culto divini, poiché, come diceva il padre Sofronio dell'Essex [2] << nel tempo della Liturgia noi conosciamo Dio, e Dio conosce noi. >>. 

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NOTE

 1) BRANISTE E., Cultul ortodox ca mijloc de propovăduire a dreptei credinţe, in Studii Teologice, Anno V, nr. 9 – 10/1953, pag. 641 - 642

2) Citato in Ieroteos Vlachos, Conosco un uomo in Cristo, anno 2015, ed. Monastero della Nascita della Deipara, pag. 311

giovedì 21 settembre 2017

La divina Giustizia e il peccato (san Nettario della Pentapoli)

Un breve testo ma molto intenso in cui san Nettario il Taumaturgo della Pentapoli (+1920) espone il concetto di "soddisfazione della Giustizia"

Se Dio ha creato tutto perfettamente, si deduce che il peccato ha turbato e danneggiato il Bene regnante contro la Legge di Dio. Per questo il peccato è male contro di Lui, poiché minaccia la perfezione della sua creazione. Visto che l'autore del peccato è l'Uomo stesso, quando l'Uomo pecca contro il Signore, è necessario che renda giustizia alla Legge divina, distruggendo il male da lui prodotto e lavorando per ottenere di nuovo la comunione con l'eterna Legge di Dio. 

La soddisfazione della Divina Giustizia, la quale fu offesa dalla creazione di un peccato da parte della persona iniqua, è sia qualcosa richiesto dalla Giustizia per la purificazione dell'anima, sia una disposizione interna dell'Uomo per propiziarsi Dio. 

La disposizione del cuore al pentimento e la pretesa divina della Giustizia, infatti, provengono dalla medesima fonte: la natura perenne della Legge Divina. Il peccato infatti ha rotto la perpetuazione della Giustizia eterna in noi. Inoltre, a causa di un impulso profondo e personale, il cuore cerca di soddisfare la Divina Giustizia e internamente desidera il Regno della Legge divina e si affretta ad agire per conto della sua eterna verità. Questo desiderio interiore è emanato dalla concordanza fra volontà personale dell'Uomo e la Legge di Dio. 

Propiziamoci dunque Dio, perché non conosciamo il futuro e accorriamo al confessore con pentimento e lacrime, affinché, perdonati prima del grande e tremendo Tribunale, scamperemo al tribunale futuro e, riconciliati con Dio, possiamo gustare della Vita Eterna. 

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Estratto da: San Nettario della Pentapolis il Taumaturgo, Pentimento e Confessione, parte 2, pp.45-49 

lunedì 18 settembre 2017

Perché si commemora l'inizio dell'anno ecclesiastico il 1 settembre

Il sito Pravoslavie.ru risponde ad uno dei quesiti più comuni durante questo periodo dell'anno: perché celebriamo l'inizio dell'anno ecclesiastico il giorno 1/14 settembre, e non insieme al capodanno laico? 

L'inizio dell'anno ecclesiastico si chiama Indizione, parola latina che sta per "imporre". Originariamente si utilizzava per indicare l'imposizione delle tasse in Egitto, proclamate con un documento annuale speciale. La prima indizione mondiale (ovvero, per tutto l'Impero) avvenne nel 312 quando san Costantino vide la Croce nel cielo e obbligò tutti i suoi soldati a vestire la croce sugli scudi e sulle corazze. 

Secondo la santa Tradizione, Cristo entrò per la prima volta in una sinagoga il giorno 1 settembre (Luca 4:16-22) annunciando così la Salvezza al mondo intero. Ancora la Tradizione crede che gli ebrei entrarono nella Terra Promessa il giorno 1 settembre. Con questi significati, la Chiesa ha adottato in questo giorno l'Indizione dell'Anno Ecclesiastico, come simbolo dell'ingresso del popolo cristiano nell'era della Salvezza, spettando con fede e pazienza il giorno in cui saremo perfettamente in Dio.


Il Cristo nel Cod. Gr. 1613, p.1 della Biblioteca Vaticana

giovedì 14 settembre 2017

Il significato dei colori nell'architettura sacra russa

Il prolifico blog del Monastero di santa Elisabetta a Minsk ci offre una sintesi preziosa circa il simbolismo dei colori sito nella pratica russa delle chiese colorate

Nell'architettura religiosa russa, i colori sono molto importanti perché, da lontano, possiamo conoscere la dedicazione della chiesa in base al colore generale dell'edificio:

Bianco - in onore alla Madre di Dio.
Rosso - dedicato ai martiri.
Verde - dedicato ad un santo.
Giallo - dedicato ad un vescovo. 


chiesa di san Pimen a Nuova Vorotniki 


Ovviamente si tratta di pie tradizioni e non di regole scritte, quindi nella pratica può esservi anche una divergenza. 



Anche i colori delle cupole significano qualcosa: una cupola policromatica intende riflettere lo splendore della Gerusalemme Celeste, le cupole azzurre o blu sono dedicate alla Madre di Dio, le cupole verdi alla Trinità (in quanto è il colore della Pentecoste, nella tradizione russa). I monasteri spesso hanno cupole nere, giacché il nero è il colore del monachesimo. L'oro, sulle cupole, rappresenta la gloria divina. 


La Santa Luce di Gerusalemme nelle cronache di Rodolfo il Glabro


Il cronista Rodolfo il Glabro (985-1047) ci racconta della Santa Luce di Gerusalemme nel suo V volume dei Historiarium Libri in merito al miracolo che ogni anno avviene il Sabato Santo nella città di Dio. Una testimonianza antica e lontana nel tempo e nello spazio rispetto al fenomeno del Santo Fuoco che ogni anno si accende nelle mani del patriarca di Gerusalemme. 


Il santuario del Santo Sepolcro al giorno d'oggi.


"Si recò in quei luoghi Odolrico (IX secolo), vescovo di Orleans, e assistette a un fatto miracoloso che ci ha riferito e che non crediamo di dover tralasciare. Il giorno del sabato santo, nel quale tutto il popolo attendeva che la potenza miracolosa di Dio facesse giungere il fuoco, egli era lì presente con tutti gli altri. Quando ormai il giorno volgeva al tramonto, d’un tratto, proprio nell’ora in cui si prevedeva l’arrivo del fuoco, un saraceno, un ignobile buffone, uno dei moltissimi che tutti gli anni hanno l’abitudine di mischiarsi ai cristiani, gridò ‘Aghios kyrie eleison’ (come fanno i cristiani quando appare il fuoco). Scoppiò in una risata di scherno, allungò il braccio e afferrò una candela dalla mano di un cristiano, cercando di fuggire. Ma d’improvviso fu ghermito dal demonio e cominciò a contorcersi sconciamente. Il cristiano, che lo inseguiva, gli strappò la candela; lui, dopo aver atrocemente sofferto, spirò poco dopo tra le braccia dei Saraceni. L’avvenimento provocò letizia ed esultanza. Nello stesso momento il Fuoco, come sempre, per divino miracolo si sprigionò da una delle sette lampade che sono là appese, e diffondendosi velocemente trasmise la luce alle altre. Questa lampada, col suo olio, fu venduta per una libbra d’oro da Giordano, il patriarca d’allora, al vescovo Odolrico, che la collocò nella propria sede e così beneficiò moltissimi infermi."

I Latini - all'epoca ortodossi - avevano la loro casa di accoglienza presso il Monastero di santa Maria situato nel quartiere latino di Gerusalemme, patrocinato dall'Ordine Benedettino. 

mercoledì 13 settembre 2017

Il complesso rituale del fidanzamento nella Antica Russia

Come si svolgeva il rito sociale del fidanzamento e del matrimonio nella antica Rus'? Ce lo racconta Nikolas Kotar, direttore del coro del Seminario San Vladimiro (USA), attraverso il suo blog.

Come ci si sposava nella Russia medievale? Ecco i punti salienti del processo sociale e umano di due giovani che convogliavano a nozze, secondo i riti sociali diffusi nella vecchia Rus'.

1.  INCONTRO 

Il processo iniziava con una visita inaspettata alla casa della futura sposa da parte del ragazzo, il quale si presenta in modo informale e senza essersi prima fatto annunciare. C'è la possibilità così, per entrambi, di vedersi e conoscersi. Tuttavia, l'Incontro rappresenta un punto di non ritorno: ci si aspetta che, da questo momento, i due giovani siano legati. Per la ragazza specialmente, iniziava un periodo di catarsi e di preparazione spirituale che la conduceva in uno stato di apatia, socialmente considerato come "morte sociale", prima della sua rinascita nel matrimonio: la ragazza non usciva più di casa  nè svolgeva mansioni domestiche come lavare, cucinare o cucire abiti per la famiglia - come aveva fatto prima. Ci si aspettava che la giovane donna meditasse e riflettesse sulla vita, perché dopo l'Incontro era possibile, per la donna, rifiutare il pretendente, qualora decidesse in tal senso.

2. LA VISITA

La cosiddetta "Visita" era un momento invece formalissimo, nel quale sia la futura sposa che il futuro sposo si incontrano di nuovo, ma in via ufficiale. Il ragazzo viene ricevuto con pane e sale, e il padre della sposa benediva il futuro marito della figlia. Sia l'uno che l'altra sono tenuti a vestirsi con abiti festivi e la cerimonia si svolge sempre a casa della ragazza: l'uomo deve dare sfoggio della sua ricchezza e della sua abilità mentre la ragazza tutta la sua grazia e bellezza. La Visita è accompagnata da canti e inni rituali, detti Pianti (prichitanie), cantati dagli amici della giovane donna. La ragazza può rifiutare lo sposo, negandogli la propria presenza, rimanendo chiusa in camera. Se la ragazza non usciva nel giorno della Visita, il fidanzamento veniva annullato. 

3. L'IMPEGNO

Le famiglie concordavano un giorno per accordarsi sulle doti rispettive e sui doveri dei clan familiari in una rete sociale. Nel frattempo, la futura sposa cantava il Pianto oppure simili inni antichi. Specialmente nelle famiglie benestanti, donne appositamente istruite per i Pianti eseguivano il rituale al posto della sposa, la quale si limitava a sospirare secondo le procedure rituali. Lo sposo, on in ogni caso, se ne sta completamente in silenzio e assorto. Dopo il canto del Pianto, il sacerdote veniva chiamato a benedire l'unione con il rito del cosiddetto "fidanzamento privato", che di solito anticipava di qualche settimana il Fidanzamento in chiesa. 

4. FESTA DI ADDIO E MATRIMONIO

L'Addio (devichnik) era un rito pubblico che si svolgeva sempre con la sposa come soggetto, dopo il rito del Fidanzamento in chiesa. Veniva preparata la "bellezza", un oggetto che simboleggia la ragazza, la quale "bellezza" veniva poi bruciata. La "bellezza" poteva essere qualsiasi cosa, anche un bastone di legno decorato con nastri colorati, così come complesse ghirlande, statuette, e simili. Alla "bellezza" venivano sempre legati dei capelli della ragazza, tagliati per l'occasione, a simbolo della morte della fanciullezza e ingresso nella vita adulta: il simbolismo della tonsura ritorna ancora una volta. Il fidanzato attende la sposa fuori dalla sauna, nella quale la ragazza veniva lavata e immersa. Il fidanzato e la fidanzata raggiungevano quindi la chiesa dove si svolgeva il Matrimonio.

5. VESTIZIONE DELLA MATRONA

La donna ora non è più ragazza, ma è signora della casa, moglie e matrona. Immediatamente dopo il matrimonio, la sposa lascia il marito per recarsi negli appartamenti e venire vestita da donna adulta. Le anziane della famiglia sciolgono l'acconciatura matrimoniale per fare una lunga treccia coi capelli della sposa, non in una sola coda, ma con una doppia treccia. I capelli vengono poi sormontati o coperti da un copricapo - il quale variava da regione a regione - dotato o meno di velo. Da questo momento, per tradizione, solo al marito è concesso vedere i capelli della sua sposa. Nella Russia medievale, tentare di scoprire i capelli di una donna maritata era considerato un terribile insulto. Veniva poi accompagnata nella sua nuova dimora, e lasciata libera di muoversi come voleva: da quel momento, la donna "tornava viva". 


La creazione della treccia

6. IL PRIMO GIORNO

Il giorno del matrimonio non è ancora finito, quando i due sposi arrivano alla loro nuova casa. Lì vengono ricevuti dagli amici e dai parenti con una torta speciale, la quale veniva divisa fra i due sposi, e poi vengono accompagnati in camera da letto: è sera, e gli sposi vengono lasciati soli.

7. I SALUTI ALLE FAMIGLIE

Il giorno seguente gli sposi visitano la casa paterna della sposa per prima, e quella dello sposo poi. Gli sposi venivano ricevuti con pane e sale, il celebre saluto degli antichi popoli slavi, e l'ultimo giorno di festa durava poco: la vita matrimoniale iniziava definitivamente. 

Per chi parla russo, è disponibile a questo link una descrizione dettagliatissima di tutte le procedure dell'antico matrimonio russo, e perfino di come adattarlo ai tempi moderni secondo procedure ancora vive nella regione di Omsk e riportate find agli anni 70 del Novecento.